
da Verga a Vancini:
Bronte, cronaca di un
massacro che i libri
di storia non hanno raccontato
Due autori a confronto
Giovanni Verga (Catania 1841 - 1922)
Figlio di proprietari
terrieri, compie gli studi umanistici sotto la guida di insegnanti privati.
Sotto l'influenza del poeta catanese Antonino Abate - liberale, rivoluzionario,
patriota, foscoliano e romantico - tenta, giovanissimo, la strada del romanzo
storico con Amore e Patria (1857) e I Carbonari della montagna
(1961-62).
Interrotti gli studi di
Giurisprudenza, si dedica alla letteratura e, quando Garibaldi sbarca in
Sicilia, si impegna nella lotta antiborbonica, prestando servizio nella Guardia
Nazionale e cimentandosi nel giornalismo patriottico. Nel 1863 pubblica Sulle
lagune e, nel 1865, lascia
Durante il soggiorno
fiorentino scrive due romanzi scapigliati - Una peccatrice (1866) e Storia
di una capinera (1871) - che gli procurano notorietà.
Dopo il trasferimento della
capitale da Firenze a Roma, si stabilisce a Milano e, nel salotto della
contessa Maffei, partecipa attivamente ai dibattiti letterari, entrando in
contatto con scrittori della scapigliatura ed esponenti dell'avanguardia
letteraria e artistica, come: i fratelli Boito, Emilio Praga, Federico De Roberto,
Giuseppe Giacosa. Eva, Tigre reale ed
Eros gli procurano anche notevole successo di pubblico, ma il suo
interesse, dietro la spinta di Capuana che sta mettendo a punto la poetica
verista, è ormai indirizzato verso la narrativa francese, che con il naturalismo
(Gustave Flaubert e Emile Zola) anticipa nuove forme narrative. Con il bozzetto
siciliano Nedda si distacca definitivamente dai modelli scapigliati e,
nel 1878, concepisce un progetto di cinque romanzi - il ciclo dei vinti
- che dovrebbe avere come idea portante quella di dimostrare che gli uomini, al
di là della loro storia o posizione sociale, sono sempre vittime del destino.
Il primo romanzo del ciclo, I malavoglia, è pubblicato con scarso
successo di pubblico e di critica nel
Muore a Catania il 27
gennaio del 1922.
Rileggiamo la trama di Libertà:
La novella (che fa parte del
gruppo delle 12 Novelle rusticane) narra ciò che accadde nel paese di
Bronte, in provincia di Catania, quando, all'arrivo di Garibaldi in Sicilia, si
sparse la notizia che sarebbero finiti i soprusi dei signori (i galantuomini)
nei confronti dei poveracci e che la terra dei padroni sarebbe stata divisa tra
i contadini. Spinti dal rancore covato da anni di ingiustizie e soverchierie, i
rivoltosi si appropriarono dei beni dei signori e si abbandonarono a saccheggi
ed esecuzioni sommarie. Toccò ai garibaldini, agli ordini di Nino Bixio,
ripristinare l'ordine nel paese con l'immediata fucilazione di alcuni
responsabili e con un lungo processo che, conclusosi con pesanti verdetti di
carcerazione, rimase incomprensibile ai ribelli che pensavano di avere agito
dietro la spinta della promessa libertà.
Florestano Vancini (Ferrara, 1926)
Dopo avere svolto attività giornalistica, nel 1949
inizia la sua carriera cinematografica dedicandosi al documentario. In 10 anni
realizza circa 40 cortometraggi prevalentemente ispirati a problemi sociali e a
situazioni umane particolari. Risalgono a quegli anni due importanti e decisive
esperienze come collaboratore alla sceneggiatura e aiuto alla regia: con Mario
Soldati ne La donna del fiume (1954) e con Valerio Zurlini in Estate
violenta (1959). Esordisce nella regia nel 1960 con una storia tratta da un
racconto di Giorgio Bassani, La lunga notte del '43. Il film, che narra
un tragico avvenimento della guerra in Italia all'inizio della Resistenza,
viene premiato a Venezia come migliore opera prima e per Vancini inizia un
impegno culturale-politico-sociale dal quale, salvo rare eccezioni, non si
staccherà più. Negli anni '60 e '70 si afferma definitivamente tra i migliori
registi italiani.
In televisione ottiene un grande successo con
Tra i suoi film, da ricordare: La banda Casaroli
(1962), Le stagioni del nostro amore (1966), I lunghi giorni della
vendetta (1967), Bronte: cronaca di un massacro (1972), La
violenza: quinto potere (1972), Il delitto Matteotti (1973), Amore
amaro (1974), Un dramma borghese (1979), La baraonda (1980), La
neve nel bicchiere (1984), E ridendo
l’uccise (2004).
