Il più bel giorno della mia vita

 

Una videocamera per Chiara

Il più bel giorno della mia vita di Cristina Comencini

 

 

Chiara è una bambina che si accinge a vivere il più bel giorno della sua vita, ossia quello della Prima Comunione. Frequenta il catechismo, parla con Gesù, dipinge, prega, ma soprattutto osserva, anzi "spia". Spia il mondo che la circonda, quello della sua famiglia, dove si intrecciano storie e passioni, delusioni e frustrazioni, amori e rancori: nonna Irene (relegata in una villa in decadenza come la sua esistenza), lo zio Claudio (giovane avvocato gay), la zia Sara (vedova, solitaria, in preda a paure di ogni genere, con l'ossessione del figlio Marco che sta ricalcando la strada di suo fratello Claudio), la sorella Silvia (con i suoi turbamenti di adolescente), il padre Carlo (impotente di fronte al disfacimento del suo matrimonio), la madre Rita (che corre inevitabilmente verso un nuovo amore).

 

C'è un bel po' di malattia familiare nell'ultimo film di Cristina Comencini, figlia di Luigi. E non è novità assoluta. Già in Va dove ti porta il cuore (1996), in Matrimoni (1998) e in Liberate i pesci (2000), aveva raccontato storie familiari dove le vicende si intrecciavano e si dipanavano, con una tecnica narrativa gradevole e un montaggio accattivante. Non è novità neanche la descrizione dei personaggi e la scelta degli attori, tutti nei giusti ruoli, da Virna Lisi a Margherita Buy, da Luigi Lo Cascio a  Sandra Ceccarelli. Come dire: una dignitosa confezione all'italiana. Che ha, però, un interessante particolare sul quale riflettere: il punto di vista, o - se si vuole, dato che stiamo parlando di cinema - l'inquadratura.

 

Precisiamo. Nel cinema, l'inquadratura è essenziale. E' la collocazione della macchina da presa, la scelta operata dal regista, il suo "occhio". Un film è, in ultima analisi, quello che il regista vede e che ci vuole fare vedere. La sua non è una scelta speciale e gratuita, giacché anche nella realtà ognuno di noi compie la stessa operazione. Quando osserviamo un fatto, quando narriamo ciò che abbiamo visto, non osserviamo o narriamo in modo oggettivo, ma seguendo sempre il nostro punto di vista, la nostra "inquadratura", per l'appunto. Ne Il più bel giorno della mia vita, la Comencini sceglie gli occhi di una bambina e si cela dietro di lei. Si impossessa dell'eredità paterna (Incompreso, Le avventure di Pinocchio, Voltati Eugenio, Un ragazzo di Calabria) e la fa sua; dopo una lenta e quasi casuale preparazione di immagini traballanti riprese qua e là nella storia passata di una fetta della borghesia italiana, si orienta nella sequenza finale verso il regalo della videocamera che la piccola Chiara utilizza immediatamente per fissare i volti dei suoi familiari e commentarli con una voce fuori campo più matura e più fredda: "Questa è la mia famiglia". Apprendiamo così del divorzio scontato tra i suoi genitori e della crescita di una bambina che, con la gioia della prima grande festa tutta per lei, si porta dietro anche le prime delusioni. Non sono più delusioni solo viste e ascoltate dal suo spiare di ragazzina, ma documentate dall'occhio freddo del mezzo. Quando sarà cresciuta, Chiara potrà rivederle - esattamente come fa la nonna - e trarre le sue conseguenze; potrà dire che la vita è un film déjà vu, potrà piangerci sopra e ubriacarsi come la zia Sara quando scopre il vero volto della voce amica che aveva riempito la sua solitudine, potrà sdrammatizzare le pene d'amore, potrà rivedere certi inflessibili giudizi della società sugli errori delle persone e sui comportamenti sessuali.

 

Potrebbe anche, nell'ipotesi in cui dovesse diventare regista, costruirci sopra un film e lasciare perplessi quegli spettatori che, non conoscendola, si chiederebbero: "ma è un film autobiografico?"

 

 

Il più bel giorno della mia vita

Italia, 2002

Regia: Cristina Comencini

Con: Virna Lisi, Margherita Buy, Sandra Ceccarelli, Luigi Lo Cascio, Maria Luisa De Crescenzo

Col. 102’