
I
cuori dei padri e i loro pezzi
La
mela di Samira Makhmalbaf
E’ vero che i
figli “so piezz’e core”, ma poi bisogna vedere di
quale cuore si parla. Perché, anche quando si parla di quelli
dei genitori, bisogna convenire che non tutti i cuori
sono uguali.
Prendiamo,
per esempio, il cuore del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, quello di Pane e fiori, Il silenzio
e Viaggio a Kandahar. Bene: ha una figlia che
si chiama Samira e che ha ereditato da lui l'amore
per il cinema. A soli 15 anni, Samira decide di
abbandonare la scuola e di seguire il
lavoro del padre. E Mohsen
che fa? Invece di strepitare e di imporsi con la sua autorità, la incoraggia a intraprendere la carriera di regista e scrive per lei la
sceneggiatura de La mela. Così, a 18 anni, Samira
dirige il suo primo film e lo presenta a Cannes '98, riscuotendo
un notevole successo di critica. Un anno dopo è la volta di Lavagne che
ottiene, sempre a Cannes, il prestigioso Premio della
Giuria. Arriva per il mondo l’appuntamento con la follia dei terroristi e con
il disastro delle Twin Towers
e il produttore francese Alain Brigand
affida a undici registi di varia nazionalità le reazioni all’attentato,
imponendo loro solo un limite di budget e di durata: 11 minuti, 9 secondi e un
fotogramma. Samira Makhmalbaf
fa parte del gruppo e firma il primo episodio di 11 settembre 2001. Il
film fa il giro del mondo e il suo nome appare assieme a quelli di Claude Lelouch, Yusef Shahin, Idrissa
Ouedraogo, Danis Tanovic, Ken Loach,
Alejandro Gonzàles Inarritu, Amos Gitai, Mira Nair, Sean Penn
e Shohei Imamura. Nel 2003,
è la volta de Il piacere della follia e di Alle
cinque della sera. Non male per la
carriera di una donna giovanissima e iraniana, dietro la quale, tuttavia, non
si riesce ad eliminare “il pezzo di cuore” del padre che scrive per lei,
consiglia, fa da montatore.
Un
pezzo di cuore che contrasta enormemente con un altro pezzo di cuore paterno,
quello di un certo Ghorbanali Naderi,
mezzo mendicante e mezzo mullah, che a Teheran, per
ignoranza e miseria, tiene segregate in casa le figlie
gemelle Zarah e Massoumeh. La madre delle bambine, cieca e affetta di coprolalia, invece di
ribellarsi all’ostinata interpretazione integralista del Corano fatta dal
marito (“le mie figlie sono come dei fiori, non dovrebbero essere esposte al
sole, altrimenti morirebbero”), ne diventa sostenitrice e complice. Fino a quando alcune donne vicine di casa, impietosite, non
denunciano il fatto alle autorità. Sarà l’assistente sociale a constatare la condizione penosa in cui versano le due
bambine e a intervenire legalmente, disponendo per l’affidamento a un’altra
famiglia.
S’è
raccontato, in dieci righe, un film che dura 85 minuti e una storia durata
undici anni. Impossessatasi del fatto di cronaca realmente accaduto, Samira Makhmalbaf ha girato,
prima in video e poi con riversamento in pellicola, La mela, un piccolo
gioiello di film di denuncia, utilizzando i protagonisti reali della vicenda e
mescolando abilmente finzione e realtà.
Ancora una volta, il cinema iraniano si interessa
ai bambini, ma in questo caso lo fa con l’occhio di una regista appena uscita
dall’infanzia, che sembra volere partecipare con gli strumenti di cui può
disporre (la cinepresa, per l’appunto) alla catena di solidarietà femminile che
scatta tra le vicine di casa delle gemelline.
Qualcuno ha visto in questo film una lezione morale e sociale, sottolineando l’importanza terapeutica e pedagogica del
cinema; se così fosse, ci sarebbe da commentare che, per accorgersi delle
ingiustizie perpetrate nei confronti di due bambine e per denunciarle, undici
anni sono un’eternità. Quando le due
protagoniste potranno cominciare ad aprire gli occhi sul mondo circostante e ad
assaporare la semplice bellezza di una mela legata a
un filo che un bambino più fortunato fa oscillare davanti ai loro occhi,
avrebbero dovuto scoprire da tempo altre realtà, altri giochi, altra felicità. Ma accontentiamoci dei piccoli passi purché siano
indirizzati nella direzione giusta, leggiamo con I. Bignardi
(La Repubblica 30 aprile 1999)
“la storia di Zarah e Massoumeh
come una metafora della condizione della donna in Iran” e, soprattutto,
speriamo che “le due ragazzine prigioniere delle paure e delle superstizioni
del padre, che le ha segregate in casa sino a ridurle a uno stato di semi
idiozia e di incapacità di esprimersi, abbiano trovato, alla fine della loro
drammatica storia e della catartica ricostruzione messa in cinema da Samira,
un senso diverso alla loro vita”.
La mela (Sib)
Iran,
1998
Regia: Samira Makhmalbaf
Con: Ghorbanali Naderi, Massoumeh Naderi, Zahra Naderi
Col. 85’