Ma che
cos’è la felicità?
Aristotele
lo aveva già detto ne La politica: “Esercitare liberamente il proprio ingegno, ecco la
vera felicità.” Il problema è che non sempre questo è possibile, soprattutto in
un contesto di rivalità e di lotta per la sopravvivenza,
quando è giocoforza fare i conti con il lavoro che manca, l’affitto mensile, il
colore della pelle, le multe da pagare, i ladruncoli, il bambino da mandare a
scuola, la moglie che va via di casa. E’ vero che la necessità aguzza l’ingegno, ma talvolta non basta nemmeno questa,
soprattutto nelle grandi nazioni e nelle grandi città. Ci vuole qualcos’altro:
determinazione, fortuna, uno scopo preciso per il quale valga la pena lottare.
Christopher Gardner oggi
dirige una società finanziaria di Chicago, ma prima di arrivare tanto in alto
ha dovuto lottare contro tutto e contro tutti. La sua vicenda personale è diventata
un libro e, dal libro, è stata tratta la versione cinematografica
sorprendentemente affidata alla regia di un italiano: Gabriele Muccino. Il titolo fa riferimento alla dichiarazione
d’indipendenza americana, dove tra i diritti inalienabili dell’uomo figurano:
la tutela della vita, della libertà e, per l’appunto, la ricerca della
felicità. Muccino precisa: "Ho voluto raccontare una
storia americana con meccanismi americani. E' un popolo che discende da gente
che ha lasciato il proprio paese alla ricerca delle felicità. Una società individualista, consumistica e capitalistica dove
'farcela' è un valore morale. Una realtà totalmente diversa dalla
nostra".
Altra
definizione della felicità la fornisce Will Smith,
nella presentazione del film fatta a Roma: “Il
film racconta il sogno americano, ma anche il sogno umano, ossia capire che la sofferenza non è inutile,
ma ci porta sempre a qualcosa. Ricerca della felicità, per me, vuol dire aver
rispetto di me stesso":
Con
tutto il rispetto che si deve avere per le opinioni altrui, la definizione più
calzante per un film che ha suscitato consensi e incassato una barca di soldi
in America e in Italia la trovo ne I Peanuts di Charles M. Schulz. “La felicità è un cucciolo caldo”. E il cucciolo, in questa
caso, è il figlioletto di cinque anni che il protagonista si trascina
dietro nella San Francisco degli anni ’80 e per il quale affronta sacrifici e
privazioni. “Non permettere a nessuno di dirti che quello che sogni è
irraggiungibile… Se hai un sogno, devi difenderlo”. Il sogno di Christopher Gardner, non è
solo quello di trovare un lavoro meno precario
passando da sfortunato venditore di apparecchiature
mediche a broker di successo; fare soldi, avere una casa,
affermarsi economicamente, non basta nemmeno nella società americana dove si dà
più valore al denaro che ad ogni altra cosa. Chris lo
sa bene, ed è per questo che, pur collezionando un incredibile numero di
disgrazie e di imprevisti, non rinuncia alla persona
più importante della sua vita: il figlioletto Jaden.
Per vedere i suoi sacrifici ricambiati non bisogna attendere il felice finale
(che Muccino, opportunamente, liquida in pochi
minuti), ma basta soffermarsi su un’ eloquente scena
collocata al centro del racconto. Chris, abbandonato dalla moglie, arriva a New York ed
è costretto a dormire in un motel di infimo ordine,
tra i senza tetto, nei bagni pubblici della metropolitana, sugli autobus. Jaden è sempre con lui, costretto a condividerne i
sacrifici e le umiliazioni. Chris, allora, pensa di
tirarlo su con la promessa che sarà per lui un buon padre, che un giorno sarà
ricco e gli darà le cose che più desidera, insomma che lo renderà felice. Jaden, dimostrando una saggezza ben superiore ai suoi anni,
lo accarezza e gli dice: "Ma tu sei un buon padre".
Se qualcuno avesse dei dubbi sul fatto che questo film, nonostante
le sovvenzioni USA, la presenza di un divo di colore di Hollywood e la storia
prettamente americana, ha un evidente marchio italiano, vada a rivedersi due
film: Ladri di biciclette di Vittorio
De Sica e La vita è
bella di Roberto Benigni. La carezza di Jaden ci
riporta al finale del capolavoro neorealista, con il piccolo Bruno che dà la
mano al padre, maldestro ladro di biciclette, materializzando in quel gesto
l’intelligenza dei bambini e la loro capacità di saper discernere. "Non so perché il film piaccia tanto
al pubblico americano", ha aggiunto Smith,
"ma io credo sia perché ha a
che fare con l'istinto primordiale, quasi animalesco, di proteggere i nostri
bambini. Vogliamo dare il meglio, per loro. E poi questo film
tocca le nostre paure più profonde: l'altra faccia della speranza è
sempre il timore di non farcela.” Ecco spiegata, allora, anche
la scena alla Benigni: fare superare ai bambini le difficoltà trasformando in
gioco le difficoltà della vita. Non è superficialità, ma intelligente
sfruttamento dell’istinto al gioco, del bisogno di evasione
dell’uomo e non solo dei bambini. E basta, in tal senso, fare attenzione anche
al cubo di Rubik, grazie al quale Chris viene ammesso allo stage che gli rivoluzionerà l’esistenza.
Un’
ultima riflessione, dovuta più che altro alla dichiarazione – poco credibile e
un po’ furbesca, in verità - fatta dallo stesso Will Smith
sull’interpretazione del piccola Jaden, il quale gli ruba talmente la scena che se non si fosse trattato di
suo figlio anche nella vita avrebbe imposto alla produzione di sostituirlo con
un altro bambino meno bravo. A mio avviso, sarebbe più corretto soffermarsi
sull’eloquenza della locandina che li ritrae insieme e dalla quale non si
capisce chi si appoggia a chi, chi cerca la felicità e chi l’ha trovata. Insomma: chi, tra i due, è il vero cucciolo caldo.
La ricerca della felicità
(The Pursuit
of Happyness)
Regia:
Gabriele
Muccino
Con: Will Smith, Jaden
Smith, Thandie Newton, Brian Howe
Durata: