RUGGINE

Ruggine

Se il mostro è un pediatra
Ruggine
di Daniele Gaglianone

Partiamo dalla fine, dalle immagini che gli spettatori frettolosi potrebbero non vedere se dovessero lasciare la sala all’apparire dei titoli di testa. Due uomini e una donna si trovano all’interno di un vagone di metropolitana.  Si chiamano Carmine, Sandro e Cinzia. Carmine è un balordo che passa le sue giornate al bar e contrae debiti con gente poco affidabile; Sandro, probabilmente divorziato, ha giocato tutto il giorno con il figlioletto  ad  “arrivano i mostri” e non si è reso conto di avere esagerato e di avergli messo paura; Cinzia è una professoressa reduce di un animato consiglio di classe durante il quale, per difendere un’alunna che rischiava di non essere ammessa agli esami di licenza media, ha urtato la suscettibilità di qualche collega. I tre si guardano, forse nutrono qualche dubbio, ma non si riconoscono. Eppure… 

Eppure, una trentina d’anni prima, alla periferia di una grande città del Nord Italia, hanno passato insieme un’estate che ha segnato per sempre la loro adolescenza. Giocavano a rimpiattino e correvano dietro un pallone, ma soprattutto si davano appuntamento in una terra di nessuno tra la ferraglia arrugginita di una discarica abbandonata che avevano ribattezzata “il Castello”. Lì, capitanati da Carmine, avevano formato una banda, mischiando i dialetti e gli affetti, i giochi e le avventure. Niente di diverso da altri bambini di altri paesi se, d’improvviso, nel mondo fantastico dei loro giochi non avesse fatto irruzione un mostro in carne ed ossa. Non un mostro qualsiasi, riconoscibile e con le sembianze dell’orco delle fiabe, ma un uomo distinto, borghese, medico condotto e un po’ troppo amante dei bambini. Quando viene fuori il primo cadaverino dilaniato, l’urlo della madre risuona in tutto il quartiere degli Alveari, ma il vero assassino pedofilo non viene individuato.  Qualche giorno dopo l’orrore si ripete, ma intanto i ragazzini, che in un primo momento si erano scagliati contro l’innocente scemo del villaggio, hanno indirizzato i loro sospetti verso il vero colpevole, quel Dottor Boldrini che offre passaggi alle bambine isolate dal gruppo. Quando il lupo famelico poggia i suoi artigli su Rosalia, la sorellina di Carmine, la situazione precipita. I ragazzi lo stanano, lo braccano e Carmine lo finisce a sprangate.

Tratto dal romanzo omonimo di Stefano Massaron, Ruggine è, a sentire quanto ha dichiarato lo stesso regista alla 68° Mostra del Cinema di Venezia, “una moderna fiaba nera, dove l’Orco tenta di uccidere i bambini”. Come tenta di uccidere? Stuprare e massacrare sono solo dei tentativi? Fiaba? E quale sarebbe la lezione impartita da questa fiaba? Non vi fidate nemmeno dei pediatri? E se invece fosse, come qualcuno ha rilevato, un pretesto per parlare di crudeli fatti di cronaca che, ieri come oggi, vedono coinvolti innocenti creature vittime di sadici pedofili? Se è questa la giusta lettura, conviene dire subito che questo quarto film di Daniele Gaglianone rischia di non cogliere nel segno. Non tanto per ciò che vuole dire, quanto per come lo dice. Quando l’intreccio tra le storie di ieri e di oggi, intessuto di immagini sfocate e di improvvisi schermi neri, appare chiaro, è già trascorso troppo tempo e la pazienza degli spettatori è già stata messa a dura prova. A snervare non sono i piccoli interpreti promossi in blocco, ma gli affermati attori,  poco convinti dei loro ruoli e, conseguentemente, poco efficaci. Carmine adolescente è più credibile di un Mastandrea spaccone e su di giri che ripete minchia un’infinità di volte e dice battute scontate, come quel “da quando c’è l’euro non ho più una lira”; il piccolo Sandro ha poco da spartire con un Accorsi stucchevole e ripetitivo che, pur essendo rimasto traumatizzato dall’uccisione del dottor Boldrini quando bazzicava nel covo della banda, non ha capito la lezione e terrorizza il suo pargolo con giochi che hanno come protagonisti draghi e mostri; Cinzia, diventata la professoressa Solarino, non può dirsi fortunata se capita in un consiglio di classe poco attendibile non tanto per le battute e le offese tra colleghi, quanto per la totale assenza di un coordinatore e/o di un preside in grado di calmare gli animi. Discorso a parte merita, poi, il dottore pedofilo. Il Boldrini di Timi, folle e delirante, viscido ed esibizionista, si porta dietro una diversità talmente evidente che non si capisce come non abbiano fatto a scoprirlo le forze dell’ordine e come, in quel contesto socio-culturale di immigrati meridionali, prima dei ragazzi non l’abbiano linciato i genitori delle piccole vittime.   Dire che questo personaggio ricorda M – il mostro di Dusseldorf  solo perché il regista costruisce l’Uomo Nero giocando sulla sua ombra e perché gli fa cantare canzoni dopo il delitto significa fare torto a tutto il cinema espressionista tedesco. Quello di Fritz Lang, pur risalendo agli albori del cinema (1931), è ancora vivo nella storia del cinema e non smette di terrorizzare; questo di Gaglianone, fresco di annata, ha già la ruggine.  

Ruggine                                                                                                                             

Regia: Daniele Gaglianone    

Con:  Valeria Solarino, Filippo Timi, Stefano Accorsi, Valerio Mastandrea, Giampaolo Stella, Giuseppe Furlò, Giulia Cocellato, Giacomo Del Fiacco, Leonardo Del Fiacco

Italia, 2011

Durata: 109’