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Quel brutto handicap della vecchiaia

 

 

CACCIA ALLE FARFALLE

(La chasse aux papillons)

 

Francia/Germania/Italia, 1992

 

con:    N. Blanchet, T. Tarassachvili, P. P. Bailhache, A. Tcher­kassoff, M. Ndiaye, F. Tsouladze

regia:  Otar Iosseliani 

durata: 117', col.

 

 

Marie-Agnes e Solange sono due vecchie amiche che vivono in un paesino della provincia francese, all'interno di  un castello un po' decrepito ma ancora pieno di mobili e di oggetti preziosi che parlano di un passato non del tutto sopito. Le due donne, pur essendo circondate da profittatori d'ogni sorta (ladri che rubano le posate d'argento, antiquari arraffatutto, speculatori immobi­liari giapponesi) non hanno perso l'interesse per il mondo che le circonda e passano le giornate a ricevere gli amici, a intratte­nere rapporti cordiali con gli abitanti del villaggio e con amabili fantasmi che frequentano il castello, ad ascoltare la radio per cercare di capire quest'epoca strana e inquietante, piena di guerre, di catastrofi, di confusione ideologica, di fanatismo terroristico. Quando  Marie-Agnes muore, però, il castello va in eredità a una sua sorella di Mosca e dalla Russia, dove vivevano nella promiscuità di angusti appartamenti colletti­vi, arrivano gli eredi; per mettere subito tutto in vendita, per dilapidare malamente il ricavato e per sciupare un'atmosfera che non hanno saputo far rivivere neppure per un istante.

 

Otar Iosseliani 

(Tbilisi, URSS, 1934)

 

Messe da parte le sue ambizioni musicali e scientifiche, frequen­ta a Mosca i corsi di Dovzenko alla scuola di cinema (il VGIK). Nel 1961 si diploma in regia e, nello stesso anno, avendo dimo­strato qualità fuori del comune, ha la possibilità di esordire con Aprile, una storia onirica e surreale di libera invenzione figurativa, che non  ottiene l'autorizzazione a circolare. E' la prima delle sue molte disavventure. Deluso, cambia mestiere, trova lavoro in fabbrica e sulle navi di carico. Cinque anni dopo, torna al cinema con la commedia di costume La caduta delle foglie (1966) che ottiene grande successo a Cannes e che gli procura notorietà. Nel 1973, realizza un'altra commedia di maliziosa introspezione sociologica: C'era una volta un merlo canterino. La sua arguzia, tuttavia, non è apprezzata in patria e il successivo Pastorale (1976) ha una circolazione talmente ridotta da procurargli nuove difficoltà. Il Goskino gli nega la possibilità di lavorare ed egli si reca in Francia dove gira I favoriti della luna (1984) che a Venezia ottiene il premio speciale della giuria. Dopo Un incendio visto da lontano (1989), è la volta del delizioso Caccia alle farfalle (1992) che viene gradito soprattutto dai critici.

Altri suoi film: Briganti (1997), Addio terraferma (1999), Lunedì mattina (2002), Giardini in autunno (2006)

 

Dice Iosseliani: "Se si fa un film per fare un film , come fanno tutti i miei colleghi, si è cineasti. Io non sono un cineasta. Non lo sono per formazione intellettuale. Semplicemente applico questo mestiere alle mie necessità vitali. Per potermi sentire in pace, devo assolvere a una qualche funzione su questa terra." E, a proposito del suo Favoriti della luna", aggiunge: "I favoriti della luna sono, per Shakespeare, i ladri; e, in fondo, tutti gli uomini sono ladri, impegnati in ogni tempo a sottrarsi vicende­volmente qualche cosa."

Anche in Caccia alle farfalle gli uomini cercano di sottrarsi a vicenda qualche cosa, non riflettendo su quel grande ladro che è il tempo, quando ci toglie i giorni, l'infanzia, i giochi di una volta, la vita. La partecipazione alla vicenda del regista (che appare nella parte del fantasma che fuma), più che un vezzo alla Hitchcock, va vista, pertanto, come l'intrusione di un autore che vuole ricordare agli spettatori l'importanza del suo messaggio.

