
USA,
1998
con: J.
Carrey, L. Linney, N. Emmerich, N. McElhone, E. Harris
regia: Peter Weir
durata: 103’, col.
Truman
Burbank è sposato con la dolce Meryl, ha una bella casa, lavora come
agente in una compagnia di
assicurazioni, ha un amico del cuore (Marlon) e vive nella tranquilla cittadina
di Seahaven. Tutto bello, se fosse vero.
Ma non è così. In realtà, Truman è un orfano adottato fin da quando si
trovava nel grembo materno da Christof-Ed Harris, demiurgo produttore-regista
televisivo che ne ha fatto il protagonista di una colossale e interminabile soap-opera
seguita da cinquemila telecamere, una telenovela che non ha confronti nella
storia della TV. Tutto è finto nel mondo in cui vive Truman, tutto è una
scenografia all’interno di un immenso teatro di posa: finti i tramonti da
cartolina, finto il mare che circonda l’isola da sogno, finta la pioggia che
cade a comando. E finte anche le persone che Truman incontra ogni giorno,
attori e comparse scritturate per lo show. Compreso il padre della cui morte Truman
si sente responsabile, la moglie e l’amico di infanzia. Un giorno, Truman si innamora di una ragazza
(Sylvia), ma la scena non è prevista
dal copione.
Sylvia
viene cacciata via per scarsa professionalità e Truman, che inizia a sospettare
qualcosa, cerca di sottrarsi all’occhio delle telecamere. Sospesa
temporaneamente la trasmissione per cause di forza maggiore, il regista trova
Truman in mezzo al mare (dove si era avventurato nonostante la paura che dal
giorno della finta morte del padre lo attanagliava) e, per convincerlo a
desistere, scatena una tempesta. Poi,
vista la determinazione di Truman e con la speranza di convincerlo a continuare
lo spettacolo, gli rivela la verità. Truman, allora, decide di uscire
definitivamente dal set.
(Sydney,
Australia, 1944)
Attore,
scrittore, cineasta underground, esordisce nel cinema agli inizi degli anni
Settanta. Il film più significativo di questo suo primo periodo - Le
macchine che distrussero (o divorarono ) Parigi (1974) – non
è mai arrivato in Italia; nel 1976, invece, si segnala al pubblico
internazionale con Picnic ad Hanging Rock (1975), che vince il festival
di Taormina e propone Weir come il più interessante talento del giovane cinema
australiano e uno tra i più significativi registi del cinema “fantastico”. Picnic
ad Hanging Rock, viene a ragione giudicato (Dizionario universale del
cinema, a cura di F. Di Giammatteo, Editori Riuniti) “un film di raffinata fattura e di calibrato
suspence, singolarmente prossimo all’accezione todoroviana del ‘fantastico’
(che si riteneva perlopiù inaccessibile all’evidenza dell’immagine
fotografica).”
Una
buona accoglienza viene riservata anche alle sue prove successive:
l’apocalittico
L’ultima
onda (1977), l’antibellico e
“griffithiano” Gallipoli (o Gli anni spezzati) (1981), il cronachistico Un anno vissuto
pericolosamente (1982).
Intorno
alla metà degli anni Ottanta si trasferisce
a Hollywood e la sua notorietà assume livelli internazionali con
prodotti ben confezionati e graditi dal pubblico: un thriller che vince anche
l’Oscar per la sceneggiatura – Witness - Il testimone (1985) -, un
film ecologico e anticonsumista
- Mosquito Coast (1986) -,
un’opera poetica e
pedagogicamente rivoluzionaria (altro Oscar alla sceneggiatura) - L’attimo
fuggente (1989) -, un’intelligente,
acuta e ironica critica alla falsità della televisione – The Truman Show
-.
Altri
suoi film: L’uomo di stagno (1979), Green Card – Matrimonio di
convenienza (1991), Fearless – Senza paura (1993), Master and commander
(2003), War Magician (2004).
In
diretta senza saperlo: è questa la sorprendente scoperta di Truman Burbank,
divo di una fantascientifica telenovela, preparata e realizzata da un
regista-padreterno per il diletto di milioni di spettatori. La “fantaTV” che
prende il posto della “TV-verità”, la “TV-finestra sul set” che elimina la
“TV-finestra sul mondo”, la “TV occhio” che diventa “TV guardona”: un incubo,
se non ci fosse il liberatorio sfondare della scenografia posticcia a far
tirare un respiro di sollievo. Siamo tutti con Truman: meglio una vera, libera
e imprevedibile vita di stenti, che una falsa, asservita e definita esistenza
dorata in un mondo di cartapesta.
“L’aspetto che mi
interessava in Truman era mettere in luce gli incerti confini fra realtà
e fantasia in questa civiltà dominata dai media. (…) La televisione diventa
pericolosa solo quando la si guarda troppo, non è un problema di qualità ma di
quantità, soprattutto per quanto riguarda i bambini che già hanno la tendenza a
confondere la fantasia con la realtà.” (Peter Weir, in un’intervista rilasciata
a Luciana Bellentani e riportata in Film, anno 6, n.39)
Così
la critica:
“L’inautenticità della nostra vita – deviata,
clonata, colonizzata da un bombardamento di immagini – è il motivo portante del
film. E Truman è lo specchio di questa perdita di identità. Il tema non
è nuovo e i precedenti sono tanti e illustri, a cominciare da Gorgia in
cui Platone parla di un mondo illusorio e falso dove l’uomo giusto è costretto
a vivere a sua insaputa. Se per il curato di Ambricourt nel Diario di un
curato di campagna “tutto è Grazia”, per l’universo di Andrew Niccol e
Peter Weir “tutto è fiction”. Per questo, con la sua coraggiosa scelta finale,
Truman è l’uomo vero (notare il gioco di parole in inglese true-man) che
apre la porticina ai confini dell’immenso studio e affronta il salto nel buio
tuffandosi nel buco nero della vita reale. L’incubo mediatico è sconfitto. Ma
il garbo, l’ironia e la sottile intelligenza di Peter Weir ci mettono in
guardia. Come i due vigilantes del finale, c’è chi non ha capito niente e si
preoccupa soltanto di cambiare programma.” (E. Natta, Famiglia cristiana,
n.43, 1998)
“E il mezzo (come
preconizzava M. MacLuhan) è diventato il messaggio, la televisione è diventata
l’espressione, algida e coinvolgente, della divinità. Onnipresente, incombente,
minaccioso, il Dio balugina dai teleschermi che troneggiano in ogni casa. In Truman show si chiama Christof e
sta “oltre il mondo”, in uno studio ipertecnologico a dirigere e organizzare la
soap seguita da trent’anni ai quattro angoli del mondo: minuto per
minuto, dalla nascita, la vita di Truman Burbank, quintessenza dell’uomo
mediosuburbano, un ragazzone gioviale che a poco a poco si accorge del
mostruoso inganno che è stata la sua vita. “Non è Shakespeare, ma è genuino, è
vivo!” dice la pubblicità. E Christof: “Io sono il creatore del Tv show. Un
emulo del Grande Fratello che, a differenza dell’originale di 1984 di
Orwel, non appare sullo schermo, ma si nasconde nella stanza dei bottoni nella
quale viene giornalmente creata l’utopia che aiuta il mondo anti-utopico (il
nostro) ad andare avanti.” (E. Martini,
in Film , anno 6, n.39)
“Girando
The Truman Show, Peter Weir non scopre nulla di nuovo. Squarcia solo il
velo. E dietro trova tutti noi. Carnefici e vittime, demiurghi e spettatori.
Ansiosi di vedere e rivedere quanto ha da proporci stamattina, questo
pomeriggio e stasera la moviola della vita.” (C. D’Antonio, Film TV,
anno 6°, n.41)
“The
Truman Show ha la rara capacità di coniugare tutte le caratteristiche
tipiche del grande film popolare (divertimento, intensità emotiva, velocità
narrativa a lieto fine) con una notevole ricchezza di possibili livelli di
lettura. Innanzitutto quello relativo alla televisione, che tutto (e tutti noi
guardoni) assorbe, che ci controlla come un Dio cattivo ed egoista dall’alto
della sua cabina di regia (quella appunto di Christof) e ci dice come vivere
(omologati). E che tenta di ucciderci a suon di tempeste in mare, se non
obbediamo agli ordini. Questa piccola grande scatola elettronica che
costituisce il nostro alibi per non vivere in prima persona, che ci nutre di
finzioni; che ci permette di spiare le (verissime) miserie e paure di uno come
noi, Truman, per non dover – ognuno di noi – scoprire e comprendere le proprie.
