Il mistero della morte prematura

ne La stanza del figlio di Nanni Moretti

 

 

 

La cosa più sconcertante del dolore è che arriva senza preavviso. Di più: arriva lo stesso giorno in cui siamo convinti di avere raggiunto la completa felicità.

 

Non siamo i primi e gli unici ad occuparci dell'ultimo film di Nanni Moretti, La stanza del figlio, imperniato sul tema della morte accidentale di un ragazzo e del dolore che si abbatte sulla sua famiglia. Probabilmente qualcuno obietterà che non avrei dovuto occuparmene, giacché solitamente prende in esame film che hanno come protagonisti i bambini, non i giovani in generale. E' un'obiezione lecita alla quale posso rispondere solo citando un episodio personale.

Ho perso mia madre quando ero già adulto. In occasione delle feste e nel periodo  delle vacanze, andavo sempre a trovarla e, tra le tante cose che mi divertivano, ce n'era una che mi faceva particolarmente felice; era il suo modo di chiamarmi, addirittura di trattarmi. Per lei non sono mai cresciuto: continuavo ad essere il suo piccolino. Un giorno, quando le feci notare che certi diminutivi e vezzeggiativi stonavano un po' con la mia età, mi disse: "per una madre, i figli non crescono mai".

 

Nel film di Moretti ci si commuove perché muore un figlio, uno che resterà eterno bambino per i suoi genitori. Tante altre volte il cinema si era interessato alla morte prematura, e per questo motivo la novità del soggetto è relativa; di originale, questa volta, c'è la descrizione della quotidianità dei gesti, l'avere puntato l'obiettivo sull'antipoetico fluire dei giorni svuotati di una presenza cara. Lo spettatore, in tal modo, è testimone dell'improvvisa rivoluzione che si abbatte su una famiglia borghese che ha tutto e che si ritrova a piangere impotente intorno ad una bara. Il passaggio dalla serenità alla tristezza è repentino; non più le allegre e spensierate gite in macchina, il salutare footing e la passionale partecipazione a gare sportive, ma il mesto rito di scrivere bigliettini di ringraziamento agli amici compartecipi del dolore, il silenzioso rispolverare ricordi, il disperato tentativo di fare rivivere in qualche modo l'impossibile aggrappandosi ad una persona sbucata dal nulla che avrebbe potuto anche fare parte del nucleo familiare.

 

Siamo, come è stato rilevato da molti, di fronte ad un Moretti diverso, un Moretti che ha cambiato registro e ha messo d'accordo sia quanti lo adoravano (i morettiani), sia quanti lo trovavano odioso, spocchioso ed eccessivamente autobiografico. Nei suoi precedenti film le convinzioni socio-politiche prevalevano sull'evolversi dei fatti; qui balza in primo piano il racconto filmico, la narrazione della storia. E sarebbe stata una storia come le altre se egli (e con lui tutti gli altri ottimi attori, da Laura Morante ai giovani Jasmine Trinca e Giuseppe Sanfelice) non l’avesse visceralmente sentita  e se non avesse scelto di narrarla prediligendo gesti, momenti, espressioni che sono di tutti. Ad imporci delle riflessioni su qualcosa che naturalmente siamo portati ad accantonare non è solo il tema della morte di un ragazzo - "la morte dei vecchi è un approdare al porto, ma quella dei giovani è un naufragio", si legge in un frammento di Plutarco -, ma anche le difficoltà psicologiche che i familiari devono affrontare per superare il dolore. Un dolore che si trasforma in domande senza risposta e in inutili se ("Se quel giorno non fossi andato…; se ci fosse stata un'altra combinazione di circostanze; se…") e sbatte inevitabilmente sul mistero della morte prematura, sull'osservazione di Erich Fromm: "Morire è tremendo, ma l'idea di dover morire senza aver vissuto è insopportabile". Per renderla meno insopportabile, Moretti indica la soluzione dell'accettazione degli altri e dell'apertura alla vita che continua.  Certo, si può anche discutere e non condividere questa sua scelta per arrivare al superamento del dolore, ma perché giudicarla, come qualcuno ha fatto, superficiale? Un film non è un testo di filosofia, o di teologia; e, allora, perché chiedere ad un regista quelle risposte che solitamente stentano a dare anche i saggi e i religiosi?

 

 

La stanza del figlio

Italia, 2001

Regia: Nanni Moretti

Con: Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando

Col. 99’