Billy
Elliot: la
danza come metafora di vita
"Danzare è come non esistere, come volare,
come sentirsi pervasi da elettricità". La definizione è di Billy Elliot, un ragazzino di 11
anni che scopre improvvisamente la passione per la danza, a dispetto del padre
e del fratello maggiore che sognano per lui un futuro da duro nell'Inghilterra
di Margaret Thatcher. Boxe e danza, dunque, a confronto: scaricare la propria rabbia su
un avversario, oppure volteggiare, farsi farfalla. Sulla scia di altri film gradevoli e a basso costo (valga per tutti il
noto Full Monty di Peter
Cattaneo), anche questo Billy
Elliot del debuttante regista inglese Stephen Daldry, si fa largo nel
panorama del cinema europeo che tenta di ostacolare il passo all'invasione
della cinematografia statunitense.
La storia è di quelle che affascinano gli eredi
del free cinema. Siamo nel
In lizza per tre Oscar, la storia di Billy si presta a numerose riflessioni. Le varie letture
personali non possono prescindere, tuttavia, da quella che pone un bambino al
centro di vicende sociali e familiari più grandi di lui e fa della danza una
metafora esistenziale. La lotta dei minatori inglesi e i problemi di una famiglia
proletaria rischiano di fare naufragare i sogni di Billy.
Sogni proibiti in un mondo che vive di competizione e che non ammette
l'estraneità dal contesto sociale. Più volte,
considerati gli ostacoli che si frappongono, egli sta per cedere alla tentazione
di abbandonare tutto; tentazione che si abbatte anche su suo padre quando,
disperato per la mancanza di soldi, è sul punto di unirsi ai crumiri. L'uno e l'altro riusciranno ad andare avanti
solo quando, dalla reciproca opposizione, passeranno alla comprensione e alla
collaborazione. Come dire che nel balletto della vita padri e figli, adulti e
ragazzi non possono non darsi la mano. Per sentirsi pervasi di
elettricità, non esistere (o esistere in altro senso) e volare.
Billy
Elliot
Gran Bretagna, 2000
Regia: Stephen Daldry
Con:
Jamie Bell, Julie Walters, Gary Lewis, Jamie Draven
Col.