
Il
ritorno di Andrey Zvyagintsev
Amore, o
timore? Assenza positiva, o presenza negativa?
Le domande
senza risposte nel film vincitore del Leone d'oro 2003
Andrey Zvyagintsev:
chi era costui? Chi era, intendo, prima di Venezia 2003?
Di lui, nel catalogo ufficiale della Mostra, si legge: "Nasce a Novosibirsk nel 1964. Dal 1986 vive a Mosca. Dopo essersi
diplomato presso l'Università statale di arte
drammatica, inizia a lavorare come attore in alcune realizzazioni di teatro
indipendente. Nel 2000 debutta in televisione come regista
dirigendo alcuni cortometraggi per la serie televisiva russa La
stanza nera, un thriller psicologico. Il ritorno è il suo debutto
come regista nel lungometraggio."
Tutto qui. Pochino, in verità,
per pronosticare che avrebbe vinto il "Leone d'oro", mettendo nei
pasticci
Se questo film meritava o meno
di vincere un concorso così importante come quello di Venezia, mi sembra, tuttavia,
una notizia di cronaca che non può andare al di là dei giorni immediatamente
successivi alla conclusione della Mostra. Un po' come la commovente dedica del
premio a uno dei due ragazzi protagonisti, morto
appena due mesi dopo la conclusione delle riprese. Ora è il caso di parlare d'altro, del film in
sé, della tecnica (che, a mio avviso, ha
notevolmente influenzato il giudizio della giuria), dei riferimenti al cinema
di Tarkovskij, l'ultimo regista russo premiato a
Venezia nel 1962 con L'infanzia di Ivan, di Antonioni e dei registi russi del "disgelo", della colta citazione pittorica del Cristo
del Mantegna, dell'incantevole fotografia che lascia
senza fiato e dell'afflato poetico che anima alcune sequenze,
dell'interpretazione dei ragazzi, del tema che propone e del modo con il quale
sviluppa la storia.
Già: la storia. Raccontiamola.
La vita di Andrei e Ivan,
ancora adolescenti, è improvvisamente
sconvolta dall'arrivo, dopo oltre 10 anni di assenza, del loro padre. I ricordi
dei ragazzi sono legati a una vecchia foto e, nel
ritrovarselo in casa da un giorno all'altro, burbero, inflessibile, dominatore,
diametralmente opposto alla dolce e tenera madre con la quale sono cresciuti,
non possono fare a meno di chiedersi: ma quest'uomo è
veramente nostro padre? A questa prima domanda ne seguiranno altre: Dov'è stato
per tutto questo tempo? Perché è tornato? Che razza di educazione vuole imporre a figli mai visti? Domande senza
risposte che accompagneranno anche gli spettatori lungo i 105 minuti della
proiezione, buona parte dei quali spesa a descrivere le tappe di un viaggio che
l'uomo intraprende con i suoi figli nella bellezza selvaggia di boschi, laghi e
paesi di una Russia fuori dal mondo, fino all'approdo in un'isola deserta per
recuperare una scatola dal contenuto misterioso. Uno strano viaggio che vuole
essere un premio e diventa un castigo, perché alterna e contrappone momenti di
distensione a punizioni, lezioni di vita a
incomprensibili segreti, loquacità a silenzi, libertà di azione a riti di
iniziazione, serenità a tragedia.
Come finisce? E' buona regola non anticipare la
conclusione di un film per non privare gli spettatori del piacere della
scoperta; in questo caso, tuttavia, conviene attenersi alla regola soprattutto
per un altro motivo: perché, a film finito, la vicenda passa in secondo piano e
acquista maggiore interesse l'analisi del rapporto tra i due ragazzi e il loro
padre. Di fronte a un uomo che, riapparso dal nulla,
pretende di modellare i suoi figli a sua immagine e somiglianza - duri, forti,
sicuri, maschi -, i due fratelli
reagiscono in modo diverso, del tutto contrario al loro carattere. Il maggiore,
coraggioso nelle gare dei tuffi e sicuro di sé, si sottomette ai voleri del genitore, resta soggiogato dalla personalità di un
padre-padrone che non sorride mai e ne diventa il servo ubbidiente; il minore,
timido e pauroso con i compagni, si ribella e trova la forza di rimproverare al
genitore i difetti e le colpe che sicuramente nasconde a se stesso e agli
altri. " Perché sei tornato? " - gli grida -
" Avrei potuto amarti e invece ti odio! "
Tra i tanti interrogativi che il film di Zvyagintsev pone, eccolo, a mio avviso, quello più
importante: fino a che punto la presenza di un padre
che non sa educare è migliore della sua assenza? La contrapposizione tra la
figura materna e quella paterna è volutamente netta. Alla dolcezza della donna
(che dopo una rapida apparizione nelle prime bellissime sequenze si eclissa,
impotente e rassegnata al suo ruolo di educatrice di
riserva che deve farsi da parte quando il padrone torna a casa), si contrappone
il pugno di ferro dell'uomo. Se quest'ultimo fosse
stato meno inflessibile e duro di cuore, probabilmente avremmo potuto ancora
una volta dibattere, per dirla con Machiavelli,
"s'elli è meglio essere amato che temuto, o
più tosto temuto che amato", ma qui siamo di fronte a
un genitore quasi sadico che non riesce a espiare i suoi errori nemmeno con la
morte.
Ecco, l'ho detto: il genitore muore. Ho svelato il
finale con un senso di liberazione; lo stesso senso di liberazione che prende gli
spettatori quando vedono sparire il cadavere del cattivo in fondo al mare. Lo
riconosco: è un sentimento che va oltre la partecipazione affettiva alle
sofferenze dei due ragazzi (i quali con il loro inatteso, disperato, angoscioso
e amorevole grido ci fanno vergognare per il nostro inflessibile senso di
giustizia), ma è un dato di fatto che, solo dopo la partenza senza ritorno del
capofamiglia, rivediamo con piacere la famigliola serena.
Il ritorno (Vozvrascenie)
Russia, 2003
Regia: Andrey Zvyagintsev
Con: Ivan Dobronravov,
Vladimir Garin, Konstantin Lavronenko, Natalija Vdovina
Col.