L'atmosfera
di Bergman in Carri d'autunno di Alfonso Gatto
Di certo, Alfonso Gatto[1],
quando scrisse Carri d’autunno (1932)
non poteva conoscere Il settimo sigillo di Bergman. Ed è del tutto
improbabile che Bergman[2],
quando girò il film (1956), avesse letto la poesia di Gatto. Eppure…
Eppure c'è qualcosa che
rimanda da un testo all'altro, con una stupefacente coincidenza di particolari.
Si tratta, per essere precisi, di due scene che nel film sono collocate
all'inizio e alla fine e che la poesia evoca, come vedremo, nei primi 6 versi e
negli ultimi 5.
Cominciamo con il
ricordare la trama de Il settimo sigillo.
Il cavaliere Antonius
Block ha partecipato ad una crociata. E’ partito dalla sua terra e dal suo
castello con grande entusiasmo, ma ne ritorna deluso. Con lui c'è pure il fido
scudiero Jons. Il paese che hanno lasciato è ora infestato dalla peste e
ovunque pesa il silenzio dei morti.
L'atmosfera che si respira
in Carri d’autunno di Alfonso Gatto -
la cui "situazione realistica di partenza potrebbe essere la
contemplazione o forse il ricordo di un paesaggio autunnale-invernale
illuminato da una luce lunare che rende tutto quasi fiabesco: una piana forse
ricoperta dalla prima neve, una carovana di zingari che sosta per la notte,
qualche lucerna che cigola, nessuna visibile presenza umana, un silenzio che
evoca i morti"[3]
- richiama alcune scene del film di Bergman.
Lo spazio lunare
dove pesa il silenzio dei morti è quello di un paese dove è possibile
imbattersi in cadaveri "eloquenti". Il termine "zingari"
può anche essere inteso in senso largo: nomadi che, non avendo fissa dimora,
vanno in giro su carri eternamente
remoti. Esattamente come gli attori girovaghi del Medio Evo che, pur
spostandosi di villaggio in villaggio, sognavano di trovare luoghi beati. E lo
trovano, all'alba, dopo una notte di tempesta, durante la quale si sono stretti
l'uno all'altro come gli uccellini. Un posto che non è più verde (fu d'erba
una pianura), ma che non è più neanche lugubre.
Carri d’autunno
Il settimo sigillo
|
Nello spazio lunare pesa il silenzio dei
morti. Ai carri eternamente
remoti il cigolio dei lumi improvvisa perduti e
beati villaggi di sonno. Come un tepore
troveranno l'alba gli zingari di neve, come un tepore sotto
l'ala i nidi. Così lontano a
trasparire il mondo ricorda che fu
d'erba, una pianura. |
"Poco lontano un
cane scheletrico mugola strisciando verso il suo padrone, che dorme seduto
sotto il sole rovente. Intorno alla testa e alle spalle gli ronza una nube di
mosche. Il misero cane guaisce senza posa, strisciando sulla pancia e
dimenando la coda. Jons smonta e si avvicina all'uomo addormentato. Gli
rivolge cortesemente la parola. Poiché non riceve risposta, gli si avvicina
per scuoterlo e svegliarlo. Si china sull'uomo addormentato, fa per mettergli
una mano sulla spalla, ma la ritrae in fretta. L'uomo guarda Jons con le vuote occhiaie e i denti
scoperti. Lo scudiero rimonta a cavallo e raggiunge il padrone. Beve un sorso
del suo otre, quindi lo porge al cavaliere. Cavaliere: Dunque, ti ha
indicato la strada? Jons: Non esattamente. Cavaliere: Che cosa ha
detto? Jons: Niente. Cavaliere: Era muto? Jons: No, signore, non
direi. Anzi, in realtà, era molto eloquente. Cavaliere: Ah, sì? Jons: Era eloquente,
eccome! Il guaio era che ciò che aveva da dire era molto deprimente.[4] Jof e Mia sono distesi,
stringendosi l'uno all'altro, e ascoltano la pioggia tamburellante
leggermente sulla tenda del carrozzone, il rumore diminuisce a poco a poco e
infine vi è solo più qualche goccia isolata. I due si trascinano fuori dal
loro riparo. Il carrozzone è fermo su un’altura, in cima a un pendio,
protetto da un enorme albero. Al di là delle colline e le foreste si scorgono
ampie pianure, e il mare, che riluce ai raggi solari che spuntano attraverso
le nubi. [5] |
[1]Alfonso Gatto (Salerno, 1909 – Capalbio, Grosseto (1976)
Nato da una famiglia di piccoli armatori e marinai
calabresi, trascorre un’infanzia burrascosa e una vita avventurosa. E’ studente, commesso di libreria, precettore,
giornalista, insegnante. Si iscrive all’Università, ma non
porta a termine gli studi. Lasciata Salerno, va
a vivere a Firenze, dove nel
1938, con Vasco Pratolini, fonda e dirige la rivista “Campo di Marte”
nelle cui pagine si incontrano i nuovi lirici e i giovani narratori populisti.