Note tecniche sul film:
titolo: Bronte - Cronaca di
un massacro che i libri di storia non hanno raccontato
produzione: Italia -
Iugoslavia, 1972
regia: Florestano Vancini
con: Ivo Garrani, Mariano
Rigillo, Ilija Dzuvalekovsk', Rudolf Kukié
durata: 109', col.
Due testi a confronto
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Libertà |
Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato |
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la novella |
il
film |
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Un
uomo e suo figlio stanno raccogliendo in un bosco legna di frodo. Sorpresi
dal padrone e dai suoi campieri, vengono frustati a sangue. Inutilmente
l'uomo, per proteggere il ragazzo, cerca di fare da scudo con il suo corpo. |
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Il
duro lavoro di donne e bambini nei campi. In una palude, un uomo raccoglie
sanguisughe facendosele attaccare alle
gambe. Donne
e bambini rovistano tra i rifiuti. |
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Al
collegio Capizzi, una scuola tenuta da preti, un professore insegna ai
ragazzi che, tra non molto, con l'arrivo di Garibaldi in Sicilia, ci sarà
un'unica Italia. |
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Nel
paese si verificano prime agitazioni dei picciotti. |
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Sabato:
la folla, armata di scuri e falci, grida "Libertà" e si riversa in
piazza, davanti al casino dei galantuomini, al municipio, alla chiesa
e |
La
folla ingrossa e irrompe in piazza, davanti al circolo dei civili. |
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irrompe nella stradicciuola. |
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Alcuni
galantuomini (cappelli) fanno finta di essere d'accordo con i
rivoltosi e gridano anch'essi: "Libertà!" |
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Il rettore del collegio
Capizzi scrive una lettera a Garibaldi. |
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L'avvocato Nicola Lombardo
arriva in paese. Si prepara la rivoluzione. |
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I cappelli chiedono
protezione al governo inglese e decidono di affidare il comando della Guardia
Nazionale al notaio Cannata. |
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Alcuni
rivoltosi fanno una "serenata ai sorci". Annunciano la rivoluzione. |
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Cannata
e le guardie sequestrano fucili e mettono in carcere alcuni paesani ritenuti
capi della rivolta. |
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L'avvocato
Lombardo chiede inutilmente la scarcerazione dei detenuti. |
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La
rivoluzione inizia con la liberazione dei carcerati. Prosegue con il
saccheggio delle case e delle cantine. I cappelli,
terrorizzati,cercano di nascondersi. |
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Vengono
uccisi don Antonio (un monello sciancato sputa nel suo cappello), il
reverendo, il figlio della Signora, lo speziale. |
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Sotto
gli occhi della moglie, viene ucciso anche don Paolo che ritorna dalla vigna. |
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Il
taglialegna uccide il figlio del notaio, di 11 anni. |
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La
morte della baronessa barricata in casa: fugge di stanza in stanza con il
figlio ancora lattante e viene uccisa mentre il figlio maggiore (16 anni),
tenta inutilmente di difenderla. |
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A
sera i rivoltosi tornano a casa. |
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Domenica:
la gente si ritrova in piazza e non sa più cosa fare. |
Domenica:
le donne davanti alla chiesa chiusa. Gli uomini nei campi. |
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L'arrivo
dei carbonari di Gasparazzo. L'uccisione
di uno sbirro. L'ingresso
in paese dove, nonostante gli appelli dell'avvocato Lombardo, i rivoltosi
scovano "i sorci", uccidono, saccheggiano, vendicano i torti
subiti. |
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Lombardo
invita alla pace e al rispetto della legge, ma Gasparazzo aizza il popolo a
farsi giustizia da solo e ammazza il figlio del notaio. Giustizia sommaria di
alcuni notabili. |
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I
primi dubbi tra i rivoltosi e le discussioni su come spartirsi la terra. |
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Arrivo
in paese della guardia nazionale. Gasparazzo non si arrende e torna alla
macchia. Lombardo fa da paciere. |
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Lunedì:
arriva il generale (Bixio) con i garibaldini. Si accampano in chiesa. |
L'arrivo
solitario di Bixio (che viene accolto dai notabili e dal clero), seguito da
quello dei garibaldini. |
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Prime
fucilazioni sommarie. |
L'editto
di Bixio: consegnare le armi. Ordine di formare una commissione speciale e di
arrestare i responsabili della rivolta, compreso Lombardo. Lombardo si reca
da Bixio e si fa arrestare. Vengono portati in carcere anche altri rivoltosi.
