
GLI UCCELLI
(The birds)
USA 1963
con: T. Hedren, R.
Taylor, J. Tandy, S. Pleshette, V. Cartwright
regia: Alfred
Hitchcock
durata: 119', col.
Mitch
Brenner, originario di Bodega Bay e avvocato di S. Francisco, entra in un
negozio di animali per comprare una coppia di pappagallini "love
birds" che ha deciso di regalare alla sorellina Cathy, prossima a
festeggiare il compleanno. Il negozio è momentaneamente sfornito, ma al suo
interno si aggira Melania Daniels, una giovane donna che si sente
immediatamente attratta da Mitch. Per potere incontrare di nuovo quell'uomo,
Melania si procura i pappagallini e lo "insegue" fino Bodega Bay.
Durante il viaggio, casualmente e inspiegabilmente, la donna viene ferita da un
gabbiano. Quando si presenta dai Brenner, Melania è accolta con gioia da Cathy,
ma la madre di Mitch non le nasconde sentimenti di gelosia. Ospitata da Annie,
maestra del villaggio ed ex fidanzata di Mitch, Melania partecipa alla festa di
compleanno della bambina, ma resta coinvolta in una drammatica esperienza.
Improvvisamente, infatti, corvi e gabbiani confluiscono a migliaia nella
località, assaltano ferocemente gli abitanti, stringono d'assedio i bambini
della scuola, uccidono la maestra che tenta di difendere i suoi scolari.
L'incubo cresce e nemmeno le case costituiscono un rifugio sicuro. La fattoria
di Mitch, dove si trova anche Melania, non resiste alla violenza scatenata
dagli uccelli, che, dopo avere rotto le tavole inchiodate alle finestre ed i
soffitti di legno, penetrano dappertutto. Alla fine, grazie al suo sangue
freddo, Mitch riesce ad allontanare dal luogo del terrore i suoi cari e a
metterli in salvo.
Alfred Hitchcock
(Londra, 1899 - Los Angeles, 1980)
Figlio
di un commerciante, riceve una severa educazione cattolica e, dopo avere compiuto gli studi tecnici, lavora
presso una società del telegrafo, dove si occupa anche di pubblicità. A 21
anni, nominato responsabile delle didascalie presso la filiale londinese della
" Famous Players-Lasky", comincia ad avere i primi contatti con il cinema. Le
caratteristiche principali del suo cinema (la colpa e il problema morale, come
tema; la ricerca della perfezione e dell'innovazione, come tecnica) sono
probabilmente riconducibili a queste due matrici della sua formazione. Dalla
didascalia alla sceneggiatura, dall'aiuto regia alla regia. Se si esclude il
modesto esordio con Il giardino del piacere (1925), già ne Il
pensionante (1926) si intravedono il suo interesse per l'intrigo e l'incubo
esistenziale e un vezzo che si porterà sempre dietro: "firmare" i
suoi film con un'apparizione marginale. Nel 1929 passa al sonoro con Ricatto,
ma continuerà a prediligere l'immagine sulla parola e l'uso espressivo di suoni
e rumori. Di questa prima parte della sua produzione (il periodo inglese) vanno
ricordati soprattutto: Ricco e strano (1932), L'uomo che sapeva
troppo (1934), Il club dei trentanove (1935), Sabotaggio
(1936), La signora scompare (1938). Nel 1939 si trasferisce ad Hollywood
e ottiene un'immediata popolarità con Rebecca, la prima moglie (1940).
In America ha modo di perfezionare lo stile, di sperimentare, di passare dalla sensazione
del cinema alla formazione delle
idee. E' così che diventa il maestro indiscusso del thrilling.
Confluiscono, nel suo modo di fare cinema, incubi e humour nero, paradossi
sulla morale e sull'amore e sottili riflessioni sulla psiche umana, amore per
la vita e paura della morte. Il sospetto (1941), L'ombra del dubbio
(1943), I prigionieri dell'oceano (1943) sono anche delle metafore
sull'uomo e sulla società. Dopo la guerra realizza una serie di film di grande
successo: Io ti salverò (1945), Notorius, l'amante perduta
(1946), Nodo alla gola (1948). In quest'ultimo film, offre uno
straordinario saggio di abilità costruendo la vicenda in un unico ambiente e
girando il più lungo piano-sequenza di tutta la storia del cinema. Divenuto
produttore, amministratore e pubblicitario di se tesso, dal 1950 in poi, fornisce sofisticati esercizi di regia che hanno lo scopo
fondamentale di intrattenere lo spettatore inchiodandolo alla poltrona. La
sua notorietà raggiunge con gli anni consensi universali e il pubblico non
tarda a vedere in lui "il re della
suspense". E' questo l'elemento
dominante del suo cinema, il suo marchio di fabbrica. Abile manipolatore di paure cinematografiche, profondo
conoscitore degli strumenti del mestiere, attento fino all'inverosimile alle
novità tecniche, rigoroso come un matematico, realizza pellicole che sono ormai
entrate nella storia del cinema, traboccanti di sequenze da antologia e di
finezze narrative: L'altro uomo (1951), Io confesso (1953), La
finestra sul cortile (1954), Caccia al ladro (1955), L'uomo che
sapeva troppo (1956), Il ladro (1956), La donna che visse due
volte (1958), Intrigo internazionale (1959), Psycho (1960), Gli uccelli (1963), Marnie (1964).
