
Baci o schiaffi ?
Monsieur
Lazhar
Se pensate, dopo i primi 5
minuti, che Monsieur Lazhar sia
un thriller, siete completamente fuori strada. Siete ugualmente fuori strada
se, ad un certo punto, cedete alla tentazione di paragonarlo a tanti altri film
sulla scuola come, per esempio, Essere e
Avere (2002) di Nicolas Philibert, o La
classe – Entre les murs (2008) di Laurent Cantet. Non è nemmeno il caso di
scomodare l’inavvicinabile Francois Truffaut de
I quattrocento colpi (1959) e
de Gli anni in tasca (1976). Siete
fuori strada non perché tra i film citati e questo Monsieur Lazhar del quarantaquattrenne regista canadese Philippe
Falardeau non ci siano accostamenti e/o richiami, ma semplicemente per non approdare
all’incompleta lettura di un’opera che va oltre le pareti di un’ aula e il
perimetro di un istituto. Non è per caso, infatti, che l’atmosfera gelida e a
tratti angosciosa del microcosmo scolastico, dove si incontrano e si scontrano
sentimenti, didattiche, idee, psicologie e pedagogie, si ripulisca con una conclusiva
fiaba ecologica che vede come protagonista un albero reso triste dalla
cattiveria di chi ha vanificato i suoi sogni non lasciandogli vedere il miracolo
della crisalide che sboccia in farfalla.
La vicenda, dunque. In una scuola elementare di Montreal, un
bambino di 11 anni (Simon) fa la traumatica scoperta del corpo della sua
maestra che pende dal soffitto dell’aula. Il plateale suicidio sconvolge l’intero
istituto. Nella scuola in crisi, la direttrice chiama a raccolta docenti,
genitori e alunni, invita a superare lo shock, ricorre all’aiuto della
psicologa, accetta come supplente Bachir Lazhar, un immigrato algerino di 55
anni che ha letto la notizia sul giornale e che dice di avere insegnato per 19
anni nel suo Paese. Il compito di Monsieur
Lazhar non è semplice perché, pur avendo davanti bambini attenti, deve
lottare su più fronti: l’eterogeneità del gruppo, un modello didattico non del
tutto condiviso, la diffidenza di alcuni genitori, la presenza angosciosa del
fantasma dell’impiccata. Come se non bastassero tutti questi problemi, Bachir si
porta dentro un dramma personale che non riesce a confessare nemmeno a una
collega amica. In realtà, egli è un dissidente
politico che rischia l’espulsione e il rimpatrio coatto; non ha mai insegnato,
ma gestito un ristorante. L’intellettuale di casa era sua moglie, rimasta
vittima con tutta la famiglia in una tragedia ad Algeri. Quando la sua storia
viene fuori, la Direttrice della scuola, pressata da puritani genitori di
alunni, è costretta a licenziarlo in tronco. Più della politica e della
professionalità, hanno avuto il loro peso altre cose: la scelta di Bachir di
fare intraprendere ai bambini un processo di guarigione scandito da dialoghi,
dibattiti, letture, analisi e confessioni e lo scontro con genitori che, per
sensi di colpa o per manifesta perdita di autorità, soccombono ai capricci dei
figli e vivono (e fanno vivere) con il terrore della pedofilia. Nell’ultimo
incontro, implorato da Monsieur Lazhar per non ripetere l’errore della maestra
suicida di andarsene via senza salutare i suoi alunni, la fiaba finale. Non una
di quelle scritte dagli alunni, ma quella dell’ “autore Bachir Lazhar” che, per
equità e giustizia, i bambini possono anche correggere. E’ la fiaba dell’albero
e della crisalide che lascerebbe un sapore amaro all’intera vicenda se non
fosse seguita dalla bella (e liberatoria) sequenza finale che, pudicamente e in
campo lungo, segue l’abbraccio tra il maestro e la piccola Alice.
La pioggia di premi e di riconoscimenti – tra i quali la
nomination agli Oscar 2012 come migliore film straniero – sta ad avallare ancora
una volta la tesi che per fare un bel film non occorrono necessariamente spese
folli e grandi nomi. Girato quasi interamente all’interno di una scuola, con un
attore comico e teatrale (Mohamed Fellag) poco conosciuto fuori dall’Algeria,
con un gruppetto di bambini ben diretti e con la recitazione nel sangue, questo
Monsieur Lazhar è un esemplare racconto dei nostri giorni che
invita la scuola, la famiglia e la società a riflettere sulle difficoltà della
crescita e sui metodi più adatti per fare uscire i bambini dalla crisalide
dell’infanzia. La sequenza del consiglio di classe che vede i docenti perplessi
e smarriti di fronte al grosso dilemma punizioni
sì/no? e al pericolo di vedersi
tacciati di pedofilia per innocenti carezze e abbracci, non è scenografica e di
contorno; è il punto di domanda dell’intera vicenda. E’ per la piccata reazione
di Simon che la maestra s’è uccisa, oppure per la depressione che si portava
appresso? Più in generale: a casa e a
scuola, come comportarsi con i bambini? Baci, o schiaffi? Era il tema di un
convegno diretto a docenti e genitori in un istituto comprensivo romano. C’erano
psicologi e pediatri, sociologi e psicoterapeuti. Ero stato invitato anch’io,
ma solo per introdurre il dibattito tramite sequenze filmiche. Il mio compito
doveva finire lì, ma quando le posizioni pro e contro le punizioni erano nette
e la platea divisa in due, mi tirarono in ballo: “Lei che ne pensa?” Risposi che
mi ero distratto e che, mentre gli altri parlavano, avevo spontaneamente ripescato
ricordi della mia infanzia. Ero il più piccolo di quattro figli e il più
monello di tutti. Mio padre mi minacciava a parole, ma mia madre mi riempiva di
botte. Di giorno, però. La sera, quando credeva che dormissi, erano baci e
carezze. Da adulto, ho benedetto più volte quella voce che incuteva paura e
quella mano così dura e così dolce.
Monsieur Lazhar (Titolo
originale: L’enfant d’en haut)
Regia: Philippe Falardeau
Con: Mohamed Fellag, Sophie Nélisse, Emilien Néron,
Brigitte Poupart, Danielle Proulx, Loius Champagne, Francine Ruel, Jules Philip
Canada, 2012
Durata: 94’, col.