Apologia del fallimento in Little Miss Sunshine 

 

 

 

Un consiglio rivolto a quei genitori che accompagnano le loro bambine ai concorsi di bellezza e restano al loro fianco con trepidazione, aumentando la tensione ed esasperando gli animi: non perdetevi la visione di Little Miss Sunshine  della coppia Jonathan Dayton e Valerie Faris. Il consiglio, ovviamente, va anche a chi, pur non essendo interessato in alcun modo ai concorsi di bellezza, ha voglia di vedere un bel film, spregiudicato e profondo, brioso e riflessivo, spudoratamente canzonatorio e intensamente umano. In bilico tra il cinema dell’assurdo e la tragicommedia, Little Miss Sunshine  richiama, infatti, l’atmosfera di Bellissima con la colonna sonora della Famiglia Brambilla in vacanza. Come dire: sorrisi amari, divertimento puro e riflessioni profonde.

 

Al centro della vicenda la famiglia Hoover e, al centro del centro, Olive, una bambina occhialuta e grassottella di sette anni che aspira a diventare reginetta di bellezza. Il desiderio della bambina resterebbe sogno se non arrivasse la comunicazione inattesa della sua ammissione al concorso di bellezza per bambine più famoso della California: Little Miss Sunshine. Il viaggio da Albuquerque al Pacifico, da compiere in soli tre giorni e con un pulmino VolksWagen poco affidabile, è l’ ostacolo meno rilevante che gli Hoover devono superare. Ogni componente, infatti, sale sul pulmino portandosi dietro anche i problemi che lo affliggono. E così il padre, Richard, di professione motivatore, ha una mano al volante e l’altro al telefono, nell’attesa di ricevere notizie dell’imminente pubblicazione di una teoria su "nove passi per ottenere il successo" che ha diligentemente elaborato; la madre, Sheryl, è completamente presa dal compito di tenere unita una famiglia sbrindellata nella quale ha dovuto inserire anche il fratello Frank, depresso e gay, che si autodefinisce il massimo esperto americano di Proust e lotta per dimenticare l’affascinante studente che lo ha tradito e lo ha spinto a tentare il suicidio; Dwayne, il figlio adolescente accanito lettore di Nietzsche, che ha deciso, per voto, di rimanere in silenzio fino a quando non verrà ammesso all’Accademia aeronautica e il nonno, infine, sbattuto fuori da una casa di riposo, che non intende rinunciare ai suoi stravizi: coca nel borsello e sesso in testa.

 

Il viaggio da compiere a qualsiasi costo per la felicità della piccola Olive si trasforma, allora, in terapia di gruppo, giacché la condizione indispensabile per arrivare al traguardo è quella di superare le ossessioni e gli interessi personali e di mettersi al servizio degli altri. Il modo con il quale viene risolto il problema della messa in moto del pulmino con la frizione guasta diventa eloquente metafora: parcheggio in discesa, tutti a spingere e via con i salti, uno dopo l’altro, uno a trainare l’altro, prima donne e bambine, poi anziani, infine i più giovani.

 

Nell’America che vuole tutti vincenti, questo film è un’apologia del fallimento. Nessuno degli Hoover riesce a coronare il suo sogno, ma nessuno si sente perdente perché tutti hanno cercato di mettere in pratica la massima del nonno: “Un vero perdente non è uno che non vince. Un vero perdente è uno che ha talmente paura di non vincere da non provarci neanche. Il viaggio, in fondo, rappresenta per tutti l’occasione buona per tirare le somme. Il bilancio in rosso con il quale si chiude ogni singola aspirazione (insuccesso editoriale per Richard, overdose mortale per il nonno, scorno affettivo e professionale per Frank, daltonismo per Dwayne) diventa catastrofico proprio nel momento e nel luogo da tutti agognato.  Quando Olive viene chiamata per la sua esibizione in pubblico può succedere di tutto; e, infatti, è proprio quello che succede. Gli ultimi cinque paradossali minuti del film si ricorderanno a lungo: la tensione si scioglie in una rappresentazione dissacrante e catartica. I nove passi per ottenere il successo vengono compiuti dalla famiglia Hoover in direzione opposta, ma il fallimento avviene a ritmo di danza collettiva e con il sorriso sulle labbra. Se vincere un concorso di bellezza è stress e annientamento di se stessi, perderlo è felicità somma. Nella sconfitta, la famiglia Hoover ritrova l’unità e il piacere di vivere, due valori assenti nel loro menage. Prima di entrare in pista, ognuno di loro ha dovuto superare sconfitte individuali, rendersi conto personalmente che i familiari possono starci vicini con affetto, ma non ci possono sostituire. Nell’ora delle scelte è giusto che ognuno si assuma la propria responsabilità. Per questo, tra tante belle scene e divertenti dialoghi, la mia preferenza va ad una sequenza muta, e precisamente a quella che segue l’esplosione di rabbia di Dwayne, il quale, dopo avere scoperto di essere daltonico e di dovere quindi rinunciare all’accademia aeronautica, è precipitato nello sconforto, non vuole più continuare il viaggio e se ne sta tutto solo in fondo ad un avvallamento. I suoi familiari lo guardano dal ciglio della strada, impotenti e rispettosi della sua volontà, ma anche preoccupati e demoralizzati. E’ a questo punto che interviene mamma Sheryl. Si rivolge ad Olive e le chiede di provare lei a convincere il fratello. Ci si aspetta che la bambina dica qualcosa, che implori, o pianga. Nulla di tutto questo. L’unica cosa che la piccola riesce a fare è un gesto naturale: passa il suo braccino sulla spalla del fratello. Un istante di silenzio; poi, Dwayne si alza e dice semplicemente: “andiamo”.

 

 

Little Miss Sunshine   

Regia: Jonathan Dayton e Valerie Faris

Con: Greg Kinnear, Toni Collette, Steve Carell, Paul Dano, Alan Arkin, Abigail Breslin.
USA, 2006.

Durata:  101’