Francesco
Petrarca e il teleobiettivo del
paparazzo
Il "madrigale" è un componimento poetico
di origine provenzale che veniva utilizzato dai giullari come testo per le loro
musiche nelle corti e per le ballate popolari nelle piazze. Interessati all'audience,
questi abilissimi intrattenitori medievali prediligevano temi idilliaci, tra i
quali spiccava quello della "pastorella" sola tra i campi o in mezzo
ai boschi. Basterebbe, per avere un'idea di quanto questo tema fosse sfruttato,
leggere una poesia di Guido Cavalcanti -
Petrarca, nel Canzoniere, inserisce
quattro madrigali, tra i quali quello catalogato con il numero LII che si apre
con la citazione della favola di Diana, dea della caccia, che viene sorpresa
dal pastore Atteone mentre, nuda, si bagna nelle gelide acque.
Il riferimento alla mitologia latina - utilizzato
come spezzone in montaggio parallelo - serve a Petrarca per raccontare un
episodio voyeuristico del quale è protagonista.
E' estate e il caldo è soffocante. Sulle sponde di
un fiume, una ragazza campagnola e selvatica sta lavando il velo che suole
mettersi in testa. La scena, di per sé, è di normale vita campestre; ma, evidentemente,
c'è qualcosa che sconvolge il religioso Francesco.
Da una panoramica descrittiva che spazia nel
paesaggio solitario, si passa a una panoramica a schiaffo[2]. Una ragazza bionda (anche nel medioevo
gli uomini preferivano le bionde?), sola, probabilmente svestita, dà i brividi
a chiunque. In soggettiva del poeta la seguiamo nei suoi lenti, graziosi e suadenti movimenti. Che fare?
Avvicinarsi e rischiare la fine di Atteone[3],
oppure restare nascosto e riprenderla col teleobiettivo, come un paparazzo qualsiasi?
Quell'obiettivo fotografico avente lunghezza
focale variabile che oggi chiamiamo "zoom", prima ancora della sua
apparizione, era già in dotazione nella fantasia dei poeti.
Perché non servirsene?
Canzoniere LII
|
Non al suo amante più Diana
piacque, quando per tal ventura
tutta ignuda la vide in mezzo de le
gelide acque, ch'a me la pastorella
alpestra et cruda posta a bagnar un
leggiadretto velo, ch'a l'aura il vago et
biondo capel chiuda, tal che mi fece, or
quand'egli arde 'l cielo, tutto tremar d'un
amoroso gielo. |
spezzone
in montaggio parallelo panoramica
descrittiva panoramica
a schiaffo zoom soggettiva |
[1] Gustosa, a tal proposito, la risposta di Lapo Farinata degli Uberti, il quale ricorda a Cavalcanti che un uomo d'onore non racconta frottole, per cui … "Guido, quando dicesti pasturella, / vorre' ch'avessi dett'un bel pastore".
[2] Cfr. a tal proposito nota n. 6 de “Le riprese di D'Annunzio nel viaggio de I pastori”
[3] Nel mito, Atteone viene
sbranato vivo dai cani che Diana, andata su tutte le furie, gli aizza contro.