
L'invito
al gioco ne “Il
favoloso mondo di Amélie”
Che succede se una bambina,
durante la sua infanzia, è assillata da un padre medico che le controlla
continuamente i battiti del cuore, rimane orfana nel modo più assurdo (che so:
perché, all'uscita di chiesa, un aspirante suicida piomba addosso alla madre), non ha amichetti
con i quali giocare, esce raramente e sorride poco, cresce senza nemmeno
rendersene conto e si ritrova signorina a condurre, nella Parigi del 1997, una
vita solitaria e non esaltante in un condominio poco allegro e a lavorare in un
bar di Montmartre frequentato da gente che passa le
proprie ore nel grigiore più assoluto, come - per esempio - uno scrittore
fallito, un amante geloso, una cassiera ipocondriaca e così via? E che succede
se questa bambina mai completamente diventata donna scopre, un giorno e per
puro caso, che può tramutarsi, a seconda delle
occasioni, in fatina dolce che rende felici gli infelici, o in Zorro giustiziere che punisce i cattivi? E infine: che
succede se un regista - che, in precedenza, ha girato un film truculento che
gioca sul cannibalismo, come Delicatessen, e un altro fantascientifico della serie Alien,
come La clonazione
- si impossessa di questa storia e la fa diventare
fiaba moderna?
Vallo a sapere quello che
succede, quando c'è di mezzo il cinema. Può anche accadere che un soggetto del
genere diventi Il
favoloso mondo di Amélie
e che faccia impazzire i francesi, che il film venga premiato in patria e
fuori, che sia in lizza per una nomination all'Oscar come miglior film
straniero, che il taglio dei capelli alla Amélie
faccia la fortuna dei parrucchieri, che da piccolo prodotto francese diventi
l'evento cinematografico dell'anno, che accenda dibattiti e provochi
riflessioni.
Già: le riflessioni. Anche
le nostre? Perché no?
Prima l'amaro e poi il dolce, o viceversa? Vada
per l'amaro, dato che è quantitativamente inferiore. Senza giri di parole,
diciamo subito che, nonostante gli osanna piovutigli, questo favoloso mondo di Amélie non è un capolavoro. Agile e piacevole nella
prima parte, rallenta improvvisamente il ritmo e inceppa, nella seconda, in
inutili ripetizioni. Il ricorso a effetti speciali e all'uso sofisticato della macchina da
presa non è sempre funzionale al racconto e si ha l'impressione che il regista,
a tratti, si dilunghi in ricercati esercizi di stile per stupire, per fare in
modo che risalti la sua bravura. Nonostante ciò - e siamo già al dolce - è giusto rilevare che Jean-Pierre Jeunet ha saputo
confezionare un film godibile, che distende e fa sorridere. Una fiaba
moderna intrisa di umorismo che richiama Renoir (forse non a caso uno dei personaggi non fa altro
che dipingere da vent'anni copie di un quadro di
Auguste Renoir, il padre di Jean),
una poesia tenera alla Prévert dove trionfa l'amore,
una fantasia dove si animano le statue e parlano gli animali, un sogno dove i
buoni vengono aiutati e i cattivi puniti. Questa del sogno e della fantasia è, probabilmente,
una lettura da approfondire.
Amélie, dicevamo, non ha avuto
una bella infanzia. Non l'ha gustata, non l'ha
sviluppata, non ne è mai uscita fuori del tutto. E'
rimasta in lei la voglia di costruire storie, di viverle nella fantasia. Un
caso fortuito - la scoperta di una scatola contenente i ricordi e i giocattoli
di uno sconosciuto bambino che prima di lei ha abitato nell'appartamento - la porta a dedicarsi agli altri, a farsi
paladina della felicità altrui. Un dubbio, tuttavia, ci assale: Amélie fa veramente quello che vediamo sullo schermo,
oppure immagina di farlo? Non è più logico pensare che una
donna timida e insicura come lei viva soltanto nella sua fantasia la voglia di
castigare l'odioso fruttivendolo e il desiderio di difendere il commesso
sognatore, di consolare la portinaia, di fare conoscere l'amore alla barista
malata immaginaria, di convincere il padre a intraprendere un viaggio, di
vivere lei stessa una storia d'amore? Il
gioco di smontare e rimontare le cose - chiamiamolo puzzle, trenino,
macchinina, bambola, casetta di Barbie, ecc. - non è
forse uno dei giochi preferiti dai bambini? E dov'è la meraviglia, allora, se una come Amélie, grande fuori e
piccola dentro, si diverte a smontare e rimontare la vita degli altri e, tra tanti,
si innamora proprio di un giovanotto che, guarda caso, ha l'hobby di
raccogliere foto tessere fatte a pezzetti, ricomporle e collezionarle?
I film, si sa, finiscono solo quando si accende la
luce in sala. Anche i titoli di coda, a volte, possono
suggerire una lettura. Mi sbaglierò, ma fatemi credere che quella scomposizione
e ricomposizione finale delle fotografie degli attori e dei nomi degli
interpreti voglia dire qualcosa. Come,
per esempio, una sorta d'invito, quando ci sembra di non poterne più, a tornare
bambini, a smontare e a rimontare la nostra vita, a mascherarci da Fata o da Zorro, a giocare anche noi con la fantasia.
Come Amélie,
per l'appunto.
Il favoloso mondo di Amélie (Le Fabuleux destin d’Amélie Poulain)
Francia, 2001
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Con:
Audrey Tautou, Mathieu Kassovitz,
Rufus
Col.