La
tesi di Edoardo Winspeare:
Il miracolo che tutti possiamo compiere.
Bisogna
credere ai miracoli, oppure no?
Alzi
la mano chi non si è posto questa domanda almeno una volta in vita sua,
sentendosi conseguentemente invischiato in una ragnatela di dubbi.
Nella storia
del cinema, il più illustre punto di riferimento su questo argomento
resta senza dubbio Ordet - La parola,
penultimo film di Carl Theodor
Dreyer. Un film in bianco e nero che nel 1955 fu
premiato a Venezia con il "Leone d'Oro". Il santo che operava il
miracolo di fare resuscitare dalla morte la cognata
prematuramente scomparsa era, in quel caso, Johannes,
uno strano e incompreso studente in teologia, convinto di essere il Messia ma
considerato da tutti gravemente depresso.
Non credo che
Edoardo Winspeare (trentottenne regista nato a Klagenfurt, in Austria, ma da
sempre residente a Depressa, nel Salento)
abbia pensato al maestro danese mentre girava Il miracolo - suo terzo
lungometraggio dopo i tanto interessanti quanto poco noti Pizzicata (1996) e Sangue Vivo (2000) - che ha
presentato nell’ edizione 2003 della Mostra del Cinema
di Venezia. Non lo credo perché tra i due registi, oltre alle differenze di età, epoca, nazione e cultura, ci sono punti di partenza e obiettivi diversi
che non possono portare alla stessa conclusione, perché uno è luterano e non
può fare a meno di inserire nei suoi film (La passione di Giovanna D'Arco, Dies irae) l'ossessiva
ricerca religiosa, mentre l'altro è per sua definizione un "cristiano
laico" il quale, pur avendo la certezza che dopo la morte ci sia qualcosa, odia i dogmi.
La risposta
alla domanda iniziale, pertanto, è tutta nella premessa. Se
uno è convinto che Dio esiste e che interviene nella nostra vita, non ha
nessuna difficoltà ad ammettere che possono accadere eventi straordinari in
grado di sconvolgere le regole della chimica, della fisica e della scienza.
Per il laico e per il non credente tutto è spiegabile, invece, con la ragione;
e se la ragione non basta, vuol dire che c'è qualcosa che l'uomo ancora non sa
ma che potrebbe sapere in seguito. E ancora: basta
intendersi sui termini e guardare là dove non si è soliti guardare.
"Miracolo", perciò, può anche essere sinonimo di gesti semplici che
non siamo più in gradi di fare, come quelli dettati
dall'amore.
Bel tema,
questo, più teologico che scientifico, ma duro da affrontare nel cinema,
soprattutto per la difficoltà di cucirgli addosso una
storia filmica gradevole e comprensibile dalla massa.
Winspeare
ci ha provato raccontando quello che accade a Tonio, un ragazzo di 11 anni,
figlio unico di genitori litigiosi e alle prese con mille
problemi quotidiani. Tutto ha inizio con un incidente. Tonio,
all'insaputa dei suoi genitori, ha preso la bicicletta e pedala felice in una
strada solitaria alla periferia di Taranto. Da una curva sbuca un'auto guidata
da Cinzia, giovane barista arrabbiata con il mondo intero. Uno scontro e il
ragazzo finisce tramortito sull'asfalto. Cinzia,
convinta che il ragazzo sia morto, per paura della
giustizia, omette di soccorrerlo e scappa. In ospedale, uscito dal coma, Tonio
confessa alla madre di aver visto una luce subito dopo l'incidente e, quando Cinzia, in preda al rimorso, va a trovarlo
in incognito, riconosce la sua investitrice, la insegue e le chiede:
"Perché sei fuggita?". Qualche giorno dopo, il suo vicino di letto
sta per morire e Tonio, ponendogli le mani sul cuore, fa in modo che
l'elettrocardiogramma che segnava sul monitor una linea
piatta ritorni normale. Per tutti, il ragazzo
ha compiuto un miracolo e così la voce si sparge in città. Un suo amico gli
chiede di intervenire anche sul nonno che da tempo non
si alza più dal letto e di fronte ad un nuovo evento miracoloso si scatena sul
bambino taumaturgico l'interesse dei grandi, dai genitori alla TV. Il
"caso" si sgonfia con la stessa rapidità con la quale era stato montato, ma intanto è nata l'amicizia tra Tonio e
Cinzia; amicizia che Cinzia, alle prese con problemi familiari, è sul punto di
mandare in aria assieme alla sua giovane vita. Ed è
qui che Tonio compie il suo vero miracolo: quello dell'amore.
''Se uno ama - spiega il regista - e riesce a vedere la
dolcezza dove nessuno riesce a percepirla, può forse fare davvero miracoli".
Inteso così, questo film ha una sua tesi laica: i
miracoli non avvengono per intervento divino e i malati non guariscono perché
qualche santo impone le mani sul loro corpo, ma per l’affetto e la tenerezza
che si possono elargire. E' una cosa che l'uomo ha sempre saputo, ma che spesso
dimentica. Per ricordarcela, Winspeare fa salire in cattedra un ragazzino e si serve di espedienti tecnici forse non rilevabili da tutti gli
spettatori. Per esempio, l'uso della luce
("ho chiesto al mio direttore della fotografia
l'impossibile, ovvero di darmi una luce da Dio") e la scelta di una
colonna sonora etnica ritmata (la pizzicata). Ma c'è dell'altro che va sottolineato per invitare ad una lettura meno superficiale:
l'ambientazione in una Taranto in preda alla speculazione edilizia e alla
contraddizione tra la bellezza del suo mare e l'inquinamento provocato dagli
impianti siderurgici, il pudore di nascondere l'incidente all'occhio impietoso
della macchina da presa, il rovesciamento dei ruoli tra chi salva e chi è
salvato, il contrasto tra l'immaturità dei grandi e la maturità dei ragazzini, il
rischio di disfacimento che incombe sulla famiglia borghese, la tecnica del
montaggio alternato per sottolineare lo smarrimento di un bambino semplice e
buono che vive in un paese legato a riti arcaici tradizionali come quello della
processione della Passione, l'invadenza dei media preoccupati solo di fare
audience.
In
definitiva, un film popolare - nel senso che piace più alla massa che alla
critica - ma non certamente "scialbo" (come l'ha definito Mario Monicelli in un'intervista rilasciata a Maria
Pia Fusco su "La Repubblica" l'8/IX/2003) e che, se non manda
in visibilio, almeno si vede con gusto, grazie anche alla buona prova di attori non professionisti, tra i quali Claudio D'Agostino
e Stefania Casciaro, nei panni rispettivamente di
Tonio e Cinzia.
E
non è poca cosa, soprattutto in un panorama di film noiosi e beceri come quelli
visti sempre a Venezia prima e dopo Il miracolo.
Il miracolo
Italia,
2003
Regia:
Edoardo Winspeare
Con: Claudio
D’Agostino, Stefania Casciaro, Carlo Bruni, Anna Ferruzzo
Col. 93’