La
soggettiva del cacciatore in San Martino di Carducci
Se è vero - come
sostiene Aldo Grasso[1]- che
le immagini "odorano", quelle poetiche emanano particolari effluvi. Per
averne conferma basta rileggere "San Martino" di Giosuè
Carducci.[2] Odore di mare, di vino, di cacciagione
arrostita; odori che la nebbia fa suoi e distribuisce per i vicoli e le viuzze
del borgo.
La poesia inizia
con una panoramica del paesino di montagna. Per rendere meglio l’atmosfera, il
poeta utilizza la sfumatura dei contorni - il cosiddetto flou - che nel
cinema si ottiene applicando alla macchina da presa un filtro particolare. Il
passaggio dalla collina avvolta nella nebbia al mare agitato è reso, subito
dopo, tramite una dissolvenza incrociata: alla prima immagine, che va gradualmente
sparendo, si sovrappone la seconda fino a prenderne il sopravvento. Nella
seconda strofe (dal 5° all'8° verso) entra in funzione la steadycam.
L’operatore (o il poeta regista) si carica in spalla la macchina da presa per
aggirarsi a suo piacimento per le vie del borgo. L'effetto di immagine
traballante non solo non disturba (come avviene, per esempio, in certi film di
registi appartenenti al "Dogma 95" votati all'uso esclusivo della
"handycam"), ma ha addirittura la funzione di vivacizzare il
messaggio de l'anime a rallegrar. E’ un occhio curioso che fruga ogni
angolo, che spia i particolari, che è combattuto tra la voglia di esplorare e
la paura di apparire invadente nella vita privata d’altri.
Protagonista
assoluto resta il borgo. Scelto dal poeta come meta di gita fuori porta, appare
in tutta la sua bellezza campagnola. E Carducci non sa resistere alla
tentazione di “riprendere” immagini utilizzando una tecnica prettamente
cinematografica. Nella terza e nella quarta strofe si intrecciano campi e
controcampi: dalle cose
guardate (come il fuoco acceso e lo spiedo), al personaggio che guarda (il
cacciatore). E ancora: dal personaggio che guarda (sempre il cacciatore), a ciò
che guarda (lo stormo di uccelli).
Nell’ultima
strofe, infine, Carducci fa ricorso ad un altro espediente filmico: la soggettiva.
Il lettore (ma si potrebbe dire anche “lo spettatore”) non vede solo ciò che si
vede e che è realmente inquadrato, ma anche quello che il cacciatore immagina
di vedere. La macchina da presa non si sostituisce solo agli occhi del
personaggio, ma penetra anche nella sua fantasia e diventa oggetto di
descrizione psicologica. Gli uccelli che vanno e vengono sono come i pensieri.
E’ un accostamento tipicamente filmico che invita il lettore ad entrare, tra le nubi rossastre da una parte e gli uccelli neri dall’altra.
San Martino
|
La nebbia a
gl'irti colli piovigginando
sale, e sotto il
maestrale urla e
biancheggia il mar; ma per le vie
del borgo dal ribollir
de' tini va l'aspro odor
de i vini l'anime a
rallegrar. Gira su ceppi
accesi lo spiedo
scoppiettando: sta il
cacciator fischiando su l'uscio a
rimirar tra le
rossastre nubi stormi
d'uccelli neri, com'esuli
pensieri nel vespero
migrar. |
Panoramica flou dissolvenza incrociata effetti sonori stacco netto - steadycam campo - particolare effetti sonori controcampo soggettiva colore "montaggio delle
attrazioni" |
[1] Aldo Grasso, Linea allo studio, Bompiani, Milano 1989, pag. 244
[2] Giosuè
Carducci (Valdicastello, Lucca, 1835 – Bologna, 1907)
Figlio di un medico
carbonaro, passa la sua fanciullezza in Maremma. Quando la famiglia si
trasferisce a Firenze, frequenta le scuole degli Scolopi e nel 1853 entra nella
Scuola Normale Superiore di Pisa, conseguendo la laurea nel 1856. Segue un
periodo di insegnamento nelle scuole secondarie toscane. In quegli stessi anni
fonda con altri letterati il circolo degli "Amici pedanti", una sorta
di club letterario dove si faceva soprattutto professione di antiromanticismo.
Nel 1860 è chiamato a insegnare all'Università di Bologna, dove vive e lavora
per il resto della sua vita. Matura in seguito una sua concezione del poeta
come vate, guida e ispiratore nella vita civile. Nel 1890 è nominato senatore.
Nel 1906 vince il premio Nobel per la letteratura. Muore a Bologna nel 1907.
Tra le sue opere: Giambi ed epodi (edizione definitiva:
1882), Odi barbare (edizione
definitiva: 1893), Rime nuove
(edizione definitiva: 1894), Rime e ritmi
(edizione definitiva: 1907).