
La via crucis di Maria full of Grace
Il cinema realista si arricchisce di un nuovo
personaggio. Arriva dalla Colombia e a proporcelo è un
regista americano esordiente, Joshua Marston. Le credenziali sono incoraggianti: Premio del Pubblico al Sundance Film
Festival 2004, Migliore opera prima, Gran Premio della
giuria e Orso d’argento a Catalina Sandino Moreno al Festival di Berlino
2004, Premio internazionale della
critica, Premio del pubblico al festival di Deauville,
Premio al festival di Seattle 2004. Il titolo - Maria full of Grace
- farebbe storcere la bocca ai cattolici integralisti che lo boicotterebbero
senza vederlo, come avvenne nel 1984 per Je vous salue Marie di Jean-Luc Godard. Precisiamo subito, allora, due cose:
Film amaro e di denuncia, Maria full of Grace non può lasciare indifferenti gli spettatori. La straordinaria
voglia di vivere di Maria si trasforma in una
dolorosa via crucis, disegnata con una messinscena che cura persino i particolari
e i contrasti. E’ così che facciamo la conoscenza di questa giovane ragazza in
un roseto, luogo romantico per eccellenza, trasformato dal mondo industriale in
ghetto di tormenti e vessazioni. Il lavoro di Maria
consiste nel togliere le spine dal gambo delle rose da confezionare, ma le vere
spine da togliere sono, per lei, ben altre: quelle di un amore finito, del
figlio che si porta in grembo, della famiglia numerosa che le grava addosso,
del lavoro che non trova, di una Colombia piena di luce che nasconde lo
squallore degli indigenti, del tanto allettante quanto losco ambiente della
malavita, della sua solitudine disperata. A seguito di un permesso negato, la
ragazza si ribella, molla tutto e spera di trovare un’occupazione migliore e
diversa. Con la conoscenza casuale di Franklyn sembrerebbe aprirsi per lei uno spiraglio di luce;
ma è una trappola ben più pericolosa di quanto ella
possa immaginare. Lo sua grande forza d’animo la farà
uscire dal tunnel, ma il finale resta comunque aperto a imprevedibili sbocchi:
quale sarà in realtà il suo futuro?
Joshua Marston non dà giudizi e non lancia anatemi; si limita a descrivere una situazione, a narrare una storia che sembra purtroppo comune a molte altre ragazze colombiane e a filmarla con uno stile asciutto, da reportage. Non cerca di allettare con effetti speciali ed esercizi di bella scrittura; gli bastano una fotografia limpida e una colonna sonora funzionale al tema per dire quello che ha in mente. Ovviamente, qualcosa da rivedere ci sarebbe; Marston paga, in certo qual modo, la sua voglia di fare un cinema indipendente con le inevitabili sfasature dell’opera prima – dialoghi fin troppo prevedibili, l’uso esagerato della macchina da presa a spalla per accentuare il realismo di alcune sequenze, la descrizione della psicologia dei personaggi non sempre soddisfacente, il compiacimento eccessivo sul particolare orripilante della ragazza morta e sventrata per l’asportazione dallo stomaco delle capsule di droga - ma supera l’esame del debutto a pieni voti. Ottiene, soprattutto, quello che gli preme di più: il coinvolgimento emotivo degli spettatori. Grazie anche all’intensa interpretazione della Moreno
, gli spettatori dimenticano ben presto gli accostamenti religiosi richiamati dal titolo, per seguire la sorte della protagonista. La sacralità violata diventa, allora, quella della maternità, dei diritti umani, della vita. Più che una “Maria piena di grazia”, insomma, abbiamo davanti agli occhi una “Madre dolorosa” che, non tanto per risolvere i suoi problemi, quanto per ottenere almeno un briciolo di solidarietà, può fare affidamento solo su Blanca, amica e “pia donna”. La com-passione a tanta sofferenza, fa scaturire un ringraziamento spontaneo al cielo quando, dopo tante traversie, appare qualcuno che caritatevolmente e generosamente accorre in aiuto di Maria e delle altre ragazze. La consapevolezza di avere assistito a una storia vera ci riserva, infine, un ultimo colpo di scena. Il timore che il finale sia stato costruito per addolcire la pillola svanisce e si tramuta in sollievo quando si apprende che l’attore Orlando Toblon, nella vita, fa esattamente il lavoro del personaggio Don Fernando che interpreta nel film. Usciamo fuori dalla sala respirando meglio: Maria ha veramente trovato un amico.