La locandina

 

 

Da Pinocchio a Il figlio: storie di falegnami, burattini e ragazzi.

 

Non volevo scrivere sul Pinocchio di Benigni per due motivi strettamente legati tra di loro: perché è un film che non mi ha entusiasmato e perché mi dispiaceva parlarne solo per dovere di cronaca. Amo Benigni, la sua comicità di toscanaccio e le sue intuizioni, i suoi interventi in Tv e i suoi film; ho rivisto tante volte Non ci resta che piangere e ho  giudicato La vita è bella un capolavoro; sapevo che, prima o poi, la sua vena di artista avrebbe fatto registrare qualche intoppo e nutrivo molte perplessità sull'ennesima riduzione cinematografica del libro di Collodi; ho atteso questa sua nuova fatica con curiosità e sono andato a vedere il film, come si suole dire, animato delle migliori intenzioni: un flop! Suo e mio. Perché? Per tanti di quei motivi che difficilmente si potrebbero esaurire in due cartelle (la fedeltà-infedeltà al testo, il patetico ricorso ad effetti speciali poco speciali, la recitazione urlata, l'assenza della magia delle immagini, la pretesa di fare Fellini senza essere Fellini, la malcelata operazione commerciale finalizzata alla candidatura all'Oscar…) e che, da benigniano deluso, non mi va nemmeno di iniziare.

 

E allora perché ne parlo?

Sembrerà strano, ma lo faccio perché, qualche giorno dopo, ho visto un altro film che mi ha ricordato Pinocchio, pur essendo ad esso diametralmente opposto nella forma e nel contenuto. Titolo: Il figlio. E' un film dei fratelli Dardenne (quelli di Rosetta e de La promesse), presentato a Cannes e arrivato nelle nostre sale con un po' di ritardo. Un film che gli esercenti snobbano perché non fa cassetta e che, sotto un certo aspetto, fa di tutto per non essere visto: si utilizza la macchina a mano (con le immagini che dopo solo due minuti danno già fastidio agli occhi), non si ricorre alla suggestione della colonna sonora, si presentano ambienti scarni e non ricostruiti sul set, si esagera nei primi piani, si essenzializza il dialogo, si rifiutano i trucchi e gli effetti speciali… Insomma, un film che si ispira al Decalogo del Movimento Dogma 95, la scuola danese promulgatrice di un cinema di idee, non consumistico, realizzato a basso costo e girato con una videocamera digitale. Narra del travaglio interiore di un uomo (Olivier) che vede arrivare nello stesso posto in cui lavora - una scuola professionale per il recupero di ex delinquenti - un ragazzo apprendista appena uscito dal riformatorio (Francis). Non è un ragazzo qualsiasi; è lo stesso ladruncolo che cinque anni prima, per rubargli la radio dell'auto, non aveva esitato a uccidergli il figlio. Il primo istinto dell'uomo - ormai abbandonato anche dalla moglie che, a sua volta, si sta ricostruendo una nuova famiglia - è quello della vendetta, ma quando il ragazzo (senza genitori, disadattato, triste, solo e in cerca di un tutore) gli finisce tra le mani, il furore di giustizia cede al sentimento paterno.

 

Si dirà: e questo che c'entra con Pinocchio? Nulla, in apparenza; in realtà, invece, c'è un particolare che ho tralasciato. Il protagonista de Il figlio è un falegname e la storia è ambientata, tra chiodi, martelli, tavole. La scena finale (il momento in cui il ragazzo cerca inutilmente di sfuggire all'ira del padre della sua piccola vittima) si svolge all'interno di un deposito di legname che sembra più angosciante di un bosco, si sentono i respiri del cacciatore e della preda, con la macchina da presa che stenta a correre dietro i personaggi, con terribili silenzi e cupi rintocchi,  senza gatto e volpe, senza grillo parlante, Mangiafuoco, topolini e coniglietti. La fiaba è lontana dalla vita, da questa vita dove si uccide e si perdona senza saperne il perché.  

Sembrerà un accostamento forzato, ma, visto che il racconto di Collodi è stato adattato ad altre mille storie, perché non tentare anche con questa? (Sarebbe, tra l'altro, un espediente - ingenuo? pretestuoso? Fate voi! - per recuperare un commento ad un film che per affetto a Benigni si voleva ignorare.)

Tra Pinocchio e Il figlio c'è qualcosa in comune, forse la stessa cosa che ci può essere tra il bosco e la falegnameria, tra la fiaba e la realtà. Geppetto ama il suo burattino nonostante le monellerie; Olivier si affeziona al suo delinquente nonostante il delitto. Pinocchio e Francis cresceranno, si spera, fino a diventare uomini, ma oltre a ringraziare la Fata Turchina devono depositare un bacio di riconoscenza a chi li pialla, li modella, li forma. In altre parole, anche un legno - qualsiasi legno piovuto dal cielo o emerso dal riformatorio - per diventare uomo ha bisogno di un artigiano padre. Una tantum, un riconoscimento agli educatori.

 

 

Pinocchio

Italia, 2002

Regia: Roberto Benigni

Con: Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Carlo Giuffré, Kim Rossi Stuart

Col. 110’

 

Il figlio (Le Fils)

Francia, Belgio, 2002

Regia: Jean Pierre Dardenne e Luc Dardenne

Con: Olivier Gourmet, Morgan Marinne, Isabella Soupart

Col. 103’