Ma la genialità del soggetto di questo film
è soprattutto il giocarsi tra l’impressione di una vita vera (come per
tanti anni Truman ha creduto) e la totale meccanicità e falsità di ciò che sta
intorno. Ogni spettatore subito intuisce, senza bisogno di alcuna dissertazione
filosofica, che la propria vita potrebbe essere come quella di Truman. Che
tutti intorno potrebbero soltanto recitare, che il demonio perverso della
modernità forse ci sta guidando lungo un percorso già prestabilito, disseminato
di hamburger, lavatrici e viaggi organizzati.”
(M. Lombardi, Film, settembre-ottobre 1998)
“Dopotutto,
basta rifletterci. C’è sempre qualcuno che ci guarda: in banca, al
supermercato, sotto il portone di casa. Chilometri e chilometri di nastro con
la nostra faccia registrata. Video che andrebbero cancellati, che magari
finiscono chissà dove. Siamo tutti attori di un universale Truman Show.”
(V. Zucconi, in C. D’Antonio, Film TV, anno 6°, n.41)
“Chi
decide la TV rischia di perdere completamente la testa: tra apparire e essere
non si sa più cosa sia vero, stare alle leve del controllo dà un’ebbrezza
innaturale. Parliamo di gente la cui
identità è regolata dai dati di ascolto, in posizione di potere straordinario,
che produce in loro un’elevata tossicità. Chi può detronizzarli? Solamente il
pubblico, cambiando canale. Il disinteresse uccide i padroni della TV come la
criptonite annulla Superman.” (G. Peirce, in C. D’Antonio, Film TV, anno
6°, n.41)
“Una
vicenda “impossibile” ed è vero: facilmente smontabile, se si vuole mettere
alla prova la sua verosimiglianza. (...) Ma assolutamente credibile, se la si
prende come una metafora della
invadenza sempre più pervasiva della società dello spettacolo, non solo nella
nostra cultura, ma anche nelle nostre abitudini quotidiane.” (C. Cosulich, Rivista
del cinematografo, ottobre 1998)
“L’umorismo nero di The
Truman Show descrive un incubo: un incubo neo-millenaristico e tecnologico.
L’incubo della televisione come parte integrante della nostra vita. La
televisione che diventa la vita: e non è possibile fare altro al di fuori di
lei, avere altra dea al di fuori di lei.” (A. Comazzi, Rivista del
cinematografo, ottobre 1998)
“Truman
Show non è solo un film sulle aberrazioni che la pressione mediatica induce
nell’universo della contemporaneità, ma anche sull’assurdo e commovente
trasporto col quale cerca di dedicarsi al mondo e celebrarlo, sull’allucinazione
irresistibile della sua volontà di potenza. Lo show che è oggetto dell’intero
film è la rappresentazione immaginaria del Grande Sogno della tv: registrare e
raccontare in diretta la vita come se fosse una partita di calcio. Non c’è
gesto che possa essere previsualizzato da uno storyboard, non c’è
emozione o conflitto o passione o gioia su cui un’abile regia in diretta non
sappia trovarsi con un’angolazione a favore poco prima o poco dopo che essa sia
generata. (...) Anche quello di Truman è un mondo a parte, assurdo e
affascinante. Il regno della vita trasformata in rappresentazione. Come nella
televisione, nel mondo di Truman le trasmissioni sorgono con il sole e
terminano con il riposo notturno. Come nella televisione esse continuano anche dopo
che abbiamo spento lo schermo. E’ il sogno più segreto e totalitario della
televisione, imitare la natura al punto di trasformarla in un palinsesto. Chi
di noi non si è chiesto almeno una volta: come sarebbe davvero vivere nel mondo
di ininterrotta felicità che ci descrive ogni spot pubblicitario?” (M. Sesti, Rivista del cinematografo,
ottobre 1998)
“E’
un film modaiolo, è logico che piaccia a tutti. Anche l’eroina piace a tutti,
se la provano. Ma non è un buon motivo per spacciare TV, l’eroina che ci
inettiamo negli occhi. Oggi per essere felici bisognerebbe essere ciechi.”
Oliviero Toscani in C. D’Antonio, Film TV, anno 6°, n.41)