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 Il Leopardi di Mario Martone  

Il giovane favoloso

Decidere di trasferire sullo schermo la vita e le opere di un autore significa accettare di correre una serie di rischi. Due su tutti: operare dei tagli per ridurre la mole delle pagine scritte in sopportabili ore di proiezioni e dover fare i conti con il lettore che è chiamato a confrontare il suo personalissimo film - scarafone quanto si vuole, ma bello a mamma sua - con quello di un altro. Operazione che si complica ulteriormente quando c’è di mezzo la poesia, giacché l’aura poetica, impastata di metafore e accostamenti, amplia a dismisura le emozioni. Se poi l’autore in questione si chiama Giacomo Leopardi, è inevitabile che il lettore vada oltre la siepe  dei versi e nel pensier si finga interminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete.

Premessa doverosa, dovendo scrivere de Il giovane favoloso, coraggioso film di Mario Martone, applaudito alla Mostra del Cinema di Venezia 2014. Non era un’operazione semplice rivestire di immagini la vita e la poetica di un autore che ha scritto tantissimo e che ha seminato i suoi pensieri sul senso della vita, sulla natura, sulla morte, sull’anima, sulla religione, sul piacere, sul pessimismo, sulla noia, ecc. in poesia (Idilli, Canti, Canzoni, Poemetti) e in prosa (Lo Zibaldone, Le Operette Morali, Discorsi, Pensieri, Epistolario).  Martone ha corso questo rischio e, ritagliando episodi di vita, pensieri e versi, ha raccontato il suo Leopardi.  

Recanati, Firenze, Roma (di passaggio) e Napoli sono sufficienti per farci capire la prigione della casa paterna, la noia del borgo selvaggio, lo studio matto e disperatissimo, l’affetto acerbo e sconsolato per Silvia, il clima dannoso alla salute, l’appoggio di Giordani, l’amicizia con Ranieri, l'inganno estremo della passione amorosa per Fanny. Così come sono sufficienti i versi de L’Infinito e de La ginestra  e Il dialogo della Natura e di un Islandese  per dare un’idea di come, in soli 39 anni di vita, un poeta sia riuscito a non nascondersi dietro la sua disabilità (Non attribuite al mio stato quello che si deve al mio intelletto), a dare lezioni di politica (Il mio cervello non concepisce masse felici fatte di individui infelici), a ricordare le meditazioni cartesiane sul dubbio come origine della certezza e della conoscenza (Chi dubita sa, e sa più che si possa).  Sulla scia di Noi credevamo (2010), Martone prosegue la sua missione divulgativa e culturale, invitando gli spettatori a scoprire per proprio conto la ricchezza di quel giovane favoloso che ha tentato di raccontare in 137 minuti di proiezione. E, una volta tanto, non dà fastidio sentire nel buio della sala qualcuno che non resiste alla tentazione di recitare con Elio Germano “E il naufragar m’è dolce in questo mare”: segno evidente che, nonostante il passare degli anni, qualcosa di ciò che si è appreso sui banchi di scuola è rimasto dentro di noi. Diversa la reazione di chi, non conoscendo le opere e il pensiero di Leopardi, è attratto solo dalla storia narrata e trova nel film qualche lungaggine, l’immagine eccessivamente caricata di una corpo che si rattrappisce, il pessimismo troppo accentuato. Il fatto è che questo film, pur proponendosi di raggiungere tutti, è godibile sono da alcuni spettatori. Come la poesia, del resto. Meglio: come qualsiasi film. Le sale cinematografiche sono ristoranti. Chi entra con l’idea di farsi una scorpacciata di trippa e si ritrova un piatto raffinato può storcere la bocca quanto vuole, ma deve prendersela con se stesso. O con chi l’ha invitato. Come, a volte, accade a quegli alunni che aderiscono in massa ad una matinée convinti di fare una scampagnata fuori scuola e si trovano con un libro di celluloide davanti agli occhi. Senza volerlo, bofonchiando e commentando ad alta voce “lezione per lezione tanto valeva restare in classe“, rendono omaggio alle intenzioni del regista.  

Il giovane favoloso

Regia: Mario Martone    

Con: E. Germano, M. Riondino, M. Popolizio, A. Mouglalis, V. Binasco

Italia, 2014

Durata: 137’, col.