Caro, piccolo, intramontabile
Oliver Twist
Quelli
che se ne intendono dicono ch’è segno di vecchiaia.
Guardare un film oggi e vederlo con gli occhi di ieri, dicono, significa voglia
di guardare indietro, rifiuto del tempo che non ha cuore.
Sarà
così, ma non ce l’ho fatta a vedere l’Oliver Twist di Polanski
senza pensare a Le avventure di Oliver Twist di David Lean.
Cinquantasette anni di distanza sono un’intera vita, ma diventano un istante
nella perennità di un’opera letteraria.
L’occasione
sarebbe ghiotta per discutere sull’opportunità di riproporre,
dopo la già citata versione di Lean, il musical di Carol Reed del 1968 e quella di Clive Donner del 1982, un’ennesima
trasposizione del romanzo di Charles Dickens firmato, questa volta, dallo stesso regista che nel
2002 vinse tre Oscar con lo splendido Il
pianista. E sarebbe interessante avventurarsi anche nella valutazione
dell’interpretazione del personaggio dell’ebreo Fagin,
oggi di Ben Kingsley e ieri
di Alec Guinnes,
se non fossi convinto che disquisizioni del genere sono di secondaria
importanza, come lo sarebbe il dilungarsi eccessivamente sulla stessa arcinota
vicenda del bambino figlio di una vagabonda morta di parto, che a nove anni, stanco di subire le angherie del
perfido Sig. Bumble, fugge
dall’ospizio di mendicità e finisce a Londra, passando attraverso un’infinità di
vicende, fino alla svolta decisiva che gli rende giustizia. Trovo più opportuno, invece, servirsi dell’attualità del racconto per dare spazio a
considerazioni di altro genere.
La prima considerazione prende lo spunto da una dichiarazione
dello stesso regista. Polanski ha precisato che, per
la scelta della chiave di lettura, non ha trovato di meglio che consultarsi a
lungo con i figli di 6 e 11 anni e che ha voluto fare “un film destinato ai
bambini”. Niente di diverso, probabilmente, dalle intenzioni dello stesso Dickens venticinquenne, ma dal 1838 ad oggi sono
passati quasi due secoli e, in tutto questo tempo,
una nutrita schiera di sociologi, linguisti, psicanalisti, ha sfornato un bel
po’ di saggi sui racconti che, pur destinati nell’intenzione dell’autore ai
bambini, mirano direttamente all’attenzione degli adulti. Nell’impossibilità di
citazioni esaustive, faccio riferimento almeno ai formalisti russi e a quel “Le radici storiche dei racconti di fate”
di Vladimir Propp che proietta
una luce di realismo persino sui draghi che sputano fuoco e sui lupi che
mangiano bambini. Per dire che Oliver Twist non è
un romanzo, né un film per bambini; o, almeno, non lo è solo per loro. Se i
bambini possono trarre da questa storia, come insegnamento, quello di non sprecare
la roba da mangiare e di non fare le bizze per ottenere il cellulare perché
altrove molti loro coetanei muoiono di stenti, gli adulti possono dedurne come
la cattiveria non paga, come è disumano sfruttare i
bambini, avviarli sulla brutta strada, negare i loro diritti, seviziarli.
La
seconda considerazione va fatta riflettendo sull’ambientazione
storico-geografica.
La
vicenda del piccolo Oliver può trarre in inganno,
perché ambientata nell’Ottocento e in una Londra grigia e piovigginosa,
illustrata come un disegno di Gustave Doré. Erano cose che succedevano una volta, si potrebbe pensare, e in un paese distante dal nostro. Nulla
di più errato. Polanski ha girato il film “con
riferimento alle sue sofferenze di piccolo ebreo errante in
una Polonia occupata dai nazisti”, ma la sua attualizzazione
della vicenda va ben oltre. Arriva fino ai giorni nostri e diventa emblematica di un orrore sociale che non fa più notizia. Il
piccolo Oliver è vittima delle cattiverie del mondo e
non sa come reagire. La sua vita è caratterizzata dalla continua fuga, ma è
come se una forza misteriosa vanificasse ogni suo sforzo, spingendolo sempre
più verso il centro del vortice. E’ così che al Sig. Bumble, si sostituiscono Artful Dodger, malandrino
e mago dello scippo, la banda di ladruncoli che antepone
la sopravvivenza all’amicizia e alla legalità, i ricchi insensibili, la
giustizia cieca, il cattivo ebreo Fagin. Non è una
storia d’altri tempi, purtroppo. E a sostenere questa tesi non c’è soltanto Polanski, il quale ha pubblicamente dichiarato che
Un
espediente tecnico che, pur attirando l’attenzione dello spettatore, raramente viene utilizzato come elemento di lettura filmica, ci
stimola la terza e ultima riflessione. Mi riferisco all’uso delle luci. Polanski sceglie luci che, all’interno di una splendida
fotografia, proiettano penombre. L’uso dei chiaroscuri, come in Rosemary’s Baby, Chinatown, Il pianista, è
funzionale al messaggio. Nella vicenda privata di Oliver, come in quella sociale di una grande metropoli, la
vera lotta è tra il bene e il male. La salvezza può arrivare da un momento
all’altro, perché c’è sempre qualcuno che conserva un
fondo di bontà, si muove a compassione, si affeziona ed è disposto ad aiutare. Oliver, come tutti i bambini che si affacciano alla vita,
ha davanti a sé esempi positivi e negativi. Tocca a
lui scegliere. E, alla fine delle sue peripezie, egli fa
la sua scelta. Davanti al suo persecutore Fagin,
ormai in mano alla giustizia e condannato all’impiccagione, versa una lacrima
di compassione. Qualche severo critico ha giudicato melenso il lieto fine. Dimenticando
che, a differenza della cronaca, le favole hanno sempre un’esplosione finale di
luce.
Oliver
Twist
Regia: Roman Polanski
Con: Barney Clark, Ben Kingsley, Jamie Foreman, Harry
Eden, Leanne Rowe
Cecoslovacchia/Francia/GB/Italia,
2005
Durata: