Caterina va in città

(e Zazie nel Metrò)

 

 

Si vive meglio in un paesino di provincia, o in una grande città? Giancarlo Iacovoni, professore di ragioneria con  ambizioni letterarie, non sembra avere dubbi quando, voltando le spalle ai parenti “burini” e trascinandosi dietro la semplice e arrendevole moglie (Agata) e la figlia adolescente (Caterina), decide di trasferirsi da Montalto di Castro a Roma. Non sa ancora, l’insoddisfatto e frustrato intellettuale che vorrebbe fare sentire la sua voce al mondo intero, in quale trappola si sta cacciando. Non lo sa, ma lo scoprirà ben presto, quando per lui e per la sua famiglia inizierà un altro viaggio, quello all’interno di una società falsa, dove i personaggi indossano maschere e recitano ruoli imposti dal tornaconto, dal perbenismo, dagli interessi, dall’arrivismo. Ciascuno a suo modo, pagherà lo scotto di un miraggio sociale e culturale che svanisce appena si tenta di afferrarlo e, su tutti, la tredicenne Caterina, voce narrante fuori campo. Attraverso l’esperienza di questa ragazzina apprendiamo quanto sapevamo già; e cioè che le differenze tra il paese e la città non riguardano solo il paesaggio e la diversa aria che si respira, ma anche l’esistenza che vi si conduce, le contrapposizioni tra tranquillità e caos, innocenza e perversione, rettitudine e inganno, destra e sinistra. Con la scontata conclusione che i privilegiati e gli esclusi esistono dappertutto e che è pericoloso uscire dal guscio della propria provenienza, giacché – come dice Verga in “Fantasticheria” - “allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò, e i suoi prossimi con lui”.

 

C’è qualcosa di Verga in questo regista toscano, che sembra volere ricamare a modo suo un ciclo dei vinti filmico. Lo scontro tra ideologie diverse narrato in Ferie d’Agosto (1996), Ovosodo (1997), e My Name Is Tanino (2002), coinvolge in Caterina va in città  anche gli adolescenti, abilissimi a scimmiottare gli adulti. L’ingenua ragazzina venuta dal paese - costretta a scegliere tra la destrorsa Daniela, figlia di un  noto esponente di AN, e la “zekka” Margherita, figlia di intellettuali girotondisti di sinistra -  si sente un vaso di coccio sempre sul punto di andare in frantumi ed è naturale che vada in crisi, che non sappia cosa scegliere, che non capisca chi ha ragione e chi ha torto  nel gioco delle fazioni politiche contrapposte. Se è vero che tutti i bambini, nella strada della loro crescita, incappano in cocenti delusioni, è anche vero che, spesso, a tenerli in equilibrio bastano le sicurezze della famiglia. Ma nessun genitore può dare a suo figlio ciò che non ha. In casa Iacovoni la disfatta è generale e Caterina prende atto della frustrazione dei suoi con delusione e amarezza.

 

Ci sarebbe del materiale tragico in questa storia, ma Virzì, nel solco della migliore tradizione filmica italiana, lo utilizza per farne una commedia grottesca intessuta di arroganze e di vigliaccherie; una commedia che, dopo avere fatto ridere, procura qualche sofferenza, visto che tra tutte quelle maschere ce n’è qualcuna che ben si adatta anche a noi.

 

Più che a Il favoloso mondo di Amélie di Jean-Pierre Jeunet, o a Il giorno più bello della mia vita di Cristina Comencini, richiamati da alcuni critici, Caterina va in città fa pensare a Zazie nel metrò che, nel 1960, Louis Malle trasse dall’omonimo romanzo di Raymond Queneau. E’ alla visione di  quel film (e/o alla lettura di quel romanzo) che vorrei rimandare il lettore, perché anche Zazie è un’adolescente che arriva in città dalla campagna. Affidata per due giorni dalla madre, troppo presa dal suo amante, alle cure di uno pseudozio, ballerino travestito, fin da quando arriva a Parigi, Zazie ha un solo desiderio: quello di salire sulla metropolitana. Ma è in atto uno sciopero e la sua permanenza nella capitale si trasforma in un girovagare senza meta che, tuttavia, le giova per entrare in contatto con un mondo sconosciuto e per rendersi conto dell’ipocrisia e della corruzione degli adulti. Quando finisce lo sciopero, Zazie sale finalmente sul metrò per andare alla stazione a incontrare la madre, ma è troppo stanca e si addormenta di colpo. Nello scompartimento del treno – siamo alla fine del romanzo e del film – la madre chiede alla bambina: “Allora, ti sei divertita?” “Così”, risponde Zazie. “L’hai visto il metrò?” “No”. “E allora che cosa hai fatto?” “Sono invecchiata”.

 

Non so se Paolo Virzì abbia tenuto presente Zazie quando ha deciso di modellare il personaggio di Caterina. Probabilmente non lo ha fatto, perché, apparentemente, tra le due ragazzine c’è una notevole differenza di carattere e se Zazie è  inquieta, dice parolacce e si ribella a tutto quello che le viene ordinato di fare, Caterina subisce ciò che le piove addosso come una tenera vittima della media borghesia. Eppure, non sarebbe stata una brutta idea metterle a braccetto nel caos delle metropoli e nella scoperta tragicomica dell’universo privo di valori e di significato degli adulti. Non sarebbe stata una brutta idea trasferire la saggezza di Zazie in Caterina per fare prendere coscienza anche alla ragazza romana di come, pur rimanendo bambine, si può invecchiare da un giorno all’altro.

fa riflettere lo spettatore senza annoiarlo.

Caterina va in città

Italia,  2003

Regia: Paolo Virzì

Con: Sergio Castellitto, Alice Teghilin, Margherita Buy, Claudio Amendola, Flavio Bucci, Antonio Carnevale, Paola Tiziana Cruciani, Michele Placido, Roberto Benigni (cameo).

Col. 90’