Aderisce alla poetica dell’ermetismo, ma
la sua collocazione è all’interno di quel gruppo di poeti meridionali
che tra le due guerre lasciarono il proprio paese e corsero per varie città
dell’Italia centrale e settentrionale conservando nel cuore la nostalgia del
Sud. Si trasferisce successivamente a Milano, a Roma, a Torino, a Venezia,
collaborando a molte riviste d’avanguardia: "l’Italia letteraria",
"Circoli", "Letteratura", "Primato", "La
ruota", "L’incontro" e, dopo la guerra, ai quotidiani
"L’Unità" e "Milano–sera". Nel 1934 viene arrestato e
portato in carcere, a Milano, per opposizione al regime fascista. Milita poi
tra le file della Resistenza e assume un posto di rilievo nella letteratura
ideologicamente ispirata a sinistra. Nel 1941 viene nominato docente d’italiano
nel Liceo artistico di Bologna. Muore per un incidente stradale
presso Orbetello. La sua poesia mira ad una sorta di decantazione del dolore
quotidiano, senza tuttavia escludere altri temi come quelli della resistenza e
dell’impegno politico. Il suo linguaggio rarefatto ed evocativo, sostenuto da
un abile uso della retorica, è incline al canto, che si snoda lungo una serie
di immagini analogiche nutrite da un’accesa
immaginazione. Ha pubblicato numerosi volumi di versi, fra cui: Isola
(1932), Morto ai paesi (1937), Il campo sulla neve (1949), La forza degli occhi (1954),
La madre e la morte (1960), Osteria flegrea (1962), La storia delle vittime (Premio
Viareggio 1966), Rime di viaggio per la
terra dipinta (1969).
[2] Ingmar Bergman (Uppsala, Svezia, 1918)
Figlio di un pastore
protestante, esordisce come regista teatrale. Entra nel cinema come
sceneggiatore di A. Sjoberg e G. Molander. Già dai suoi primi film si intuisce
che le vicende da lui narrate sono più che altro un pretesto per sollevare
problemi di natura religiosa e, spesso, gli interrogativi senza risposte
che si pongono i suoi personaggi coinvolgono direttamente gli spettatori. Da Il
settimo sigillo (1956) in poi, Bergman non smetterà di stupire e di suscitare
polemiche. Oggi è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi registi
della storia del cinema. Tra i suoi film: Il posto delle fragole (1957),
Come in uno specchio (1960), La fontana della vergine (1960), Il
silenzio (1963), Persona (1966), Sussurri e grida (1973), Sinfonia
d'autunno (1978), Fanny e Alexander (1982).
[3] Salvatore Guglielmino, Hermann Grosser, Il sistema letterario, Principato, Milano 2002, pag. 107
[4] Ingmar Bergman, Quattro film, Einaudi, Torino 1964, pagg. 96-97
[5]
Id., pag. 153