L’infanzia ammutolita

in L’uomo che verrà di Giorgio Diritti

 

Non parla, Martina. Da quando ha visto morire il suo fratellino si è chiusa in un ostinato mutismo, nonostante l’affetto dei suoi cari, l’aiuto della maestra, i soprusi dei coetanei. Non parla, ma scrive Martina. E, soprattutto, osserva.  Nel piccolo paese alle pendici di Monte Sole, dove Martina vive con la sua famiglia, ci sarebbero tante cose belle da guardare all’età di otto anni:  i segreti del bosco, le bellezze della natura, l’alternarsi delle stagioni, gli animali nella stalla, le formiche in fila, le lucciole d’estate, i riti religiosi, le tradizioni di famiglia, la nascita di un nuovo fratellino. Ci sarebbero,  se non corresse l’anno 1943 e se altrove non fossero accaduti avvenimenti storici che si chiamano Armistizio, sbarco degli Alleati, Repubblica di Salò, Italia divisa in due, guerra civile.  Le famiglie dei contadini, ridotte allo stremo dalla guerra, fanno fatica a tirare avanti; figli e fratelli si ribellano, trovano rifugio nelle montagne e nei boschi, confluiscono nella brigata partigiana Stella Rossa e con azioni di guerriglia creano grossi problemi ai tedeschi e ai fascisti. La situazione precipita di giorno in giorno e, tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, le SS scatenano nella zona compresa tra il torrente Setta e il fiume Reno la rappresaglia che passerà alla storia come la strage di Marzabotto. Circa 770 persone, tra le quali 216 bambini, vengono trucidate davanti alle loro abitazioni, nei campi, all’ingresso dei cimiteri, sui sagrati delle chiese: “il più vile sterminio di popolo”, secondo Salvatore Quasimodo.  Martina, tra una fuga e l’altra, vede questo massacro e presta i suoi occhi agli spettatori, facendo da trait d’unione tra la macrostoria delle grandi potenze e la microstoria della sua famiglia, tra la barbarie e l’innocenza, tra la morte e la vita. Vede tutto, Martina. E presta agli spettatori anche la sua voce, ritrovata dopo anni di silenzio solo per intonare un canto di lamento e di dolce ninna nanna: il modo più naturale per piangere i morti e per consolare il fratellino ancora in fasce.

Inspiegabilmente rifiutato a Venezia e apprezzato dalla critica al Festival di Roma 2009, L’uomo che verrà, secondo lungometraggio di Giorgio Diritti, ha un solo difetto: quello di non avere alle spalle una casa di produzione e di distribuzione adeguata. Non si sta pensando agli incassi,  ma al bene che avrebbe potuto fare un film del genere se avesse avuto la possibilità di raggiungere più coscienze. Tramite Martina, infatti, è proprio alle coscienze che si rivolge Diritti, con pudore, senza enfasi, senza compiacimenti truculenti e senza distinzioni manichee tra vittime e carnefici, tra buoni e cattivi. La guerra è sempre sporca ed è assurdo giustificare il sacrificio di innocenti con la scusa di perseguire ideali. Quando si sostiene, come risponde un ufficiale nazista  all’esterrefatto parroco del paese, che ci si comporta in un certo modo solo perché “si è stati educati così”, non c’è da meravigliarsi se si arriva a uccidere maiali e persone nello stesso modo. Meno male che, a bilanciare l’orrore, esistono anche buoni sentimenti annidati non solo nei cuori di eroici sacerdoti, ma anche in quelli di militari che spartiscono il pane con i poveri, giocano con le uova e si rifiutano di premere il grilletto contro donne, vecchi e bambini. L’uomo che verrà  non è solo un bel film corale tutto da vedere; è anche un documento storico, una lezione culturale e sociale che andrebbe impartita agli alunni di tutte le scuole. Conoscere ancor prima che ce lo dica il regista  il tragico epilogo della storia non toglie affatto la partecipazione degli spettatori al crescente sgomento di Martina. In linea con Il vento fa il suo giro, Diritti sviluppa temi a lui cari: la famiglia, la tradizione, la denuncia dell’intolleranza. Lo fa con evidenti richiami a L’albero degli zoccoli  e alla sua esperienza a Ipotesi Cinema  di Ermanno Olmi e inserendosi nella tradizione del miglior cinema italiano, da La ciociara di De Sica a La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani. Gli danno una mano – e che mano – la fotografia di Alberto Cimatti e l’interpretazione di attori professionisti (Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Stefano Bicocchi) e non (i bambini e i contadini locali), tra i quali la splendida Greta Zuccheri Mantanari, indimenticabile Martina.  

  

L’uomo che verrà

Regia: Giorgio Diritti 

Con: Greta Zuccheri Montanari, Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio, Stefano Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Timo Jacobs, Germano Maccioni, Bernardo Bolognesi.

Italia  2009

Durata: 117 minuti