La difficoltà del
confronto
in “Mio fratello
è figlio unico”
A dispetto di quanti parlano male del cinema italiano, i francesi ne
tessono le lodi. Ed è così che molti spettatori si
sono resi conto che l’ultimo film di Daniele Luchetti
(Arriva la bufera, Dillo con parole mie, Domani accadrà, I piccoli maestri, Il
portaborse, La scuola), oltre a meritare tutti i cinque “David di Donatello”
conquistati, è degno di una lettura più attenta. Solo in apparenza, infatti, Mio
fratello è figlio unico è un film politico. Lo ha
precisato lo stesso regista quando ha detto che “la lotta politica resta sullo
sfondo ed in primo piano è il rapporto fra due fratelli che si amano e si
rispettano, ma non riescono a confrontarsi”. La difficoltà del confronto va
oltre la sfera familiare e diventa la causa principale dei contrasti sociali,
generazionali, storici.
Ambientato prevalentemente a Latina, tra gli anni Sessanta e Settanta,
il film si ispira al romanzo autobiografico “Il fasciocomunista” di Antonio Pennacchi e narra, con la voce
fuori campo del protagonista, una storia che è un mix di dramma e commedia. Due
fratelli, Accio e Manrico, hanno uno strano modo di
volersi bene: si criticano, si prendono
a pugni, seguono due opposte ideologie, si respingono e si cercano, si innamorano della stessa ragazza. Apparentemente sono del tutto diversi tra di loro, in realtà si completano. Due facce di una medaglia che si chiama famiglia, città, nazione.
Accio, dodicenne, lascia la famiglia e la casa
fatiscente in cui abita; a salutarlo, dietro il pullman che lo porta in
seminario, c’è solo Manrico, il fratello maggiore. E solo Manrico andrà a
trovarlo “per farlo rinsavire” e a portargli una foto di attrice
che gli sveglierà i primi appetiti sessuali e gli farà riprendere la via di casa.
Pur spinti da analoghi sentimenti di giustizia sociale, i due fratelli aderiscono
a due ideologie opposte: Accio si iscrive
al Movimento Sociale Italiano, Manrico
al Partito Comunista. E così cresceranno in perenne
conflitto, senza comprendersi, uniti solo dal solido vincolo di sangue. Ci
vorranno episodi di violenza, di scontri di piazza e di morte per spingerli
l’uno nelle braccia dell’altro. Troppo tardi per Manrico che da operaio in
fabbrica è diventato progressivamente organizzatore di scioperi e
manifestazioni, attentatore, ricercato dalla polizia; appena in tempo per Accio che apre gli occhi sul mondo che lo circonda, mette a
frutto la sua vitalità e diventa capofamiglia, padre di suo nipote, operatore
di giustizia senza differenze di colore politico. Il film si chiude con Accio che, dal terrazzo della nuova casa occupata con la
forza, guarda il mare e sorride. Il desiderio di aiutare gli ultimi, che lo ha accompagnato
fin dagli anni del seminario, si è finalmente concretizzato.
Un film che si segue con piacere, ma che
lascia, a storia finita, alcune domande senza risposte; o, se si vuole, con
tante e tutte valide. Chi è
il figlio unico tra i due fratelli? Nella loro diversità, sia Accio che Manrico potrebbero con
uguale diritto appropriarsi del titolo e dei versi dell’omonima canzone di Rino
Gaetano. Cosa c’è veramente dietro l’amore-odio di due fratelli? Lo
sfascio della famiglia, l’esasperazione degli ideali, le rivendicazioni
sindacali, la ricerca di una fede cristiana, fascista o comunista che sia,
l’Italia degli anni di piombo? E ancora: è proprio così repentino negli uomini il
passaggio dal crocifisso alla pistola, dalle
manifestazioni di piazza alla lotta armata, dalla legalità alla clandestinità? Qual
è la strada giusta per fare del bene ed aiutare gli ultimi? Fino a che punto è
lecito scontrarsi con le regole? Se nemmeno l’essere fratelli è sufficiente per confrontarsi e comprendersi, a che cosa
bisogna fare ricorso? Luchetti, com’è giusto che sia,
non sconfina oltre il suo mestiere di regista. Da sempre attento ai problemi sociali,
racconta una storia ma lascia le riflessioni agli spettatori, i quali, a seconda dell’età e del proprio vissuto, possono vedere in
questo film ciò che vogliono e dare ragione o torto a rossi e neri, ad
educatori ed educandi, a padri e figli. E questo
perché dietro due ragazzi di provincia allo sbando, c’è tutta la nostra incertezza esistenziale. Emblematica, a tal proposito, la posizione degli adulti che
non riescono a fornire concrete soluzioni, vuoi perché impegnati a risolvere
urgenti problemi di sussistenza, come i genitori che aspettano da anni una casa
popolare, vuoi perché dediti a strumentalizzare i bollenti spiriti dei giovani
con ordini impartiti dall’alto, slogans, letture di
parte, saluti fascisti e pugni chiusi. E così Mio fratello è figlio unico esce fuori dalla cornice familiare e storica che fa da sfondo
alla vicenda e si personalizza e modernizza: negli anni Sessanta come nel
Duemila, abbiamo tutti dei fratelli e siamo tutti figli unici.
Una lettura a più facce il cui merito va,
oltre che a Luchetti e alla coppia di sceneggiatori Rulli e Petraglia,
al cast degli attori, da elogiare in blocco: dal piccolo Vittorio Emanuele
Propizio, al sorprendente Elio Germano (rispettivamente Accio
dodicenne e giovane), da Riccardo Scamarcio nel ruolo
di Manrico, idolo in scena e fuori delle giovanissime, a Luca Zingaretti, Anna Bonaiuto, Angela
Finocchiaro e all’esordiente Diane Fleri.
Mio fratello è figlio unico
Regia: Daniele Luchetti
Con: Elio Germano, Riccardo Scamarcio,
Angela Finocchiaro, Luca Zingaretti,
Anna Bonaiuto, Massimo Popolizio,
Vittorio Emanuele Propizio, Diane Fleri.
Italia, 2007
Durata: