Locandina Il cacciatore di aquiloni

 

Gli occhi verso il cielo

Il cacciatore di aquiloni di Marc Forster

 

Un bel film, tratto da un bellissimo romanzo. E’ questo, in sintesi, Il cacciatore di aquiloni, diretto da Marc Forster e tratto dall’omonimo romanzo di Khaled Hosseini. Con questo telegrafico giudizio si vuole accantonare immediatamente l’eterno dibattito tra letteratura e cinema  (è meglio il film, o il romanzo?) per dedicare più spazio a ciò che romanzo e film dicono, con una storia che ha affascinato milioni di persone in tutto il mondo. Una storia di amicizia tradita e riscattata tra due ragazzini afghani, Amir e Hassan, uniti dai giochi, dalla passione per le gare di aquiloni e dall’affetto che Baba, il padre del primo, riversa su tutti e due. Amir, appartenente all’etnia pashtun, è il padroncino; Hassan, hazara, il servo fedele. La questione razziale non influenzerebbe minimamente la loro amicizia se non ci fosse Assef, il bullo di turno che odia gli hazara e che si vendica di uno smacco subito, violentando Hassan. Amir vede tutto e non ha il coraggio di intervenire. Avviato sulla strada della viltà, pensa di cancellarne persino il ricordo, architettando un furto inesistente, riversandone la colpa su Hassan e provocandone la definitiva estromissione. Anni dopo, emigrato con il padre in America per sfuggire all’invasione sovietica, laureato, sposato e divenuto romanziere di successo, Amir scriverà: Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. E’ stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.  Inizia per lui, in tal modo, un viaggio di ritorno, che ha tutto il sapore del riscatto. Dalla California, richiamato da un amico del padre, Amir torna a Kabul, scopre che Hassan, rimastogli fedele fino alla morte nonostante il torto subito, altri non era che il figlio illegittimo di suo padre e che Assef è diventato un feroce talebano, stupratore di bambini. Non è tutto. In qualche posto c’è un bambino di nome Sohrab, figlio di Hassan e suo nipote. E’ l’occasione per disseppellire il passato e riscattare il gesto di viltà che gli pesa sulla coscienza.

 

Film e romanzo sono proibiti in Afghanistan, perché sullo sfondo scorrono trent’anni di storia di quel martoriato paese che vanno dalla caduta della monarchia, all’invasione russa e all’avvento dei talebani. Per poter girare questo film, la Paramount ha spostato il set nelle montagne afgane dalla parte cinese, ha dovuto tenere nascosta la sequenza dello stupro del bambino, ha ritardato di sei settimane la prima nelle sale americane per sottrarre i bambini protagonisti a possibili rappresaglie. Organizzati i visti e il trasferimento, quattro di quei bambini potranno ora completare gli studi all’estero, ma per tante altre innocenti vittime l’inferno non è finito. Tra le sequenze più impressionanti va ricordata, infatti, quella in cui Amir, alla ricerca di Sohrab, va a finire in un lercio orfanotrofio dove sono accolti tanti bambini rimasti soli al mondo. E’ giocoforza, allora, accostare spontaneamente quegli sguardi smarriti alla felicità che, in altri tempi, i bambini di Kabul sprigionavano nella più bella scena di tutto il film, quella della gara degli aquiloni. Il contrasto è stridente. Per Forsterera importante ricreare l'atmosfera di Kabul negli anni '70, con le strade colme di colore e di vita in un paese in cui la borghesia era piena di speranza, e poi rivisitare la stessa città dopo l'invasione sovietica, esplorare il senso di perdita di identità fra esiliati e profughi in un paese violentato e distrutto”; per chi si occupa di infanzia abbandonata è fondamentale riflettere che ora, in Afghanistan, gli aquiloni non volano più e che i ragazzini non fanno più a gara nel cacciare quelli abbattuti. Perché? Cosa c’è di male in un gioco innocente? I talebani hanno delle spiegazioni che convincono solo i fanatici religiosi, quelle stesse addotte contro la sequenza dell’innocente ballo solitario della piccola Nadereh de Il silenzio di Mohsen Makhmalbaf, quelle del vecchio schifoso mullah che si invaghisce della piccola Marina in Osama di Siddiq Barman, quelle dell’ignorante Ghorbanali Naderi che tiene recluse in casa le figlie ne La mela di Samira Makhmalbaf. La verità, com’è probabile, è che un aquilone, per i talebani, è fonte di peccato, perché costringe a tenere gli occhi verso il cielo e invita non solo all’amicizia, ma anche al volo e alla libertà. Quando Amin, alter ego di Khaled Hosseini, capisce il vero significato del volo degli aquiloni ha già spezzato, purtroppo, il filo dell’amicizia ma, avendo già visto con i suoi occhi i veri peccati che gridano vendetta davanti a Dio, ha ancora tutto il tempo per tornare ad essere buono, per correre felice sulla strada della redenzione ripetendo al nipotino la stessa frase che trent’anni prima gli aveva detto l’amico-fratello Hassan: Per te un milione di volte, Sohrab.   

 

 

Il cacciatore di aquiloni (The Kite Runner)

Regia: Marc Forster

Con: Atossa Leoni, Ahmad Khan Mahmidzada, Khalid Abballa, Zekeria Ebrahimi

USA, 2007

Durata:131