
Rapidità e indugio
Nel
1985, quando Italo Calvino tenne le sue famose lezioni americane all’Università di Harvard, inserì tra i valori
letterari da conservare nel prossimo millennio anche la rapidità. Precisando,
tuttavia, che il contrario di ogni virtù da lui scelta non era da considerare
un vizio, ma un’altra virtù, spesso non meno raccomandabile. “Questa apologia della rapidità – furono
le sue parole – non pretende di negare i
piaceri dell’indugio.” Facendo
riferimento a questa precisazione, Umberto Eco, quando nel 1993 fu chiamato
dalla stessa Università a proporre delle riflessioni sulla narrativa, colse
l’occasione per tessere l’elogio dell’attesa e inserì tra le Sei passeggiate nei boschi narrativi,
anche l’ indugiare nel bosco.
Non è
dato sapere se Antonio Piazza e Fabio Grassadonia,
scrivendo e dirigendo il loro primo lungometraggio, abbiano tenuto presenti
questi due interessanti saggi. Di certo, vedendo Salvo, non si può fare a meno di paragonare ancora una volta la
tecnica cinematografica a quella letteraria. Analisi e sintesi, lentezza e
velocità, indugio e rapidità, sono antitetici ma non si escludono a vicenda. Da
qui, il piacere di “gustarli” entrambi in un film che va letto anche come
allegoria di una piaga sociale sulla quale, anche chi si crede estraneo,
deve aprire gli occhi.
Dalla
tecnica alla vicenda narrata. Saro è un killer a
servizio di un capo mafioso. Facciamo la sua conoscenza nelle prime sequenze
quando, per difendere il “pezzo da novanta” che l’ha ingaggiato, non esita a
fare fuori gli scagnozzi della cosca rivale e, una volta scoperto il mandante, a
provvedere di persona al regolamento dei conti. E’ in casa dell’uomo che deve
eliminare che Saro si imbatte in Rita, la sorella
cieca della sua vittima. La spedizione
punitiva avrà, allora, un’appendice imprevista. Infatti, a causa dello shock subito,
Rita acquista la vista e Saro, pur sapendo di incorrere nell’ira del boss,
non se la sente di ucciderla. Per proteggerla, la sequestra e la nasconde fuori
città, in un capannone industriale abbandonato. Non è amore a prima vista, ma
compassione. Meglio: improvviso rifiuto della spietata legge della mafia. A
guarire, in altre parole, non sarà soltanto Rita; anche Salvo apre gli occhi e
si ribella a modo suo. Pagherà con la vita questa sua scelta, ma probabilmente
per la prima volta gusterà la bellezza del mare e le carezze di una donna.
Presentato
al festival di Cannes 2013, Salvo ha
vinto il Grand Prix e il Prix Révélation alla 52° Semaine de le Critique. Nel giro
di pochi giorni ha visto, pertanto, ripagati gli sforzi di cinque anni di
lavoro dei due quarantenni esordienti registi siciliani e la fiducia dei
produttori Massimo Cristaldi e Fabrizio Mosca. "Non capivamo più niente. Per l'agitazione non siamo nemmeno riusciti a
capire le motivazioni, in francese, del premio. (…) Ma abbiamo capito benissimo
che c'è stato un grande amore per il nostro film”, hanno dichiarato i due
autori in conferenza stampa. E subito dopo, alla domanda “Avete fatto una
dedica speciale per i premi?”, hanno aggiunto: "Sì. Noi siamo palermitani. Ieri era il 23 maggio: abbiamo voluto
dedicare i riconoscimenti alla memoria dei giudici Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino. Ci è sembrato giusto e spontaneo".
Giusto e spontaneo riconoscere anche i meriti di
questo film che, pur collegandosi al filone cine-mafia, in qualche modo se ne
allontana proprio per quel misto di indugio e rapidità che ci riporta ad Eco e
a Calvino. Si mettano a confronto, a tal proposito, la scena del lungo piano
sequenza nella casa di Rita con quella del regolamento di conti tra opposte
cosche. Silenzi angosciosi, fruscii, rumori ovattati e sospiri, da una parte;
fughe disperate, colpi secchi di revolver, imprecazioni, dall’altra. E tutto
abbellito da una fotografia d’autore (Daniele Ciprì),
da incisive prove di recitazione (il palestinese Saleh
Bakri nei panni di Salvo e l’abruzzese Sara Serraiocco in quelli di Rita), da soggettive che dagli
occhi di Rita passano a quelli degli spettatori, da una colonna sonora interna
ai fatti e composta, oltre che da “Arriverà” dei Moda ed Emma, da rumori fuori campo
e da insistenti latrati di cane, dal rombo dei motorini, dallo sbattere di
catene e porte, dal mormorio delle onde del mare.
Tutto bello? Calma! Si scivola facilmente al
debutto. Il conflitto finale tra Salvo e i picciotti mafiosi sa di western e
rischia di inquinare la credibilità dell’intero racconto. "Io e Grassadonia
siamo entrambi di Palermo", ha detto Piazza, "e lì ti viene insegnato a 'non vedere' e a
cercare di vivere come se si fosse in una città normale. Ora puoi scegliere di
non vedere, ma se scegli di vedere tutto si complica".
Ecco: vedere ciò che accade veramente, non
fantasticare sull’eroe che con una pistola fa fuori un bel po’ di mafiosi
armati di lupare. Teniamoci l’invito a superare la cecità con la stessa coraggiosa
presa di coscienza che da anni predicano le associazioni contro le mafie e
“Libera” e che, con la suggestione delle immagini e a modo suo, anche questo
film richiama. Lo spaghetti western lasciamolo a Sergio Leone.
Salvo
Regia:
Antonio
Piazza e Fabio Grassadonia
Con:
Saleh Bakri, Sara Serraiocco, Luigi Lo Cascio, Giuditta Perriera, Mario Pupella.
Italia,
Francia 2013
Durata:
103’, colore