
A ciascuno il suo handicap
Italia, 1981
con: P.
Noiret, V. Mezzogiorno, M. Placido, C. Vanel
regia:
Francesco Rosi
durata: 113', col.
Raffaele, Rocco e Nicola sono tre fratelli meridionali
che hanno abbandonato il loro paese di origine. Il primo è diventato giudice e
vive a Roma con sua moglie e un figlio già grande; il secondo è scapolo e
lavora in un istituto di rieducazione per minorenni a Napoli; il terzo fa
l'operaio a Torino ed è separato dalla moglie. Alla morte della madre, chiamati
dal vecchio padre che non si è mai staccato dalla sua terra, i tre fratelli si ritrovano nella cascina della loro infanzia e, durante
la notte che precede il funerale, sono assaliti da incubi, sognano una vita e
una società migliore.
Anche Marta, la bambina di Nicola, vive a modo suo la
scoperta di un mondo contadino che non conosce e, dopo aver trascorso tutta la
giornata ad esplorare la vecchia casa contadina, stabilisce una singolare e straordinaria intesa con il nonno
affranto dal dolore e aggrappato ai ricordi della sua esistenza.
Francesco Rosi
(Napoli, 1922)
Abbandonati gli studi di giurisprudenza, inizia la sua
attività artistica come illustratore di libri per bambini e facendo l'assistente
alla regia. Lavora con L. Visconti, L. Emmer, R. Matarazzo, M. Antonioni, M.
Monicelli, G. Alessandrini. Il suo primo film - La sfida (1957) - anticipa tutti i motivi della sua filmografia
futura, dall'ispirazione cronachistica all'impegno sociale, dal potere mafioso
all'emigrazione. I film che seguono - I magliari (1959), Salvatore Giuliano (1961), Le
mani sulla città (1963) - lo pongono all'attenzione della critica e lo
consacrano come uno dei migliori registi italiani degli anni Sessanta. Dopo Il momento della verità (1965) e la
favola tratta da "Lu cunto de li cunti" di Basile C'era una volta (1967), si interessa di
avvenimenti storici della Prima e Seconda Guerra Mondiale (Uomini contro del 1970, La tregua del 1997), di personaggi e
fatti della cronaca (Il caso Mattei
del 1972, Lucky Luciano del 1973, Cadaveri eccellenti del 1976, Tre fratelli del 1981, Dimenticare Palermo del 1990, La tregua del 1997), della rilettura di romanzi e opere liriche (Cristo si è fermato a Eboli del 1979, Carmen del 1984, Cronaca di una morte annunciata del 1987).
Nel 2008 gli è stato assegnato l'Orso d'Oro alla
carriera al Festival di Berlino.
Anche all'interno di un'istituzione naturale come la famiglia
le diversità e gli handicap non mancano. Nel film di Rosi il campionario è
vasto: la famiglia ormai disgregata di
Donato Giuranna e quella condizionata dal terrorismo di Raffaele; la famiglia
in crisi di Nicola e quella "scelta per vocazione" di Rocco; la
famiglia ormai chiusa nella scatola dei ricordi e quella amara del presente; la
famiglia paesana che si ritrova al bar
e quella nazionale che segue la TV; quella contadina che si riunisce nei
momenti lieti e tristi della vita e quella urbana che vive nell'indifferenza e
nel terrore... Nessuna di esse è perfetta, o completamente preservata dai
pericoli; eppure, in ognuna di esse, c'è una luce di speranza che proviene
dall'intesa tra le vecchie e le nuove generazioni. Ed è a questa luce che sembra
alludere il regista nella sequenza
finale, quando il nonno e la nipotina rientrano a casa tenendosi per mano.
ALCUNI GIUDIZI CRITICI
"Tre
fratelli è un film sulla memoria e sul tempo, che rivela nel suo autore una
spiccata disposizione al lirismo. Di impianto narrativo più vicino ai modelli
della commedia che non al film-inchiesta, si sviluppa attraverso numerosi
flashback intrecciando le storie di tre personaggi-simbolo attorno al nucleo
tematico della fine della civiltà contadina. Senza rinunciare alla sua
vocazione per un cinema di impegno civile (che riemerge soprattutto nelle
discussioni tra i fratelli) Rosi - aiutato dalla solare fotografia di De Santis
- dà libero corso all'invenzione fantastica riscattando la prolissità dei
dialoghi e la schematicità dell'assunto con alcune sequenze da manuale (come
quando descrive, con un ritmo efficacemente concitato, l'uccisione - in sogno -
del giudice su un autobus o lo smarrimento dell'anello della madre durante il
viaggio di nozze)." (C.G.P., Dizionario
Universale del Cinema, a cura di F. Di Giammatteo, Editori Riuniti)
"... apologo un po' ruvido e approssimato
sull'Italia, ha i suoi momenti migliori nelle scene più liriche, dove una
riflessione di tipo etico prende forza sull'analisi più direttamente politica." (Dizionario
dei film, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi)
"Il regista cerca di mostrare come, al di là di
ogni disgregazione sul piano politico e sociale, si nasconda un identico
volto, capace di assumere un infinito numero di ruoli e maschere. (Gian Piero
Brunetta, Storia del cinema italiano,
Editori Riuniti)
"Tre
fratelli racchiude nell'arco di ventiquattr'ore una cronaca familiare e una
meditazione accorata sul Sud, con momenti molto belli (l'arrivo degli alleati,
le scoperte della bambina, le nozze del nonno) e un senso costante del
batticuore. " (G. Grazzini, Il
Corriere della Sera, 20-3-81)
"E' Rosi a confessarsi, è una generazione a
specchiarsi attraverso i tre protagonisti, condividendone le ansie, i disagi,
le ribellioni, gli sbandamenti, i dubbi, le poche sicurezze, e in ognuno dei
personaggi v'è uno spicchio dell'autore e degli spettatori seduti in
sala." (Mino Argentieri, Rinascita, 3-4-81)
"...pur non rinunciando alla passione civile e
alla riflessione critica che ne fanno l'intellettuale più organico del cinema italiano, Rosi ha fatto per la prima
volta una cronaca familiare." (M. Morandini, Il Giorno, 20-3-81)
"... con il passo continuo del dolore privato, si
propongono e si impongono gli altri temi, non solo quello direttamente politico
del Paese che muore, del terrorismo, della democrazia alla sua ultima spiaggia,
ma altri altrettanto attuali, politici e non, il sud, la diaspora
dell'emigrazione, i giovani, la violenza, la droga, la famiglia e i grandi,
irrinunciabili valori familiari..." (Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 31-3-81)
"Il film è percorso, da un capo all'altro, dalla
"pietà" per i valori della persona umana, per il legame che unisce il
padre ai figli, per il patrimonio, non quantificabile e spesso non precisabile,
che una generazione affida alle altre..." (F. Bolzoni, L'Avvenire, 20-3-81)
“F. Rosi racconta un'altra storia del Sud, ma dal di dentro, in
bilico tra privato e pubblico. Ma la prima dimensione è espressa, la seconda solo
dichiarata. Un apologo sull'Italia di oggi sincero, onesto, sempre
interessante, a tratti coinvolgente.” (Morandini 2007)