La bambina e il gatto:

voglia di affetto in Luce dei miei occhi di Giuseppe Piccioni

 

 

Snobbato dalla critica, Luce dei miei occhi di Giuseppe Piccioni si è preso la rivincita quando è approdato nelle sale. Ad entusiasmarsi sono soprattutto gli amanti di quel cinema italiano che racconta storie semplici, in bilico tra fiaba e realtà, costruite per intrattenere e commuovere; storie che parlano di un amore dei nostri giorni, fatto di crisi e di solitudini, di insoddisfazioni e di mal di vivere. Spesso si tratta di personaggi fuori dal mondo (per usare la stessa espressione che fece da titolo al precedente film dello stesso regista) per opposti motivi: o perché vivono di fantasia, o perché la cruda realtà li ha proiettati ai margini degli affetti. L'incontro tra questi mondi fa da incipit alla storia. Antonio (Luigi Lo Cascio), di professione autista e accanito lettore di romanzi di fantascienza, incontra per caso Maria (Sandra Ceccarelli) e se ne innamora. Sarebbe un amore come tanti, se tra i due non ci fosse l'abisso di un diverso modo di concepire la vita. L'uomo, infatti, è semplice, disponibile, tenero, affidabile, gentile, con un normale passato di onesto e solerte lavoratore, una sorta di extraterrestre; la donna, al contrario, è sommersa da problemi economici e affettivi. Si è indebitata fino al collo mettendo su un negozio di surgelati, non riesce a liberarsi dallo strozzinaggio di un perfido individuo senza scrupoli, è impelagata in burrascose e sbagliate storie affettive e, soprattutto, rischia di perdere l'affidamento della figlia Lisa. L'altruismo e la generosità di Antonio - che nell'anonimato tenta di venire incontro a Maria, rischiando in prima persona e offrendo all'insaputa della donna le sue prestazioni allo strozzino senza scrupoli - non sono sufficienti a fare breccia nel cuore inaridito  della donna. Solo quando la legge le toglierà la figlia, Maria si renderà conto del vuoto interiore in cui vive e cercherà di riacquistare la luce dei suoi occhi.

 

Questa la storia. Una storia che solo apparentemente ruota intorno a due adulti che stentano a mettere radici e sbagliano quasi sempre, qualunque cosa facciano. In realtà, tra loro, si inserisce il personaggio della bambina (ed ecco il motivo per cui ce ne occupiamo) che solo ai distratti può apparire come figura secondaria. Qualche anno fa è passato sugli schermi - quasi inosservato, come tutte le opere di un certo spessore - un film francese di Cédric Klapisch che aveva per titolo Ognuno cerca il suo gatto e che, dietro la semplice metaforica storia di una ragazza ventenne che, dopo avere inutilmente cercato in tutto il quartiere il gatto smarrito, se lo ritrovava a casa, lanciava un messaggio preciso: talvolta, quello che andiamo disperatamente cercando altrove lo abbiamo sotto gli occhi. Il riferimento a Klapisch è più calzante di quanto si possa pensare per almeno due motivi: prima di tutto  perché un gatto, con tutto il suo significato simbolico affettivo, è presente anche nel film di Piccioni; e, in secondo luogo, perché anche dalla storia di Maria e Antonio si può ricavare lo stesso messaggio della felicità che non va necessariamente cercata altrove. L'espediente del gatto è un bell'esempio di come si possa narrare filmicamente uno stato d'animo. Esaminiamo attentamente tre sequenze.

 

La prima serve da pretesto per l'incontro tra Antonio e Maria. Un gatto è scappato. Lisa, rimasta sola a casa, esce in strada per recuperarlo e rischia di finire sotto la macchina di Antonio. Non ci sarà nessun incidente, ma quando arriva Maria si verifica uno scontro di cuori e, ad avere la peggio, sarà proprio il tenero autista che rimane abbagliato da una bellezza tanto affascinante quanto triste.

 

Un gatto - un altro gatto che ha smarrito la strada di casa - provoca la svolta dell'intera vicenda. Accade, infatti, che Lisa, stanca di avere una madre che non riesce a diventare migliore, una mattina, marina la scuola e si perde nella periferia romana. E' lì che avviene l'incontro con la tenera bestiola; è lì che i due si fanno compagnia fino a quando non interviene una pattuglia della polizia alla quale la bimba confessa, mentendo: "Mia madre è morta". L'episodio provocherà l'affidamento di Lisa ai nonni paterni e la presa di coscienza di Maria che, superati i momenti di disperazione, cercherà in Antonio lo scoglio al quale aggrapparsi per non naufragare definitivamente.

La terza sequenza, infine. Maria ha un amante, un uomo che non le dà nessuna sicurezza e col quale litiga spesso. Una sera i due bisticciano. Le loro urla giungono alle orecchie di Lisa che, accovacciata nel suo lettino, ha paura e si tappa le orecchie. Stavolta la gattina è lei. Resiste nella sua cuccia fino a quando non passa la tempesta; poi scende dal letto e si affaccia sul terrazzo di casa. Maria è ubriaca, in preda ad una crisi di distruttività. Lisa la guarda e capisce che sua madre non può darle quello che non ha. Il giorno dopo scappa via di casa.

 

E pensare che, a volte, basta una carezza.

 

 

Luce dei miei occhi

Italia, 2001

Regia: Giuseppe Piccioni

Con: Luigi Lo Cascio, Sandra Ceccarelli, Silvio Orlando, Barbara Valente

Col. 112’