 

 

ALCUNI GIUDIZI CRITICI

 

"Giocando con una trama frastagliata e divertente che non rispar­mia ironia e sarcasmo per nessuno (dal prete ubriacone, all'avida antiquaria e ai parenti russi con gli stessi difetti e la stessa fame di denaro di quelli occidentali), il film lascia emergere, scena dopo scena, un coerentissimo ritratto dell'avidità umana descritta con il cinismo disincantato che richiedono i tempi ma anche con lievità e naturalezza. Lontano da ogni dogma, Iosselia­ni cerca di raccontare con questo raffinato racconto morale quello che rendeva la vita vivibile e che oggi non c'è più, come la caccia alle farfalle del titolo, che non ha nessun rapporto con la trama ma rimanda a un gioco irrimediabilmente perso, a un ricordo di tempi più distesi, in cui c'era spazio per inseguire farfalle (e sogni)." (Dizionario dei film 1996, a cura di P. Mereghetti, Baldini & Castoldi)

"Senza accenni drammatici, ma al contrario con la leggerezza di una satira sottile, Caccia alle farfalle esprime il sentimento per la perdita irreparabile di una tradizione densa di valori culturali, spirituali e morali. Una tradizione che noi, purtrop­po, siamo incapaci di trasmettere e della cui consunzione siamo soltanto testimoni. Caccia alle farfalle, poi, non è soltanto un film che sprigiona grazia e ironia da ogni scena, poesia ed eleganza da ogni risvolto, ma è soprattutto una splendida, impie­tosa, caustica metafora dell'Europa d'oggi. Dell'Occidente che si sta consumando fra volgarità e autodistruzione, fra cattive abitudini e contagi d'ogni tipo, disperdendo il suo immenso patrimonio nell'indifferenza delle giovani generazioni che sem­brano non accorgersi di quello che sta accadendo e che cercano altrove modelli sostitutivi di un'identità perduta. Dei paesi dell'Est che non hanno saputo accogliere e far germogliare il seme ritrovato della libertà, ma lo hanno malamente sprecato lasciandolo inaridire. Amarezza e nostalgia, rimpianto e commo­zione svolazzano leggeri nel film di Iosseliani e come variopinte farfalle si trasformano in immagini di una soffice, preziosa, delicatissima tessitura. Dove, dolce e impertinente, si intrufola anche una inesauribile vena di beffarda ironia." (Pubblicazioni Cineforum Seraphicum, 1993/94).

 

“…toccato dalla grazia, quasi perfetto, caso anomalo di commedia malinconica sulla fine di un'epoca e di una cultura, ma divertente, squisita. Umorismo leggero, affilato come l'indolore lama di un rasoio.” (Morandini, 2007)

 

Lato umano e disumanizzato: sogno e denaro. Caccia alle farfalle, contrappuntando i desideri umani, dalla tenerezza alla meschinità, è una commedia deliziosa, di squisita leggerezza. Una precisa e composita rappresentazione di tipi umani che non scadono a macchietta, dove bisogna lasciarsi guidare dagli stacchi rapidi di Iosseliani. Dalla resa di una eterogeneità che produce mutamenti laddove tutto sembra immutabile. La quiete della provincia francese a poco a poco si trasforma, indipendentemente dai desideri e dalla volontà dei suoi abitanti. Le fotografie, gli oggetti, i ritmi sempre identici di una vita che scorre lenta con il proprio vissuto, apparentemente lontana dal mondo, e così vicina ai ricordi da confondervisi, contribuiscono a far diventare la propria stessa vita un ricordo. L'esempio più calzante è dato dalla sequenza in cui la vecchia signora aspira dalla sigaretta depositata sul portacenere dal fantasma di colui che aveva amato in gioventù. Raffinata e precisa rappresentazione di un sogno che passa con dolcezza allo stato di veglia, questo atto è il segno di una comunione, di un ritrovarsi sotto il segno di una morte così dolce da avvenire grazie all'accresciuta intensità del ricordo, divenuto involontariamente silenziosa evocazione. A tutto questo si contrappone lo spreco di una esistenza senza memoria, impersonata dalla giovane figlia di Hélène, Olga, e dal gruppo giapponese che acquisterà, alla fine, la villa. Olga, all'opposto di Marie Agnès, è tutta impegnata nel bruciare i "suoi" desideri. I desideri informi e senza futuro di una ricchezza improvvisa che non sa gestire. (…) Basta poco a Iosseliani per entrare nel cuore delle vite dei suoi personaggi mantenendo, allo stesso tempo, quella distanza che non ci consente una troppo manifesta immedesimazione. Ci distanzia l'assenza, o il trattenimento, di un pathos che include i germi di una forte emotività drammatica o comica. Il senso che Iosseliani va esplorando non risiede nelle motivazioni, nelle giustificazioni dei comportamenti e delle azioni dei personaggi, ma di ciò che vivono loro malgrado, e l'adattarsi ad una vita la cui quotidianità oscilla fra le consuetudini e le abitudini placide e ripetitive, e per questo confortanti, e la precarietà di cui comunque si nutrono. (…) Il pregio di Iosseliani è dunque una singolare capacità di modellare sottili atmosfere, una raffinatezza non comune nel coordinare le tracce scomposte di un insieme irriducibile a unità. Un mondo in cui la tranquillità cela più tensioni di quanto si possa scorgere sia in superficie sia nello sviluppo stesso della storia.” (Fabio Matteuzzi in Cineforum n. 321)