Bixio ordina che venga restituita la roba ai cappelli e che inizi il
processo. |
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L'arrivo
dei giudici e le interrogazioni nel refettorio del convento. |
L'arrivo
dei giudici e le interrogazioni degli accusati e dei testimoni. |
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Gli
uomini accusati di avere fatto parte dei ribelli vengono condotti in città e
chiusi in carcere. |
Viene
impartito l'ordine di giustiziare - subito e davanti a tutti - 5 rivoltosi e
di tradurre gli altri indiziati a Catania per un regolare processo. |
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La
donna di Lombardo porta qualcosa da mangiare al suo uomo. |
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I
cinque vengono condannati. Tra
loro, ci sono l'avvocato Lombardo e il matto del paese. Lombardo prima di
morire decide di sposare la donna con la quale convive. |
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La
fucilazione dei cinque uomini. Il matto viene risparmiato dal plotone, ma non
dal comandante che gli spara un colpo alle tempia. |
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Le
donne vanno a visitare i detenuti. Poi
si stancano e tornano a casa. |
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Una
ragazza si perde in città e di lei "non se ne sa più nulla". |
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In
paese, galantuomini e povera gente fanno la pace. |
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L'orfano
dello speziale diventa amante della moglie di Neli Pirru. |
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Il
processo dura tre anni: interminabili sedute, interrogazioni, chiacchiere. |
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La
reazione del carbonaio tradotto in galera: Ma non c'era la libertà? |
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Riflessioni
E' evidente come l'interesse politico e sociale di
Florestano Vancini prevalga, in questa sua libera trasposizione filmica della
novella di Verga, su quello letterario. Già l'incipit, prima dei titoli di
testa e subito dopo, è inesistente nel testo letterario. Come sono inesistenti
anche alcune figure (i preti del collegio, il
barbiere, il becchino) e le conseguenti microstorie che sono state loro adattate.
Queste "libertà di regista", tuttavia, più
che disturbare, arricchiscono il film di significati. Tra gli sceneggiatori
appare anche il nome di Leonardo Sciascia e sarebbe interessante sapere qual è
stato il suo apporto nell'adattamento del personaggio del taglialegna, in
quello del carbonaro-bandito Gasparazzo e nell'invenzione delle figure della
donna dell'avvocato Lombardo e, soprattutto, del matto del paese. Nessuno di
questi tre personaggi è presente nella novella di Verga, ma l'infedeltà del
film al testo apporta ricchezza alla vicenda narrata.
Gasparazzo, per Vancini, non è solo un feroce
assassino, ma un ribelle che, a differenza dell'avvocato Lombardo, non crede
nella legge e nella giustizia dei potenti e si rifugia in un banditismo
rozzamente coperto da ideali politici e sociali. C'è, pertanto, in questo
adattamento del personaggio - una sorta di precursore del leggendario bandito Giuliano
che "rubava ai ricchi per distribuire ai poveri" - un cenno storico a
quello che accadde in Sicilia, quando, all'indomani dell'unità d'Italia, molti
giovani si diedero alla macchia pur di non andare ad ingrossare le fila delle
truppe piemontesi.
La figura della donna amante dell'avvocato Lombardo
se, da una parte, sembra inserita per dare maggiore risalto all'uomo che ha
creduto in un ideale politico e che, scoperta l'iniquità della legge, intende
ripagare con un gesto romantico (il matrimonio come ultimo desiderio prima di
morire) la fedeltà di chi è rimasta al suo fianco, dall'altra, acquista una sua
precisa collocazione di vera donna che, a differenza delle altre (nella
sequenza delle testimonianze davanti ai
giudici, mentre gli uomini sostengono di "non avere visto niente", le
donne sono spietate nelle loro accuse), non abbandona il suo uomo (nella novella c'è persino
chi, come Lia de I Malavoglia, "si perde in città") e
sbugiarda il proverbio che dice "femmina e vento, cambia ogni
momento".
E veniamo al matto del villaggio, che, tra i
personaggi "inventati" da Vancini, occupa un posto di particolare
rilevanza. Di lui, nella novella non c'è traccia alcuna; nel film, invece, le
sue improvvise apparizioni sembrano commentare gli eventi, il suo canto prima
della rivolta e la sua ingiusta morte sembrano etichettare i fatti di Bronte
come una delle tante follie della storia. Ma chi è questo matto con il
pirandelliano berretto a sonagli che annuncia sventure, che segue i ribelli che stanno per essere tradotti in
carcere, che partecipa alla razzia appropriandosi di una statuetta di donna
nuda, che risponde alle accuse cantando davanti ai giudici, che invoca
Ventisei
anni dopo Bronte, un regista rumeno, Radu Mihaileanu, per narrare le
follie razziste del nazismo, si servirà in Train de vie (1998) di
Schlomo, lo scemo del villaggio, quasi a voler dire che a volte gli stupidi
sono più intelligenti di coloro che si credono "uber alles". E se Vancini,
non tanto nel trasportare in film una novella, quanto nel narrare "un
massacro che i libri di storia non hanno raccontato ", si fosse
servito del suo pazzo per ripetere quello che Nietzsche aveva già detto in Al
di là del bene e del male, e cioè che "la follia è molto rara negli
individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la
regola"?