
Handicap di celluloide
LA ROSA PURPUREA DEL CAIRO
(The Purple Rose of
Cairo)
USA, 1985
con: M. Farrow, J. Daniels, D. Aiello, D. Wiest,
Van Johnson
regia: Woody Allen
durata: 82', col.
Durante la Grande Depressione, Cecilia - una donna giovane e carina, sposata con un uomo che non lavora, le spilla i soldi, la tradisce e la maltratta - trascina la sua esistenza facendo la cameriera in un ristorante. L'unica sua evasione è il cinema, dove trascorre buona parte del suo tempo rivedendo più volte lo stesso film. Un giorno, mentre assiste per l'ennesima volta alla proiezione del film "La rosa purpurea del Cairo", le accade qualcosa di straordinario: un personaggio lascia lo schermo e inizia una relazione d'amore con lei. Cecilia è incredula ma felice e vive questa avventura lasciandosi trascinare in situazioni paradossali. La surreale storia d'amore, tuttavia, coinvolge altre persone: il gestore, la produzione, la polizia, gli altri personaggi della vicenda e lo stesso attore che entra in competizione d'amore per Cecilia con il suo alter ego dello schermo. Cecilia si rende conto di essere passata, in breve tempo, da "donna sola" a "donna amata da due persone che sono la stessa persona" e decide di seguire il suo innamorato "in carne ed ossa" ad Hollywood; ma, quando va al luogo dell'appuntamento (il cinema, ovviamente), scopre che la pellicola è stata sostituita e che il sogno - quel sogno - è finito.
Woody Allen
(New York, USA,
1935)
Allen Stewart Konigsberg (questo il suo vero nome) ha
alle spalle una carriera scolastica piuttosto movimentata. Non riesce infatti a
completare i suoi studi né alla New
York University, né al City College. Proprio questa serie di insuccessi lo
spinge verso lo spettacolo e gli consente, quasi per caso, di fare le sue prime
prove come "gag man" alle dipendenze di varie catene televisive.
Negli stessi anni è anche attivo come presentatore nei night club, dove alterna
le sue esibizioni comiche a quelle di suonatore amatoriale di clarino. Nel 1965
debutta ufficialmente come sceneggiatore e come comparsa ad Hollywood (in Ciao, Pussycat di Clive Donner) e si
afferma a Broadway come commediografo. Anche il produttore Charles Joffe si
fida di lui e gli permette di adattare
per il grande schermo prima Provaci
ancora Sam e poi Prendi i soldi e scappa. E' l'inizio di
una brillante e inarrestabile carriera per nulla scalfita da travagliate
vicende sentimentali (Diane Keaton, Mia Farrow e Soon-Yi, la figlia adottiva).
Lunghissima la lista della sua filmografia. Da
ricordare: Prendi i soldi e scappa
(1969), Il dittatore dello stato libero
di Bananas (1971), Tutto quello che
avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere (1972), Il dormiglione (1973), Amore e guerra (1975), Io e Annie (1977), Interiors (1978), Manhattan (1979),
Stardust Memories (1980), Una commedia sexy in una notte di mezza
estate (1982), Zelig (1983), Broadway Danny Rose (1984), La rosa purpurea del Cairo (1985), Hannah e le sue sorelle (1986), Radio Days (1987), Settembre (1987), Un'altra
donna (1988), Crimini e misfatti (1989),
New York Stories (1989), Alice (1990), Ombre e nebbia (1991), Mariti
e mogli (1992), Misterioso omicidio a
Manhattan (1993), Pallottole su
Broadway (1994), La dea dell'amore
(1995), Tutti dicono I Love You
(1997), Harry a pezzi (1998), Celebrity (1998), Accordi e disaccordi (1999), La
maledizione dello scorpione di Giada (2001), Melinda e Melinda (2004), Match
Point ((2005), Scoop (2006), Sogni e delitti (2007).
La rosa
purpurea del Cairo rimanda
spontaneamente all'intuizione pirandelliana de I sei personaggi in cerca d'autore e a tutta la teoria del
"teatro nel teatro". L'handicap, qui, è lo schermo (e tutto ciò che
vive in esso): tra il cinema e la vita la differenza è sostanziale. Lo
sprovveduto, il semplice, l'isolato è
facilmente vittima della videodipendenza: passa, come Cecilia, da un innocente
gioco di fantasia ad un pericoloso totale coinvolgimento della sua esistenza.
ALCUNI GIUDIZI CRITICI
"Altro capitolo del discorso alleniano sulla
vita, la filosofia, la cultura, lo spettacolo, la finzione, l'immaginario
collettivo. Qui, più che nei film precedenti, la soluzione di continuità tra
realtà e finzione è davvero inesistente. Regista e sceneggiatore, Allen, in
modo magistrale, illustra e scardina il tradizionale rapporto
schermo-spettatore. Una delle più ironiche e appassionate dichiarazioni
d'amore per la settima arte e un raffinato esempio di cinema "delle
origini e sulle origini". (Dizionario
dei film, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi)
"Sovente criticato negli anni '80 da chi lo aveva
etichettato come "il più geniale dei comici di tradizione ebraica" non
nasconde l'attrazione verso modelli espressivi e cinematografici più
impegnativi. Fra i suoi maestri: Bergman
e Fellini (nel campo cinematografico) e
Shakespeare, Cecov, Pirandello (in quello letterario). Se pur
discontinuo nei risultati, è andato via via costruendo un personaggio
emblematico delle crisi ideologiche ed esistenziali degli anni '70.
Contemporaneamente ha continuato a
rinnovare e approfondire il suo rapporto con il cinema attraversandone con
coraggio intellettuale crisi e obsolescenze
e avvalendosi, dal punto di vista tecnico, di prestigiosi collaboratori, come
Gordon Willis, direttore della fotografia." (Dizionario Universale del Cinema, a cura di F. Di Giammatteo,
Editori Riuniti)
"Il film è un intelligente e divertito omaggio al
cinema, ma anche una malinconica riflessione sulla vita." (Segnalazioni cinematografiche, in Cinenciclopedia 2 dell' Ente dello
Spettacolo)
“Fondato sul principio dell'attraversamento dalla realtà alla
finzione e viceversa (ripreso da Keaton di Sherlock jr., 1924), è un
film perfetto perché ha una trasparenza e una leggerezza che esimono da ogni
sforzo d'interpretazione tanto incantevole è l'armonia tra la forma, il fondo e
le sue componenti (intelligenza, tenerezza, malinconia, umorismo, comicità,
ironia).” (Morandini, 2007)
“Allen
in uno dei suoi vertici registici: un divertito e divertente omaggio al cinema,
una deliziosa delicatezza di racconto, uno humour finissimo intriso di sottile
malinconia. Un'opera magistrale, in cui l'omaggio al cinema del passato non è
disgiunta dall'amarezza della sconfitta di personaggi piccoli e perdenti.”