Una valigia piena di affetto
ne Il papà di Giovanna di Pupi Avati
E’ tutto nella locandina il
film di Pupi Avati Il papà di Giovanna, presentato a Venezia 2008.
Un uomo è seduto su una panchina e guarda sorridente l’obiettivo. Ha una
valigia sulle ginocchia e, al suo fianco, si vede una ragazza non triste né
allegra, non brutta né bella, che fissa lo sguardo a metà tra lui e il vuoto. L’uomo si chiama Michele Casati e insegna al
Liceo Galvani di Bologna. La ragazza è sua figlia
Giovanna, fragile adolescente che
frequenta la stessa scuola. La valigia è d’altri tempi, ma ha pur sempre il suo
legame con il viaggio, con qualcosa che ci si porta dietro, con effetti
personali, regali, ricordi.
Partiamo, allora, dalla valigia
e dal tema del viaggio. Michele, il papà di Giovanna, viaggia per andare a
trovare sua figlia, rinchiusa in un ospedale psichiatrico di Reggio Emilia.
Prima ancora ha effettuato una serie di altri viaggi,
reali e metaforici: dietro un alunno per indurlo a corteggiare la figlia, in
giro per negozi per comprare a Giovanna il vestito della festa, di notte per
soccorrerla in un momento di crisi isterica, giù per le scale della scuola il
giorno in cui la migliore amica di Giovanna viene trovata cadavere, dietro la
speranza che l’assassina non sia stata sua figlia, in visita al carcere per
dirle che può contare sempre su di lui. Viaggi tutti che hanno in comune la
valigia piena di affetto che Michele Casati, a differenza di sua moglie, non vuole
mettere da parte, perché in quell’involucro di
cartone ha messo anche i suoi sogni di padre. Sogni costruiti per proteggere una creatura delicata dai pericoli
della società; sogni andati in frantumi in una sola mattinata, quando, in un
certo senso, si è ritrovato complice del delitto. E’ per
questo che, una volta accertata la colpa di Giovanna, anche lui vuole
scontarne la condanna, non esitando a raggiungerla sulla panchina della
solitudine: isolata dal mondo lei, isolato dalla società lui. Per amore di lei,
rinuncia a tutto, persino al valore della cultura e del linguaggio, regredendo
ad uno stato di infantilismo pur di non lasciare sola
la sua bambina. Non illuda, pertanto,
il sorriso forzatamente ostentato, perché Michele, a metà tra un “Padre
Coraggio” brechtiano e un eroe tragico greco, quando
è accanto alla figlia, sa come mascherare la sua
tristezza.
E Giovanna? Come tutte le
creature disturbate non ha piena coscienza di quello
che fa. E’ fragile, ma non lo sa; uccide, ma crede di fare la
cosa giusta; sceglie l’arma del delitto e nasconde le prove della sua colpa in
modo infantile; sta in carcere e in manicomio, ma sembra non dispiacersene
troppo. Insomma: non si rende conto di vivere in un inferno. Sorride
perché le basta avere accanto l’unica persona che non
l’ha mai tradita. Ci fossero su quella panchina il ragazzo di cui s’era
infatuata che non le ha mai dato un bacio, o la sua migliore amica che l’ha
tradita nella palestra della scuola, diventerebbe di nuovo
isterica.
Manca, in questo gruppetto di
famiglia, una terza persona: la madre. E’ un’assenza significativa.
Si chiama Delia, è una bella donna, ma non ha avuto il coraggio di affrontare
il ciclone che si è abbattuto sulla sua casa. Convinta delle responsabilità del
marito, ha deciso di abbandonare anche la figlia e di rifarsi una vita. Prima della Liberazione e dopo, quando
l’Italia intera si stava dedicando alla ricostruzione e ad eliminare le macerie
della guerra, ha accettato la corte dell’amico di famiglia e ispettore di
polizia, Sergio Ghia e, alla sua morte, quella di un
altro uomo. Incontrerà Michele e Giovanna a tempesta finita e per caso, nel
buio di una sala cinematografica. Sarà troppo tardi: sulla panchina, ormai, non
c’è più posto per lei.
Ovviamente, nel film di Pupi Avati, ci sono altre cose che vanno oltre la locandina. In una storia che parla – come ha detto lo
stesso regista - “di un padre e una
figlia con un rapporto quasi simbiotico, con una complicità malata che li porta
ad allontanarsi pericolosamente dalla realtà”, hanno importanza anche i
riferimenti all’arte di Giorgio Morandi, la
ricostruzione di una Bologna dai colori seppiati che rimanda a fotografie
d’epoca, l’ambientazione storica che riassume in 15 anni (1938 – 1953) Fascismo, Seconda Guerra Mondiale, Repubblica
di Salò e Liberazione, l’omaggio a Monicelli e Sordi
con la citazione della Grande Guerra,
le interpretazioni del premiato Silvio Orlando, dei
sorprendenti Ezio Greggio e Serena Grandi, della delicata Alba Rohrwacher, della bella e algida Francesca Neri. Nel
panorama abbastanza deludente della Mostra, Il
papà di Giovanna ha avuto i suoi estimatori e i suoi premi (Coppa Volpi a Silvio Orlando, il Leoncino d’oro e il Premio Padre Nazareno Taddei, assegnato
“al film che esprime autentici valori umani con il miglior linguaggio
cinematografico”), ma si ha l’impressione che la storia riesca ad emozionare
solo a tratti. Se avesse mantenuto anche nella seconda parte ciò che di buono
s’era visto nella prima, se non fosse diventata improvvisamente sceneggiato
televisivo, se i viaggi di Michele Casati fossero stati meno ripetitivi,
probabilmente saremmo qui ad applaudire con più convinzione un’opera che, comunque, è da collocare tra le migliori viste a Venezia
2008.
Il papà di Giovanna
Regia:
Pupi Avati
Con: S. Orlando, A. Rohrwacher, F. Neri, E. Greggio, S. Grandi, M. Morabito,
P. Graziosi, G. Jannuzzo
Italia, 2008
Durata: