Le chiavi di casa di Gianni Amelio

 

Nel 1998, Gianni Amelio presentò alla Mostra del cinema di Venezia Così ridevano, melodramma non del tutto realistico che raccontava le alterne vicende di due fratelli siciliani emigrati nella Torino degli anni Cinquanta. Non era un film di facile lettura e, ad essere sinceri, non era nemmeno un bel film. Eppure, vinse il Leone d'oro. A distanza di sei anni, sempre a Venezia, lo stesso regista si è ripresentato con Le chiavi di casa, accolto con un lungo applauso dal pubblico e pronosticato come candidato numero uno al massimo riconoscimento. Risultato? Nemmeno un premio di consolazione. Eppure, è un bel film. A conferma della legge della compensazione che vuole mettere dove s'è tolto e togliere dove s'è messo. Ma queste sono considerazioni di secondaria importanza. Il vero "leone", come sappiamo, lo assegna il pubblico. Ed è il pubblico che sta assegnando il suo leone a questa storia tratta da Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, sceneggiata, oltre che dallo stesso Amelio e da Sandro Petraglia, anche da Stefano Rulli. Sia Pontiggia che Rulli sanno che cosa significa avere in casa un bambino portatore d'handicap e avranno messo nella storia qualcosa in più degli altri, come di certo intenderanno qualcosa in più degli altri gli spettatori che leggeranno questo film come una conferma di quanto scrisse Henry David Thoreau in Walden: "Se un uomo non tiene il passo con i compagni, forse questo accade perché ode un diverso tamburo. Lasciatelo camminare secondo la musica che sente, quale che sia il suo ritmo o per quanto sia lontana."

 

E' una musica tutta sua quella che sente Paolo, un ragazzo disabile di 15 anni, rifiutato dal padre subito dopo la nascita per avere causato, anche se involontariamente, la morte della giovane mamma. Lo incontriamo per la prima volta sul treno che lo sta portando a Berlino in una clinica specializzata per la riabilitazione. Per la prima volta lo vede anche Gianni, il padre che lo ha abbandonato e che s'è rifatta una nuova famiglia. Nella clinica e nell'hotel dove i due hanno preso alloggio, Paolo ha comportamenti strani. Il suo alternare bellissimi momenti di intimità a scatti di nervosismo disorienta Gianni, consapevole di essere totalmente incapace di comprendere e aiutare un figlio che non ha mai sentito suo. Con il passare dei giorni, tuttavia, il rapporto tra i due si arricchisce sempre più e Gianni, aiutato anche dalla forza d'animo di una donna che da anni vive al fianco della figlia ricoverata nella stessa clinica, vede Paolo non come un handicappato, ma come un ragazzo diversamente abile e, in un momento di rabbia, lo sottrae alla ferrea disciplina dei fisioterapisti, che appare ai suoi occhi come un'inutile tortura, per un'escursione in Norvegia, a vivere un adolescenziale sogno d'affetto virtuale.

 

Chi ha memoria filmica, non può fare a meno di accostare Le chiavi di casa a Il ladro di bambini, che lo stesso Amelio realizzò nel 1992. Anche lì c'erano carezze e litigi, si viaggiava e ci si sentiva smarriti, ci si scontrava con la freddezza delle istituzioni, ci si ribellava alla condanna e all'impotenza; anche lì c'era un adulto che, a contatto con l'infanzia sconosciuta, si trasformava interiormente. La metamorfosi del personaggio-Gianni (un intenso Kim Rossi Stuart) sposta il lato di lettura: Amelio non ci racconta la storia di un ragazzino disabile, ma quella di un adulto handicappato dentro. Alla fine, arriva la guarigione, ma non per Paolo che resterà spastico, bensì per Gianni, che da quindici anni viveva con il cuore paralizzato.

 

Verrebbe spontaneo, a questo punto, allargare il discorso al concetto di handicap. Anni fa, dovendo scegliere 20 film sulla diversità , mi sono volutamente indirizzato su strani handicap, come la vecchiaia, la genialità, le ideologie politiche, il razzismo, ecc. Ero partito dalla frase che la madre di Forrest Gump dice al figlio - "è stupido solo chi si comporta da stupido" - per parafrasarla con: "è svantaggiato solo chi si comporta da svantaggiato". Non avevo ancora sentito la bella definizione che è stata data alle Paraolimpiadi di Atene 2004 - "diversamente abili" - che ci ricollega al "diverso tamburo" della già citata frase di Henry David Thoreau che pone l'accento più su ciò che si ha, che su ciò di cui si è privi. Paolo ha molte cose che Gianni non ha, ma non riesce a fargliele notare, perché lo vede terrorizzato di fronte alla malattia e ancora inadatto a fargli da genitore. Egli sa che suo padre è fuggito una volta e che potrebbe fuggire ancora e allora fa di tutto per non perderlo più: non lo vuole svegliare e si alza dal letto senza fare rumore, vuole dimostrargli che anche da solo è capace di avventurarsi nella giungla di una città, lo protegge invitandolo ad uscire dalla stanza quando gli vengono applicati elettrodi in tutto il corpo, lo fa ridere di gusto, gli dà del "matto" con sottintesa complicità quando gli vede compiere il gesto di buttare in mare la stampella, lo accarezza e lo abbraccia in uno straziante e dolcissimo finale. Insomma: prima di chiedergli le chiavi della nuova casa dove il padre ha deciso di condurlo, Paolo vuole dare a Gianni le chiavi del suo cuore.

 

Le chiavi di casa

Regia: Gianni Amelio

Con:  Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Andrea Rossi, Alla Faerovich, Pierfrancesco Favino

Italia, 2004

Durata: 105'