La vita è sogno:
effetto flou di
Giovanni Pascoli [1]
nell’amore mai consumato
per “la tessitrice” di San Mauro di Romagna.
Lei è una ragazza che vive in un paesino di
campagna (San Mauro di Romagna), timida e senza grilli per la testa. Le sue
giornate – in casa quelle invernali, sull’uscio quelle estive – sono monotone
come il rumore del suo telaio. Guadagna i soldi che le servono per vivere
facendo la tessitrice: si siede sulla panca, inserisce il filo di lana nel pettine,
passa e ripassa la spola. Tutto qui.
Lui è un intellettuale: con i libri sotto il
braccio e la testa chissà dove; le passa davanti, la saluta e va oltre. E’
anche un poeta, trasognato e triste. L’uccisione del padre, avvenuta quando
egli aveva appena 12 anni senza un ragionevole motivo, lo ha segnato per
sempre. Il suo obiettivo è quello di fare il professore, di lasciare il paese e
di andare a insegnare in un liceo di città, o addirittura all’università.
I due si conoscono da tempo, hanno anche giocato
insieme quand’erano più piccoli, ma una volta cresciuti, i loro rapporti si
sono diradati: saluti, “ciao, ciao” e frasi di circostanza.
Poi, un giorno, lui si ferma incuriosito e, come
se la notasse per la prima volta, le rivolge apprezzamenti e semplici
domande: ma che brava! non ti stanchi
mai? a che stai lavorando? quanto tempo ti ci vuole per completarlo? cosa verrà
fuori?...
Che non sia più l’amico di giochi di una volta è
lei a notarlo per prima. Avviene di notte, quando i pensieri vagano nel buio,
diventano dolce coltre agli occhi e si trasformano in sogno. Quando lui,
qualche giorno dopo, gli chiede di potere assistere a quel lento trasformarsi
del filo di lana in tela, gli fa posto sulla panchetta e se lo ritrova vicino,
con le mani che si sfiorano. Senza poterlo controllare, sente che il cuore le
batte un po’ più velocemente e non riesce a dire una sola parola, anche perché
lui utilizza termini complicati, nomi difficili che si leggono solo sui libri.
La chiama Aracne, Penelope, Silvia… “Sono tessitrici d’amore”, le spiega, ma
nella sua voce non c’è alcun fremito: è il professore che parla, non il giovane
innamorato che recita versi. Quando andrà via dal paese, lei tenterà
inutilmente di dimenticarlo e cercherà di convincersi, senza riuscirci, che ha
fatto bene a nascondergli il battito del suo cuore.
Sarà lui a scoprirlo, da solo e quando ormai, pur
avendo appena 42 anni, crede che “curva minore del vivere” [2]
gli avanzi.
Avviene così. Lui ritorna al paese, carico di
notorietà e di riconoscimenti. Ha seguito la sua vocazione di professore e di
poeta e ha girato da una parte all’altra dell’Italia. Ora ha voglia di riposare
e di ritrovare i vecchi posti e le antiche compagnie. San Mauro di Romagna è
cambiata di poco, almeno così a lui sembra: la stessa chiesetta, la piazza, la
fontana, gli alberi, le persone. Troppe volte, quando era a Messina, a Pisa e a
Bologna, ha pensato con nostalgia al mondo contadino della sua infanzia e ha
promesso alla sorella Maria, che l’ha seguito dappertutto, il definitivo viaggio
di ritorno. La ricerca del tempo perduto l’ha portato nella stessa via e presso
lo stesso uscio della tessitrice. Incredibile: lei è ancora lì, per nulla
invecchiata, con il suo telaio e la sua dolcezza. C’è, in realtà, un effetto flou che ne sfuma i contorni, ma
probabilmente è dovuto alla nebbia delle campagne romagnole. Un sorriso ed ecco
ritornare d’incanto i gesti familiari: lei che si stringe sulla panchetta per
fargli posto, lui che s’incanta davanti al movimento del telaio. Ma c’è
qualcosa di strano, questa volta: un silenzio irreale che avvolge uomini e cose
e la mano di lei, diafana e tremante, che lascia la spola. Com’è vero che non è
sufficiente avere gli occhi per poter vedere! Basta quel gesto a fargli capire,
improvvisamente, quello che non ha mai capito: che lei è stata sempre innamorata
di lui e che non avrebbe mai dovuto lasciarla. Lo studio appassionato dei
classici gli ha oscurato il cuore e gli affetti; tutte le lacrime che adesso
versa non gli serviranno a riportare indietro di un solo giorno il telaio del
tempo. Abituato com’è a porre e a porsi interrogativi, vorrebbe che fosse lei,
adesso, a dargli delle risposte, ma gli arriva solo l’eco di ciò che chiede: “Come ho potuto? – Come hai potuto?”;
“Perché non suona? – Perché non suona?”.