Nonostante la sua celebrità, la critica non gli è favorevole. La
totale riabilitazione si deve ai critici francesi: Rohmer e Chabrol e,
soprattutto, Truffaut che, nel 1966, con il suo libro-intervista Il cinema
secondo Hitchcock costringe ad una rilettura della sua opera e del suo
genio. Il "Premio Oscar alla carriera", che gli viene consegnato
nel 1967, corona la sua straordinaria
attività.
Disse Hitchcock:
"Fare un film non è altro che raccontare, e il
racconto - superfluo dirlo - deve essere ben scelto. Io non credo di portare
sullo schermo un episodio di vita, perché la gente può avere tutti gli episodi di
vita che vuole fuori, sulla strada, davanti al cinema e senza spendere un
soldo. Esso deve essere credibile, e
tuttavia non troppo comune; deve essere drammatico, pur rimanendo naturale. Il
dramma - disse un giorno qualcuno - è la vita, ma con l'esclusione dei
fatti insignificanti. Mi piace che il pubblico continui a interrogarsi e
che non sappia mai cosa succederà dopo. Faccio crescere l'interesse del
pubblico in modo graduale e sicuro e, nei thriller, lo porto ad un
crescendo."
Non è un fatto comune che uno stuolo di uccelli aggredisca
un intero paese, ma è credibile. "Certo, gli uccelli erano veri. Nel '62 i
trucchi elettronici erano pura fantascienza. Perciò gli attori ricevevano
artigli e colpi d'ala in faccia. Ogni volta che si doveva ripetere il ciak,
l'interprete era sempre più terrorizzato, ma la scena era verosimile",
dirà lo sceneggiatore Ed MacBain (in un'intervista rilasciata in occasione del
centenario della nascita di Hitchcock e riportata su La Repubblica
dell'11/8/'99). Forse, prima di vedere questo film, a nessuno era mai venuto in
mente che placidi volatili si potessero trasformare in bestie feroci. Gabbiani
e corvi, pappagallini e passerotti sono, per tutti, sinonimo di gioia,
allegria, primavera; dopo la visione de Gli uccelli, ammettiamolo, si
stenta a vederli solo volare e si teme che possano aggredirci da
un momento all'altro, non si sentono cinguettare ma stridere, non fanno più
tenerezza ma paura. Magari non sarà mai così come li abbiamo visti nel film di Hitchcock, ma intanto il sospetto che qualcosa di
analogo possa verificarsi anche lontano da Bodega Bay (per esempio, nel
quartiere Prati di Roma) si è insinuato nella nostra fantasia.
Così la critica:
"Stavolta Hitchcock non ha bisogno di un
colpevole per creare una situazione d'angoscia. Passato dal giallo all' horror,
trasforma comuni uccelli in belve feroci; il normale in mostruoso. L'effetto è
di una angoscia onirica, surreale, quasi metafisica. Sorta di favola mostruosa,
The Birds trova nei trucchi animati di Ub Iwerks un eccezionale
complemento. Assai curata anche la colonna sonora di Herrmann, che non fa uso
di musiche, ma di rumori e di strida di uccelli, stilizzati e ritmati come in
una partitura. Ci si potrebbe sbizzarrire nel cercare un significato simbolico
per questa rivolta di uccelli: sia esso religioso, politico, sessuale.
Indicativo è il ruolo svolto dalla rivalità femminile: le tre donne che si
contendono Mitch. Ironicamente allusiva, una battuta che Hitchcock ha poi
soppresso nella versione definitiva.
