
Kolya
Il
mestiere (e l’arte) della paternità
Praga, 1988. Louka, violoncellista dell'orchestra filarmonica ceca, non
allineato alle direttive del partito, sopravvive suonando ai funerali e
decorando i nomi sulle tombe del cimitero. Scapolo e
donnaiolo, accetta per denaro di sposare una donna russa molto più giovane di
lui e già madre di Kolya, un bambino di 5 anni.
Il matrimonio serve di copertura alla donna che ha bisogno di acquisire la
cittadinanza ceca per emigrare in Germania. Subito dopo le nozze, la donna
sparisce e lascia Kolya alla nonna che, però, ha un
infarto e muore. Kolya passa a Louka, il quale si ritrova
improvvisamente con un figliastro che non avrebbe mai voluto. Il
rapporto tra i due diventa ancora più difficile per il fatto
che Louka non parla il russo e Kolya non conosce una parola della lingua ceca. Il primo
bacio spontaneo e la prima carezza della mano del bambino diventano gesti di rivelazione per l'uomo che inizia a vivere momenti di
gioia. Rischiando sulla sua pelle, Louka sfida lo
stato e la sua burocrazia e si dedica alla felicità del bambino intraprendendo
con lui un lungo viaggio. Ma siamo alla fine del 1989:
il regime socialista crolla e la madre di Kolya torna
a Praga…
Figlio
di un noto attore ceco di commedie (lo stesso che interpreta la parte di Louka in Kolya), Jan Sverak evidenzia una spiccata
inclinazione nei confronti del cinema americano (e di quello spielberghiano in particolare). Poco conosciuto in Italia,
ha girato il suo primo film - Obecna skala - nel
1991. Il suo nome appare in vari festival, inclusa la Mostra del Cinema di
Venezia dove, nel 1994, presenta Akumulator
I . Nello stesso anno, Sverak
gira anche Jizda. La notorietà arriva con Kolya che, nel 1997, vince l'Oscar per il
miglior film straniero.
Kolya è solo in apparenza un film semplice e tenero. In realtà, si
tratta di un'opera ricca di contenuti e confezionata con gusto. Valga per
tutte, sotto l'aspetto stilistico, la sequenza della malattia del bambino,
girata con una serie di particolari in rapida successione (il termometro, la mano, la faccia, l'ombra,
ecc.). Il tema principale del film è quello del difficile mestiere (l'arte?)
della paternità, ma ad esso se ne intrecciano altri di
non minore interesse: la situazione politica della Cecoslovacchia negli anni
della "rivoluzione di velluto", la paura, la voglia di affetto dei
bambini, l'egoismo degli adulti, la solitudine…
La
paternità, anche se provvisoria e
acquisita controvoglia, è sempre causa di cambiamenti. Nella vita del
violoncellista, Kolya è un segno straordinario che si
manifesta nel quotidiano e provoca una sorta di rivoluzione psicologica e
individuale all'interno di quella sociale e collettiva. Questo film - come dice
Silicio Danese - "è fatto di spostamenti progressivi del sentire
l'emozionante avvicinamento tra il vecchio e il bambino". E se "per il musicista si tratta di scoprire il luogo della
comunicazione, da dove arrivano i messaggi del bambino: la reticenza, il
dolore, la solitudine, l'istinto al gioco", per Kolya
le scoperte sono altre: il linguaggio, il volo dei piccioni, la musica, la
fiaba, la carezza, il mondo dei grandi…
La
metafora dell’amore, inteso come musica che addolcisce la vita, diventa
scoperta e conquista anche per gli spettatori; quelli più sensibili,
ovviamente, perché se la “sinfonia” è uguale per
tutti, solo chi ha orecchio delicato riesce a gustarla appieno.
Kolya
Cecoslovacchia, Gran
Bretagna, Francia, 1996
Regia: Jan
Sverak -
Con Zdenék
Sverak, Andrej Salimov, Libuse Safrankova, Ondrej Smoljak, Irina Livanova
Col. 112’