Il piano sequenza di Annina

in Uscita mattutina   di Giorgio Caproni

 

 

Il "piano sequenza" è una lunga ripresa realizzata senza interruzione e senza stacchi tra i diversi piani. I più celebri piani sequenza sono, senza dubbio, quelli realizzati nel 1948 da Alfred Hitchcock in Nodo alla gola: "una diecina di virtuosistici piani sequenza, raccordati in modo quasi impercettibile"1, a tal punto da indurre più di un critico a pensare che tutto il film non sia altro che un unico piano sequenza.

 

Senza interruzione e senza stacchi è anche il gioco di inquadrature utilizzato da Giorgio Caproni2 in Uscita mattutina.

Tutta la poesia non è altro che la documentazione filmata di un percorso.

Annina, una ragazza che esce tutte le mattine da casa sua, scende le scale e percorre Corso Amedeo. Tutto qui. Niente, in apparenza, è più prosaico di questo argomento, meno filmico di questo soggetto. Eppure, il poeta riesce a trasformare l'ovvietà in poesia, la semplice ripresa in sequenza filmica.

Vediamo come. 

 

La figura intera di Annina apre la poesia: è giovane e bella e il poeta la inquadra  mentre sta scendendo le scale. Ci sono molti modi di scendere le scale e ognuno di essi rivela non solo l'età delle persone, ma anche la loro personalità, lo charme.

E' ancora presto e c'è buio nel palazzo, ma si riesce ugualmente a seguire ciò che la ragazza fa. Senza stacco e interruzione, Caproni stringe sul Primo Piano di Annina e ci fa vedere un gesto che la ragazza è solita compiere: quello di mettersi tra i denti la catenina d'oro che porta appesa al collo. E' poca cosa, ma quel luccichio illumina improvvisamente il buio e prepara l'effetto luce dei versi che seguono. Di più: il gesto di Annina provoca quell' "effetto odore" che, a giudizio di Aldo Grasso, le immagini filmiche hanno già (anche se non tutti gli spettatori riescono a percepirlo)3 e che, secondo le previsioni, tra qualche anno la tecnica sofisticata del Duemila spanderà in tutte le sale.

 

Ora Annina è per strada. La vediamo mentre avanza verso la macchina da presa; con una "carrellata semi-avvolgente" la inquadriamo di lato, la seguiamo di spalle. La luce, a poco a poco, aumenta e sembra che sia lei a spanderla per la strada.

Sospeso su un’immaginaria gru, il poeta-regista si solleva in aria e passa lentamente al Campo Lungo di Corso Amedeo. Le luci dei lampioni che hanno illuminato la notte si spengono, si aprono le finestre delle case, le saracinesche dei negozi si alzano: Annina sta dando la sveglia all'intera contrada. La sua è una presenza amica, un soffio di gioventù che invita a riprendere il lavoro del nuovo giorno. Su di lei, in un'alternanza di dettagli e di Primi Piani, si posano gli sguardi degli uomini non tanto per scoprire nuovi particolari - si sa tutto di lei: come cammina, com'è vestita, il neo che ha sul labbro… - quanto per rendere omaggio alla sua bellezza. Annina sa bene che il suo incedere suscita piccole tempeste sensuali e che i mosconi che le ronzano intorno implorano l’elemosina di un sorriso, o di un’ occhiata assassina, ma sa pure di essere un'ape regina, una cosa preziosa che gli altri possono solo guardare e desiderare. L’unica generosa concessione che Annina può fare ai suoi ammiratori è legata al suo rientro a casa dopo una giornata di lavoro, quando, ripercorrendo in senso contrario il Corso, ritornerà a riempire con note d'incanto le viuzze circostanti. Allora, per molti uomini il ticchettio delle sue scarpe si trasformerà in notturno brusio d'amore. 

 

Uscita mattutina[4]

 

 

 

 

Come scendeva fina

e giovane le scale Annina!

Mordendosi la catenina

d'oro, usciva via

lasciando nel buio una scia

di cipria, che non finiva.

 

L'ora era di mattina

presto, ancora albina.

Ma come s'illuminava

la strada dove lei passava!

 

Tutto Cors'Amedeo,

sentendola, si destava.

 

Ne conosceva il neo

sul labbro, e sottile

la nuca e l'andatura

ilare - la cintura

stretta, che acre e gentile

(Annina si voltava)

all'opera stimolava.

 

Andava in alba e in trina

pari a un'operaia regina.

Andava col volto franco

(ma cauto, e vergine, il fianco)

e tutta di lei risuonava

al suo tacchettio la contrada.

 

 

 

Figura intera

 

Primo Piano

 

effetto odore

 

 

 

 

effetto luce

carrellata avvolgente

 

Campo Lungo

 

 

particolari

 

 

 

 

inquadratura di spalle

 

 

 

 

 

 

effetto sonoro

 



1 Paolo Mereghetti, Dizionario dei film, Baldini&Castoldi, Milano, 2002 , voce Nodo alla gola

2 Giorgio Caproni (Livorno, 1912 – Roma, 1990)

All'età di 10 anni si trasferisce con la famiglia a Genova dove compie gli studi, esercita vari mestieri e si appassiona alla poesia ermetica. Nella sua prima raccolta di poesie (Come un'allegoria, 1936) rivela un linguaggio semplice e quotidiano e la predilezione per l'autobiografia. Nell'Alta Valtrebbia, dove insegna come maestro a partire dal 1938, partecipa prima alla guerra e poi alla resistenza come partigiano. Dal 1944 al 1954 vive a Roma. Sono anni "di bianca e quasi forsennata disperazione", ma anche di grandi contatti con letterati. Vince il Premio Viareggio nel 1952 (con Stanze della funicolare) e nel 1959 (con Il seme del piangere).

3 cfr. Aldo Grasso, Linea allo studio, Bompiani, Milano 1989, pag. 244

[4] Da “Il seme del piangere”