Alabama Monroe – Una storia d’amore

 

Non vi soffermate troppo sul titolo. Passate direttamente al sottotitolo: “Una storia d’amore”. Una storia d’amore a tre, ma con un lato del triangolo occupato da una bambina di sei anni che è arrivata inaspettata, ha illuminato la vita dei suoi genitori ed è sparita troppo presto, come un uccellino che, ignaro dell’impenetrabilità dei corpi trasparenti, ha sbattuto contro un vetro. Bimba e uccellino diventeranno spazzatura, o si muteranno in stelle? Eterno conflitto tra materialismo e spiritualismo, reso ancora più drammatico quando lo scontro avviene all’interno del nucleo familiare. A legare i vari momenti dell’esistenza, dalla nascita alla morte, un genere musicale tipicamente statunitense con influenze irlandesi, scozzesi e inglesi: il bluegrass, country nella sua versione più pura, che ha avuto il suo primo e più rappresentativo esponente in Bill Monroe. Nella cultura folk c’è posto per note di amore, complicità, passione, dolore, gioia e disperazione. Come nella vita dei protagonisti di questo film che Felix Van Groeningen, regista fiammingo al suo quarto lungometraggio, ha tratto da una pièce teatrale di Johan Heldenbergh.  

Siamo in Belgio, alla fine degli anni Novanta. Didier, attratto dal mito dell’America rurale, suona il banjo in un gruppo di musicisti provenienti da varie nazioni, ma uniti dalla passione per la musica bluegrass. Incontrando Elise, tatuatrice e a sua volta super tatuata convinta che nella vita “c’è sempre qualcosa che valga la pena di mettere sul proprio corpo”, Didier trova la voce melodiosa che arricchisce le performance del gruppo e la compagna che metterà al mondo Maybelle. Tutto bello, fino a quando la bambina non avverte i primi sintomi di un male incurabile. Per quanto Elise e Didier cantino insieme che “il dolore va consumato fino in fondo, senza mai sottrarvisi”, la morte della bambina provoca tra loro litigi e reciproche accuse. Il cerchio si rompe, come suggerisce il titolo originale The Broken Circle Breakdown. Elise va via e tenta di ricostruire la sua vita ritornando a fare la tatuatrice; poi, su insistenza di Didier, riprende ad esibirsi con il gruppo musicale ma cambiando nome: si chiamerà Alabama. Fallisce, invece, ogni suo tentativo di convertire Didier, da lei ribattezzato Monroe, al suo credo; e, cioè, che “anche il nome della persona amata inciso sulla pelle può essere ricoperto da nuovi tatuaggi”.  Didier ha Maybelle tatuata nell’anima e, quando esplode in una pubblica requisitoria contro chi, in nome di un’etica religiosa oscurantista,  rallenta la ricerca sulle staminali, fa piombare anche Alabama-Elise nella disperazione. Rifugiatasi nel suo negozio, la donna si imbottisce di farmaci e a nulla giova la folle corsa in ospedale. Se ne andrà a raggiungere Maybelle accompagnata dal mesto canto di addio del gruppo country accorso al suo capezzale. 

Questa sintetica narrazione della vicenda fa torto a un film che va visto e non narrato per almeno tre motivi. Il primo motivo è legato alle interpretazioni di Johan Heldenbergh e, soprattutto, di Veerle Baetens, premiata come migliore attrice all’European Film Awards e al Tribeca Film Festival ed esempio di quella recitazione totale che, oltre la voce, fa parlare lo sguardo e il corpo. Il secondo motivo chiama in causa il montaggio, espediente filmico per eccellenza, che in questo caso è utilizzato come sapiente mix di passato-presente e di gioia-dolore quasi per regalare agli spettatori attimi di ottimismo. Terzo motivo: l’impossibilità di raccontare la musica. Qualsiasi musica va sentita con le proprie orecchie e non per interposta persona. A maggior ragione questo bluegrass, che da colonna sonora diventa parte integrante della storia e fonte di sensazioni individuali.  

Insomma, si sarà capito che Alabama Monroe è un film che dagli occhi passa direttamente al cuore e, dal cuore, alla mente; un film che chiama in causa politica, religione, bioetica e pone domande alle quali è difficile dare una riposta. Perché una bambina di sei anni deve morire? Perché la felicità deve durare così poco? Perché si ostacola la ricerca sulle cellule staminali? Perché ragione e religione non possono andare di pari passo?

E, visto che siamo in tema di “perché”, se ne potrebbe aggiungere un altro, magari lasciando da parte un po’ di sciovinismo e facendo finta di ignorare quali e quanti interessi ci siano dietro le scelte dei giurati dell’Academy Award: perché, dopo una serie di riconoscimenti in Europa,  Alabama Monroe non ha vinto anche il Premio Oscar come miglior film straniero?

 

Alabama Monroe – Una storia d’amore (tit. originale: The Broken Circle Breakdown)

Regia: Felix Van Groeningen

Con: Veerle Baetens, Johan Heldenbergh, Nell Cattrysse, Geert Van Rampelberg, Nils De Caster

Belgio, 2012

Durata: 100’, col.