La lettura, l’amore, la narrazione

In Balzac e la Piccola Sarta cinese  di Dai Sijie

 

Il libro me l'avevano regalato a Natale. Ricordo di averlo letto d’un fiato. Lo riprendo adesso in mano e leggo, in copertina, che Dai Sijie è uno scrittore-regista cinese che vive da oltre quindici anni a Parigi, dove ha realizzato tre cortometraggi.  Balzac e la Piccola Sarta cinese è stato scritto in francese, è apparso in libreria nella primavera del 2000 e ha venduto oltre duecentomila copie nella sola Francia. Nell'autunno del 2001, Dai Sijie ha ultimato in Cina le riprese del film che ha tratto da questo suo fortunato libro. In Francia il film  è uscito nel 2003; in Italia è arrivato solo nel luglio del 2004, a stagione praticamente finita. Scrissi, a suo tempo: so che quando il libro diventerà un film, andrò a vederlo, ma preferirei non rivederlo. Era una frase sibillina che necessitava di una spiegazione. Ai lettori di allora e agli spettatori d’oggi chiarisco il mio pensiero cominciando dalla trama.

 

Alla fine del 1968, nella Cina Rossa, il Presidente Mao avvia un piano destinato a cambiare profondamente il paese: chiuse le università, i giovani intellettuali borghesi vengono mandati in montagna per essere "rieducati" dai contadini poveri. Romanzo e film narrano le vicende di due giovani  (un violinista, che è anche il Narratore della storia, e Luo), i quali  finiscono in uno sperduto villaggio di montagna, tra contadini rozzi e analfabeti. La rieducazione dello Stato è impostata su torture fisiche e psicologiche, ma giocano a favore dei due giovani alcune fortunate coincidenze: la scoperta di una valigia piena di libri (classici francesi, Balzac su tutti) che un terzo giovane borghese rieducando tiene illegalmente nascosta sotto il letto, l'amore improvviso di Luo (ma anche del Narratore) per la giovane e bella figlia del sarto di un paese vicino, il loro talento di narratori. Come dire: la lettura, l'amore, la narrazione.

 

La lettura, quindi. Nella Cina di Mao viene considerata pericolosa ed è proibita; ma i giovani non temono di sfidare la legge e così il proprietario dei libri diventa "traditore del popolo" per avere nascosto "merce proibita", Luo e il violinista compiono il più rocambolesco furto della loro vita  e la figlia del sarto (la Piccola Sarta del titolo) abbandona il villaggio per trasferirsi in una grande città, giacché, come dirà al suo giovane amante, "Balzac le ha fatto capire che la bellezza di una donna è un tesoro inestimabile". 

 

Il proibizionismo come irresistibile attrazione non è certo una novità, ma questa volta non ci sono di mezzo alcool, fumo e droga, bensì dei libri. Libri che, nella Cina di Mao come nell'autodafè dell'Inquisizione, sono considerati pericolosi. Ed è vero, sotto un certo aspetto. Leggere è pericoloso, è come beccarsi un virus che non se ne va più e che cresce con il tempo e con gli anni. "I libri - scrive Francesco Algarotti - sono come i telescopi nello spazio: avvicinano gli oggetti lontani". Avvicinare la Francia di Balzac alla Cina di Mao, era pericoloso; probabilmente com'è pericoloso per chi ama governare che la massa capisca troppo. C'è una beatitudine laica - "Beati gli incolti" - che fa comodo a molti e che viene usata come sonnifero della mente. Guai, se la massa si sveglia!

 

Ce la prendiamo tanto con i nostri ragazzi perché non leggono e non sappiamo come fare per staccarli dai videogiochi. Idea: e se proibissimo loro - ma severamente e con pene corporali - di toccare anche un solo libro?

 

L'amore tra la Piccola Sarta e Luo è qui trattato con una tenerezza d'altri tempi. Il culmine della loro storia ha come sfondo l'acqua trasparente e profonda di una caletta. La scenografia che Dai Sijie sceglie è una sorta di piccolo Eden cinese, ma questa scena madre è da lui raccontata alla Kurosawa. Come in Rashomon  abbiamo più versioni: "Ciò che disse il vecchio mugnaio", "Ciò che disse Luo", "Ciò che disse la Piccola Sarta". Non è solo un'invenzione tecnica dello scrittore-regista cino-francese; è una chicca stilistica all'interno del racconto. Bene. Sembra - la fonte è un quotidiano francese - che la censura cinese abbia impedito a Dai Sijie di girare questa scena e che egli abbia cambiato l'ambientazione filmica.

 

Considerazione numero due; questa volta diretta all'autore. No, caro Dai Sijie,  questo non è giusto. Ci sono delle norme nel rapporto autore-lettore che vanno rispettate in tutte le latitudini. Chi legge il romanzo "vede" questa bellissima scena, la fa sua e la proietta sullo schermo della personale fantasia. Da quel momento, nessuno - nemmeno chi l'ha creata - è autorizzato a cambiarla, perché essa è diventata di tutti.

 

Questo episodio anticipa solo in parte la spiegazione di quella mia sibillina espressione iniziale ("preferirei non rivedere il film"). Per comprenderla del tutto resta da chiarire il terzo tema, quello della "narrazione". Gli abitanti del paesino sperduto in cui i due ragazzi vengono esiliati non avevano mai avuto l'occasione di vedere un film in vita loro; anzi, non sapevano neppure che cosa fosse il cinema. Un giorno, Luo e il narratore raccontano al capo villaggio la trama di un film e questi ne resta talmente ammaliato da morire dalla voglia di sentirne altre. Quando nel vicino paese di Yong Jing viene proiettato un film, il capo villaggio decide di mandare i due ragazzi a vederlo, ma a due condizioni: che al loro rientro siano capaci  di raccontarlo a lui e  all'intero villaggio e che la durata della loro narrazione rispetti esattamente quella della proiezione. L'improvvisato mestiere del narratore sarà, in tal modo, una duplice salvezza per i due ragazzi: da una parte, infatti, permetterà loro di acquistare la fiducia e la benevolenza di tutti (amore della Piccola Sarta incluso); dall'altra, li farà sopravvivere in un luogo di tristezza tramite l'evasione fantastica. Tra i mille modi di narrare, quello orale resta il più antico, il più rassicurante, il più caldo. Nulla potrà mai sostituire la voce della mamma china sulla culla, i racconti dei nonni davanti al camino, le prime lezioni della maestra elementare. La grande invenzione di Dai Sijie è quella di avere parlato di "cinema orale" non come di un "non cinema", ma come di un "cinema altro". Non siamo di fronte a un film che si sente soltanto, ma di fronte a un film che si sente e si vede in tanti modi quanti sono gli uditori-spettatori. Anche per i libri, in fondo, si può dire la stessa cosa: non li leggiamo soltanto; senza accorgercene, li  sceneggiamo pure, li interpretiamo, li proiettiamo e li vediamo. 

 

Non c’è niente da fare: certe cose si avvertono prima che avvengano. Ora che ho visto anche il film, posso dirlo tranquillamente: Balzac e la Piccola Sarta cinese di Dai Sijie è un bel film; ma la prima visione (quella della lettura) era un’altra cosa.

 

  

Balzac e la Piccola Sarta cinese (Balzac et la petite tailleuse chinoise)

Regia: Dai Sijie

Con:  Zhou Xun, Chen Kun

, Liu Ye, Wang Shuangbao, Cong Zhijun, Wang Hong  Wei

Francia, 2002

Durata: 116'