All’effetto
flou, con sua grande meraviglia, si aggiunge adesso anche l’effetto silenzio: la tessitrice continua a muovere il suo
telaio, ma il pettine non emette più alcun rumore; il mondo è diventato muto.
La spiegazione di ciò che accade arriva alla fine, quando lei - prima con le
lacrime (E piange, e piange) e poi
con le parole – gli rivela che è morta da tempo, che il loro ritrovarsi è solo
una ricostruzione fantastica e che la tela che sta tessendo è destinata ad
avvolgere il loro amore sotto i cipressi del piccolo cimitero di San Mauro.
La tessitrice
Mi son seduto sulla
panchetta
come una volta… quanti
anni fa?
Ella, come una volta, s'è
stretta
su la panchetta.
E non il suono d'una
parola;
solo un sorriso tutto
pietà.
La bianca mano lascia la
spola.
Piango, e le dico: Come ho
potuto,
dolce mio bene, partir da
te?
Piange, e mi dice d'un
cenno muto:
Come hai potuto?
Con un sospiro quindi la
cassa
tira del muto pettine a
sé.
Muta la spola passa e
ripassa.
Piango, e le chiedo:
Perché non suona
dunque l'arguto pettine
più?
Ella mi fissa timida e
buona:
Perché non suona?
E piange, e piange - Mio
dolce amore,
non t'hanno detto? non lo
sai tu?
Io non son viva che nel
tuo cuore.
Morta! Sì, morta! Se
tesso, tesso
per te soltanto; come, non
so;
in questa tela, sotto il
cipresso,
accanto alfine ti dormirò.
[1] Giovanni Pascoli (S. Mauro
di Romagna, 1855 – Bologna, 1912)
Quarto di dieci figli, vive
un’infanzia segnata dall’assassinio del padre e da una serie di lutti
familiari. Studia a Urbino, Rimini, Firenze e all’università di Bologna, discepolo
preferito di Giosuè Carducci. A causa della sua partecipazione appassionata
alle agitazioni socialiste dell’Internazionale dei lavoratori viene arrestato e
passa alcuni mesi nel carcere di San Giovanni in Monte. Dopo la laurea in
lettere, svolge il lavoro di insegnante in alcuni licei di Matera, Massa e
Livorno e partecipa con successo a concorsi di poesia. Nel 1895 si trasferisce
a Castelvecchio, presso Barga, ed è nominato professore di grammatica greca e
latina all’università di Bologna. Titolare della cattedra di letteratura latina
prima a Messina e poi a Pisa, finisce la sua carriera universitaria ritornando
a Bologna come successore di Carducci. Tra le sue opere: Myricae (1890), Poemetti (1897),
Odi e Inni (1906), Nuovi poemetti (1909).
[2] Cfr. Salvatore Quasimodo, “Curva minore, in “Oboe sommerso”, in “Tutte le poesie”, Oscar Mondatori, Milano, 1965, pag. 51