locandina del film MARIANNA UCRIA

 

 

Un mondo a parte

 

 

MARIANNA UCRIA

 

 

Italia, 1997

 

con:    E. Laborit, R. Herlitzka, P. Noiret, L. Morante, L.

        Crespi, L. Betti, L. Trieste, E. Grieco.

regia:  Roberto Faenza

durata: 110', col.

 

Sicilia, prima metà del Settecento. La famiglia palermitana degli Ucria è depositaria di un terribile segreto che vede coinvolta in prima persona la dodicenne Marianna, sorda e muta. Nella speranza che lo shock possa guarirla, il nonno costringe inutilmente la piccola ad assistere all'impiccagione di un ragazzo. Nonostante la protezione della nonna e l'amore della madre disperata e taci­turna, Marianna deve soccombere all'ordine di sposare, a 13 anni, il cinquantenne zio Pietro e, a 16 anni, si ritrova già madre di tre figli. Chiusa sempre di più nel suo universo ricco di emozio­ni e tensioni, apprende da un istitutore francese il linguaggio dei segni, il piacere della letteratura e le nuove idee filosofi­che illuministe. Raggiunta l'emancipazione attraverso la cultura e l'autostima, Marianna, una volta rimasta vedova e indipendente, riesce a rompere quello che sembrava il suo ineluttabile destino di repressione, ad  affermare la propria femminilità e a scoprire da sola la terribile verità che le avevano taciuto sin dall' infanzia.

 

Roberto Faenza

(Pino Torinese, 1943)

 

Unisce all'attività di scrittore anche quella di docente univer­sitario (dal 1970 al Federal City College di Washington e dal 1977 a Pisa). Esordisce nella regia cinematografica durante gli anni della contestazione giovanile, con un film - Escalation (1968) - che traduce in immagini la spinta eversiva e la carica distruttrice nei confronti della società borghese e capitalisti­ca. Per questa caratteristica di contestazione che permane anche nei film successivi, Faenza entra a far parte del gruppo  dei ragazzi terribili del cinema italiano degli anni '70.  Nonostante il tono simpaticamente corrosivo, i risultati cinematografici delle sue fatiche restano, comunque, al di sotto delle aspettati­ve, a causa di un linguaggio approssimativo. Negli anni Ottanta percorre altre vie con Si salvi chi vuole (1980), ma anche in questo caso non riesce a convincere totalmen­te la critica e il pubblico. Un cambio notevole di cifra stili­stica lo mette in atto, invece, nel 1990, quando realizza Mio caro Dottor Grasler, con il quale tenta di tradurre le atmosfere decadenti evocate dalle pagine dello scrittore mitteleuropeo Arthur Schnitzler.  La sua opera più matura e riuscita resta senz'altro Jona che visse nella balena (1993).

Altri film:  H2S (1970), Forza Italia (1977), Copkiller (1983), Sostiene Pereira (1995), L’amante perduto (1999), Prendimi l’anima (2003), Alla luce del sole (2004), I giorni dell’abbandono (2005), I vicerè (2007).

 

"La storia di Marianna (...) si collega intimamente ai miei due film precedenti Jona che visse nella balena e Sostiene Pereira. Marianna Ucria, al pari di quelli, sarà una storia estrema. Sembrava impossibile per il piccolo Jona poter sopravvivere al lager nazista, come impossibile appariva al vecchio giornalista la possibilità di combattere la dittatura. Eppure entrambi sono riusciti a trovare il coraggio di superare un passato tanto atroce e andare incontro a nuova vita. Molto mi affascina il tema della fiducia: è per questo che per fare film cerco personaggi i cui percorsi approdano dal buio più profondo alla luce. Un'altra ragione del mio interesse per la vicenda di Marianna, è il tema della memoria: una storia che racconta il passato ma che in realtà riguarda il presente. Del resto, la straordinaria unicità del grande schermo consiste nel poter riportare a galla ciò che il tempo ha confinato all'oblio; poter dare alla memoria una perenne continuità." (Roberto Faenza, dalle note di regia)

 

ALCUNI GIUDIZI CRITICI

 

"Marianna sembra interpretare il ruolo dell'illuminista prima dell'illuminismo stesso, allorché sola, sorda alle pastoie del mondo in cui vive e muta perché non può parlare il linguaggio di chi la circonda, sente con drammaticità di essere fuori posto, di essere arrivata dopo quello che c'era e prima di quello che sarà. Questo "sarà", però, è già realtà, è già il tempo dei lumi, ma non nella Sicilia, dove l'ignoranza e la superstizione imperver­sano; l'essere sordomuto diventa allora una necessità per difen­dere se stessi ed aspettare un domani migliore." (Pina Basta, in suppl. a Primissima Scuola, gen. 1997)

 

"... Trasmette emozioni, cultura e il senso della Storia. Non è vero che è freddo: basterebbe l'emozione pittorica di ogni inqua­dratura a incantare gli occhi (...) Ricchissimo di temi e conte­nuti, nobile e inquietante come molti suoi protagonisti (tutti bravi), sorretto da una regia attenta a inquadrature e personag­gi, è un grande film sulla memoria." (Giovanna Grassi, Il Corrie­re della Sera, 18/2/'97)

 

"Questa storia di una donna palermitana del '700 "senza orecchie e senza lingua" mi ha subito conquistato come un "Gattopardo" anticipato di un secolo (forse il modello in qualche modo ha pesato), ma con un gusto più femminile dell'arredo, dell'aneddoto e della minuzia psicologica. L'iter della dama minorata (con la simbolica implicazione femminista che tutte le donne sono consi­derate tali nella società dei maschi) convince non tanto per le tesi che porta, quanto per la travolgente sicilianità del lessi­co. A confronto il film di Faenza sembra il diligente racconto di un libro fatto da uno che non se lo ricorda bene: anche se la storia di base rimane la stessa, quella di uno zio stupratore della nipotina sordomuta che poi se la sposa per riparazione mentre lei si avvia a conquistare maturità e saggezza." (Tullio Kezich, Il Corriere della Sera, 8 feb. 1997)

 

"...il dramma di Marianna non sta esclusivamente o principalmente nel fatto di aver dovuto sposare contro la sua volontà, questa era storia comune a quei tempi, bensì nella sua menomazione. Il film si costruisce intorno alla domanda che la ragazzina prima e la donna poi torna a ripetere ai suoi familiari, "sono sempre stata così?". Con l'avanzare della vicenda, e pertanto del film, questa domanda cresce e necessita di una risposta in modo sempre più preciso e alla fine anche angoscioso." (Francesca Prandi, Film, n. 27, maggio-giugno 1997)