
Diversità possibile
BAGDAD CAFE
(Out of Rosenheim)
Germania, 1987
con: M. Sagebrecht, C. Pounder, J. Palance, C.
Kaufmann
regia: Percy
Adlon
durata: 95', col.
Una coppia bavarese è in viaggio per gli USA. Nel deserto di Mojave, i due litigano: la donna (Jasmine) scende dall'automobile e si avvia a piedi, trascinandosi dietro quella che crede essere la sua valigia; il marito, adirato e cafone, accelera e l'abbandona. E' così che Jasmine arriva al Bagdad Cafè, fatiscente motel-distributore di benzina-trattoria-bar, gestito da Brenda, un' esasperata donna di colore che ha cacciato di casa il marito fannullone e che deve combattere con i clienti, con il figlio fanatico di Bach, con la figlia tutto sesso, con un nipotino ancora in fasce, con un solitario specialista di tatuaggi ed ex pittore e con un ragazzo con zaino e tenda che si diletta a lanciare un fantasioso boomerang. Dopo l'iniziale diffidenza, tra le due donne nasce a poco a poco un'amicizia che diventa anche solida alleanza commerciale. Brenda e Jasmine, infatti, scoprono che dalla loro diversità culturale può venire fuori uno scambio reciprocamente vantaggioso per vincere le solitudini e gli scontenti. E così la tedesca - dopo aver riscoperto l'allegria, l'amore per se stessa e per il proprio corpo - trasforma la sua ossessione della pulizia e della precisione in talento magico e spettacolare, impiantando un caffè che sembra un cabaret berlinese; l'americana, da parte sua, impara l'efficienza, la concretezza, l'organizzazione.
Percy Adlon
(Monaco, Germania, 1938)
Figlio naturale di un cantante d'opera e dell' erede
di una dinastia di albergatori, assume il nome della madre e del famoso Hotel
Adlon. Attore radiofonico, autore di trasmissioni televisive letterarie, per
10 anni si occupa di documentari, specializzandosi in ritratti d'artisti e di
gente comune. Nel 1980 realizza il fiction-documentario Celeste, tratto dall'autobiografia della governante di Proust.
Ottiene notorietà con il suo secondo film - Sugarbaby,
(1984) - dopo il quale, trasferitosi nella campagna bavarese, inizia a lavorare in coppia con la moglie Eleonore.
Con Bagdad Cafè, nato da un
viaggio compiuto con la moglie nel deserto americano, realizza il suo primo
film in inglese e destinato al mercato internazionale.
Altri film: Rosalie
va a far la spesa (1989), Salmonberries
- A piedi nudi nella neve (1991), Younger
& Younger (1993).
Dal marito di Jasmine ai figli di Brenda, dagli
avventori casuali agli ospiti fissi, tutti coloro che passano per il Bagdad Cafè sembrano portarsi dentro
invisibili handicap. Eppure, alla fine, si assiste a una sorta di guarigione
collettiva. Non c'è stato nessun miracolo (nel senso religioso del termine);
solo una presa di coscienza e un'accettazione di se stessi, partita dall'opera
delle due donne protagoniste e trasmessa per contagio a tutti gli altri
personaggi. In tal senso, acquista significato metaforico anche il
termos-macchina da caffè, scaraventato fuori dall'auto all'inizio del film dal
marito di Jasmine (è tramite esso che scopriamo la provenienza della strana
coppia: Rosenheim, una piccola città bavarese dopo la frontiera e prima di
arrivare a Monaco), raccattato da un negro alla guida di un furgone e riciclato
nel bancone bar del motel.
ALCUNI GIUDIZI CRITICI
"Quello di Jasmine e di Brenda sembra l'incontro
di due opposti: bianca, grassa e paciosa, la prima; negra, sospettosa e
alquanto nevrastenica, la seconda. (...) Sempre ondeggiante tra il racconto
esistenziale e la commedia di situazioni, Bagdad
Cafè è un film
stilisticamente frammentario, ma allegramente eccentrico e spesso
divertente." (Il Secolo XIX,
3/9/'88)
"I rapporti di forza si equilibrano. Il
metaforico boomerang lanciato in direzione dell'orizzonte che poi torna al
punto di partenza sta lì a dimostrarlo. E poi Bach, i lederhosen, una copia di Morte a Venezia, Marianne Sagebrecht...
Adlon trasfigura, seduce, strania, rende paradossale la realtà, diverte."
(Fabio Bo, Il Messaggero, 13/9/'88)
"Una divagazione all'insegna di un intelligente,
garbato umorismo, lo stravolgimento scherzoso di un quadro solitamente destinato
a temi di ben maggiore crudezza, uno sguardo sorridente su una
"realtà" trasformata in moduli di fantasiosa elaborazione." (Bergamo, Oggi, 28/8/'88)
"Non oserei paragonare questa trasferta americana
di P. Adlon a quelle del suo connazionale Wim Wenders ma siamo in quei paraggi:
con la stessa fantasia colorata, perfino con qualche puntata nel metaforico,
sorrette sempre, però, da un'attenzione sottile per il reale e il concreto,
fondendo abilmente il quotidiano alla favola." (Gian Luigi Rondi, Il Tempo, 16/9/'88)
"Il suo stile visuale sofisticato, assai
contemporaneo e molto originale, si esercita qui con particolare maestria; domina
il giallo, colore della sabbia desertica e del calore emotivo (anche le ombre
sono gialle anziché grigie); dominano la metafisica degli spazi vuoti alla De
Chirico, le dislocazioni e sproporzioni alla Dalì." (L.T., La Stampa, 26/8/'88)