Lo strano linguaggio di un bambino
in Prima la
musica, poi le parole
Ricordate Kolya
del regista cecoslovacco Jan Sverak,
che nel 1997 vinse l'Oscar per il miglior film straniero? Bene: quel piccolo
attore (Andrej Chalimon) è
ritornato sugli schermi con la stessa intensità di allora per interpretare un
altro personaggio dolce e affascinante, un bambino ancora una
volta solo, disorientato in una società che non lo capisce e con la
quale non riesce a comunicare. A
dirigerlo, questa volta, è un regista italiano di 47 anni - il padovano Fulvio Wetzl
- che ha al suo attivo
solo due altre poco conosciute pellicole: Rorret
e Quattro figli unici. Girato nel 1998, presentato in una dozzina di
festival italiani e stranieri ottenendo premi e segnalazioni, Prima la
musica, poi le parole è rimasto per due anni fuori dalle
sale italiane e, quando ha raggiunto il grande schermo (aprile del 2000), è
passato come una meteora. Può darsi che, tra un po', sia reperibile in
videocassetta, o che venga trasmesso su qualche rete
televisiva; in tal caso, se siete interessati ai bambini e ai loro problemi,
non perdetevelo.
La vicenda narra di Giovanni, un bambino di sette
anni che vive isolato dal mondo all'interno di una villa della campagna toscana.
Lanfranco, più ossessionato ricercatore che padre, ha
fatto di suo figlio un oggetto di studio, una tenera e indifesa cavia per
dimostrare che il linguaggio è solo una convenzione sociale. Quando
un infarto fulmina il genitore, Giovanni è costretto per sopravvivere ad avventurarsi nel mondo, ma parla un italiano incomprensibile: le
parole sono esatte, colte, persino poetiche, ma non corrispondono a quelle in
uso. Egli dice "Tocco cometa",
"Accarezzo tremare l'anima", "Intorno la volpe ammiccherà",
ma vuole soltanto dire che ha sonno, fame, sete. I medici brancolano nel buio e
vorrebbero cercare la soluzione nella scienza e nella medicina; qualcuno è
convinto che bisogna intervenire chirurgicamente per capire meglio, ma una
psicologa - Marina (una
convincente Anna Bonaiuto) - intuisce che la
prima strada da seguire per entrare nell'animo di Giovanni è quella dell'affetto e dell'emozione e
rischia il posto di lavoro, la reputazione, la tranquillità. Con la complicità
di un'amica infermiera e del fidanzato musicista, evade dall'ospedale, sfugge ai carabinieri, trova il
modo di comunicare con il bambino, ricostruisce la sua storia e quella dei suoi
genitori, vince la sua scommessa.
Morandini (in Dizionario dei
film, Zanichelli) scrive che "da uno spunto
fin troppo romanzesco Wetzl ha cavato un'originale,
bizzarra e intrigante detective story sul rapporto tra parole e cose che
fa capo, da una parte, alla musica (un minuetto di Bach,
il Quartetto per archi n.2, Lettere intime di L. Janacek) e, dall'altra, allo
strutturalismo e alla linguistica di Ferdinand de Saussure". Personalmente sono del parere che il film sia un road-movie all'interno dell'animo di un
bambino, un po' come lo era stato Il ragazzo selvaggio (1969) di Truffaut, accostamento spontaneo per chi conosce un po' di
storia del cinema. Il tema del viaggio, d'altra parte, è qui ripetuto a
più riprese e in diverse forme: viaggia Lanfranco nella sua paranoica ed
egoistica ricerca socio-linguistica; evade la madre naturale di Giovanni, la
quale, dopo avere scoperto di essere stata strumentalizzata
dal marito, vuole solo dimenticare e
rifarsi una nuova vita; pur senza alcuna meta, viaggia materialmente e
psicologicamente il piccolo Giovanni, come un cucciolo in preda al panico;
viaggiano al buio i medici per comprendere la strana malattia di un bimbo
apparentemente sano; viaggiano le forze di polizia per fare osservare la legge;
inseguita e inseguitrice, viaggia
scappando da un luogo all'altro la psicologa Marina alla ricerca di una via
d'uscita, di una spiegazione; a vicenda conclusa, infine, ancora Marina e Giovanni
viaggeranno emigrando in Francia. Ad accomunare tutti questi viaggi c'è,
poi, quello metaforico all'interno dell'animo di un bambino. E qui sarà la psicologa ad intuire per prima che
spesso si sbaglia direzione: si vuole che Giovanni parli come gli altri, che
sia lui ad accostarsi al linguaggio comune, quando sarebbe più logico invertire
la rotta e sforzarsi di entrare nel suo mondo. Ed è a questo punto che l'indagine per scoprire il codice
linguistico di un bambino catapultato in mezzo alla società non coinvolge solo Marina, ma anche gli spettatori i quali,
in parte invitati anche dal titolo,
attendono da un momento all'altro il miracolo della musicoterapia.
La musica avrà il suo peso, ma non come si immagina;
sarà, piuttosto, la chiave per penetrare all'interno del linguaggio. Prima e
più del linguaggio, però, hanno la loro
importanza l'affetto, gli sguardi, le carezze.
Certo, se si sposta il discorso sull'aspetto
tecnico, qualcosa da rivedere c'è in questo film (la colonna sonora non sempre
azzeccata, i veloci passaggi di macchina da un primo piano all'altro troppo
ripetuti, la recitazione di qualche attore secondario non convincente), ma come
pretesto per un dibattito con genitori, educatori e pediatri Prima la
musica, poi le parole merita molta più attenzione di quanta non gliene abbiano data gli esercenti che hanno gli occhi
prevalentemente rivolti al botteghino, la critica che ha sempre poco spazio da
dedicare ai film che non portano il marchio
delle grandi produzioni, e il pubblico che è convinto di avere speso
male i soldi del biglietto quando non vede sbalorditivi effetti speciali.
Prima la musica, poi le
parole
Italia, 2000
Regia: Fulvio Wetzl
Con: Anna Bonaiuto, Andrej Salimon, Barbara Enrichi, Amanda Sandrelli
Col.