"Uccelli di tutto il mondo, unitevi. Non avete altro da perdere che
le vostre piume." (A. Bencivenni, in Dizionario Universale del Cinema,
a cura di F. Di Giammatteo, Editori Riuniti)
"… è uno dei capolavori assoluti del cinema e
probabilmente il vero testamento cinematografico di Hitchcock. Tutto il film è
una riflessione sull'angoscia, affrontata da diversi punti di vista
(psicologico: quello della madre del protagonista, che teme di essere
abbandonata dal figlio avvocato; morale: quello di Melanie, che si inventa un
ruolo sociale per riempire il vuoto della propria vita scioperata; metafisico:
quello della comunità assediata, che vede improvvisamente ribaltarsi il
tradizionale rapporto tra Uomo e Natura), tutti materializzati nelle torme di
corvi e gabbiani che riempiono sempre più l'inquadratura e trasmettono un
insostenibile senso di minaccia già prima di attaccare. In questo modo un
giallo orrorifico si trasforma in una specie di "apocalittico giudizio
finale, specie di punizione biblica inferta all'uomo da un Dio di vendetta e di
collera", anche se l'abilità del regista sta proprio nel non volere
sottolineare nessuna interpretazione particolare (filosofica, ecologica o
soprannaturale) e lasciare aperto il finale, con la macchina che porta via i
protagonisti in un mare di uccelli
vocianti." (Dizionario dei film, a cura di Paolo Mereghetti,
Baldini & Castoldi)
"Per ultimo ricordiamo Gli uccelli,
anch'esso uno dei capolavori assoluti della cinematografia; 350 effetti
particolari; straordinario per la tecnica e i trucchi, i membri della troupe
dovettero ricorrere alle cure ospedaliere più volte a causa dei problemi con i
corvi. Una curiosità, nella pellicola non è presente il classico "the
end" finale." (Internet, voce: Hitchcock)
"Insomma, il cinema di fantascienza si sta a poco
a poco ripiegando in un modo o nell'altro sull'elemento umano. Ed è in fondo
una riflessione sull'uomo - anche se, a ben vedere, in chiave alquanto negativa
- un singolarissimo film di Hitchcock, Gli uccelli, sulla rivolta dei
volatili contro il genere umano. Tratto da un'opera della DuMaurier imparentata
con il bellissimo racconto lungo di Arthur Machen Il terrore (nel quale tutti
gli animali si rivoltano), il film, come giustamente rileva Goffredo Fofi,
lascia intravedere una certa antipatia del regista nei confronti dell'umanità,
mostrata come "gente mediocre, stupida, borghese". " (Storia
generale del cinema , diretta da V. Bassoli, vol. III, pag. 365, Ellemme
Editrice)
"… tracce, indizi, sospetti. Sono questi gli
ingredienti del giallo, espressione nostrana per designare un certo tipo
di cinema e di letteratura: sotto tale etichetta si raccolgono in realtà
racconti di vario tipo e profondamente differenti fra loro. Chi potrebbe
sostenere, per esempio, che Gli uccelli, diretto da Aldfred Hitchcock
nel 1963, non è un giallo? Non s'intende, per giallo, una storia in cui ci sia
un assassinio, oppure un crimine, una storia diabolicamente intricata da
sciogliere, o un complotto da smascherare, insomma un tenebroso impiccio, uno
strano intrigo, una sottile macchinazione? Gli uccelli è forse la storia
più semplice e più complessa che un regista abbia mai raccontato sullo schermo.
Una metafora dell'aggressione, di ogni aggressione, in cui, eliminando il
movente e facendo dell'aggressore una figura collettiva, il regista conferisce
alla storia lo spessore del paradigma." (A. Bernardi, Cento anni di
Cinema, supplemento a Il Corriere della Sera, 1995, pp. 236/237)
"Secondo me è il suo film più famoso, più
costoso, più fantastico, quasi di fantascienza. Un'assoluta novità: non c'è
musica, ci sono i rumori della natura, i venti, le maree, la bufera, gli
stridii degli uccelli, le voci degli animali. Nella mia carriera non ho mai
avuto il coraggio di fare un film senza musica." (D. Argento, La
Repubblica, 11 agosto 1999)
"Non ho mai conosciuto nessuno che avesse un
controllo così completo del proprio lavoro. Ora penso a lui come a una specie
di grande computer, capace di immagazzinare tutto e di trasformarlo in arte. Le
sue idee erano talmente chiare che non ci occorrevano quasi mai più di due o
tre ciak perché la scena fosse perfetta. (…) Non riusciva proprio a decidere
come finirlo, era angosciato. Un pomeriggio riunì i membri della troupe nella
sua camera d'albergo per discutere i vari finali possibili. In ultimo,
naturalmente, fu lui a decidere. Scelse il finale sospeso - forse ancora più
angosciante - dove non sappiamo se i protagonisti riusciranno davvero a
salvarsi oppure no." (T. Hedren, intervista rilasciata a R. Nepoti, La
Repubblica, 13 agosto 1999)