La locandina di Central do Brasil

 

 

I tanti viaggi di Central do Brasil

 

 

Dora è un'anziana insegnante in pensione che sbarca il lunario scrivendo lettere a pagamento nella stazione centrale di Rio de Janeiro. Egoista e cinica, inganna spesso i suoi clienti, ma un giorno si imbatte in Josué, un bambino di nove anni, rimasto solo e senza casa. L'unica persona che si potrebbe prendere cura del bambino è il padre che s'è rifatta una vita nel remoto nord est del Brasile. Resistendo alla tentazione iniziale di sfruttare il ragazzo per trarne un facile profitto, Dora si impegna a riportare Josué dal padre e questo viaggio attraverso territori sconosciuti si trasforma, a poco a poco, in una scoperta di reciproci sentimenti.

 

Walter Salles, impegnato per anni a girare documentari, agli inizi degli anni Novanta decide di girare film a soggetto, ma né Arte mortale (1991), né Tierra extranjera (1995) entusiasmano eccessivamente il pubblico e la critica.  Central do Brasil (1998), invece, miete una serie di premi (Premio Cinema 100 del Sundance Institute per la sceneggiatura a Joao Emanoel Carneiro e Marcos Bernstein, "Orso d'oro" a Berlino 1998 per il miglior film, premio speciale della giuria, premio “Orso d'argento” a F. Montenegro per la migliore interpretazione femminile, 2 nomination agli Oscar 1998, "Golden Globe" per il miglior film straniero) e gli procura notorietà in tutto il mondo. Successo e notorietà non ripetuti con i successivi Midnight (1999), Aprile spezzato (presentato alla Mostra di Venezia nel 2001) e I diari della motocicletta  (presentato a Cannes nel 2004).

 

Central do Brasil  intreccia tre viaggi: quello di un bambino alla ricerca del proprio padre, quello di una donna alla riscoperta di un'affettività perduta e quello di una nazione alla riconquista delle proprie radici. All’interno di ogni viaggio, altri intrecci, come un ricamo dalla fitta trama.

Prendiamo, per esempio, quello del bimbo. Josué vuole trovare suo padre, un uomo che, anni prima, si è allontanato dalla famiglia. Alla fuga dei grandi, fatta spesso per egoismo e tornaconto, fa riscontro la ricerca dei piccoli.

Anche Dora intraprende un suo viaggio: quello che dovrebbe portarla a definire la propria identità. Non ha mai voluto farlo prima perché la vita l’ha resa arida e cinica, ma anche perché non ha mai avuto qualcuno con il quale condividere le incertezze e le ansie. C’è voluto un bambino – una delle tante vittime dei suoi imbrogli culturali – per scuoterla e per farle scoprire la vitalità dei sentimenti.

Ma dietro questo viaggio – come scrive E. Natta, in Famiglia Cristiana, 1999,  n.2 - c’è anche l’opportunità di scoprire l’attuale anima del Brasile, l’illusione frustrata di un Paese che ha vissuto il disagio di un’industrializzazione ritardata, che ha creduto nel falso miracolo  economico e che ha finito per subire gli squilibri di una massiccia emigrazione interna, causa di un sovrappopolamento delle città, disoccupazione e violenza. Uno scenario che affiora in trasparenza e che fa da contrappunto a quei valori perduti e ritrovati da Josué e da Dora. Valori come solidarietà, comprensione, amicizia: unico rimedio al malessere di una società egoista e competitiva.  Ma “più che il territorio del Brasile, sembra che i due ne attraversino l'anima" (Roberto Escobar), un po’ come avevano fatto il giovane carabiniere calabrese e i due fratellini de Il ladro di bambini di Gianni Amelio.

Viaggio, quindi, come metafora della vita e della società, intrapreso anche per  mettere a nudo i difetti e i pregi di due istituzioni: la scuola e la famiglia.

L’entrata in scena di Dora non è degna di un’educatrice. Se è comprensibile che ella utilizzi la sua cultura come fonte di sussistenza, è da condannare il suo convertirla in arma d’imbroglio. Sarà comunque la sua formazione culturale a farle compiere il percorso giusto, quello che la induce a riflettere e ad uscire fuori dall’egoismo.

La famiglia naturale - spezzata dal destino (l’incidente in cui perde la vita la madre di Josué), distrutta dalla metropoli, cercata e ritrovata – si ricompone in quella acquisita: un adulto e un bambino che si danno la mano.

L’ultimo viaggio avviene in campo tecnico e riguarda la conversione delle immagini fredde e scarnificate della prima parte in quelle più folcloristiche e colorite della parte finale; trasformazione che addolcisce l’intera lettura e suggerisce agli spettatori più attenti una diversa interpretazione dell’intera vicenda. L’acre storia di sapore neorealista diventa, così, una dolce e tenera favola dei nostri giorni.

 

 

Central do Brasil (Estaciòn Central do Brasil),

Brasile, 1998

Regia: Walter Salles

Con:  Fernanda Montenegro, Vinicius de Oliveira, Soia Lira, Marilia Pera

Col. 115’