La fantasia dei matti

 

TRAIN DE VIE

 

 

Ungheria – Francia, 1998

 

con:       L. Abelanski, Rufus, C. Arari, A. de la Fontaine, M. Muller

regia      Radu Mihaileanu

durata:  101’, col.

 

1941. In uno shtetl - tipico villaggio rurale delle comunità ebraiche del centro-est  dell’Europa – Schlomo, il matto, arriva trafelato e con una terribile notizia: i nazisti stanno deportando tutti gli ebrei. Al panico iniziale subentra, ben presto, la convinzione generale che occorre fare qualcosa, prima che sia troppo tardi. Ma che fare? Schlomo (e chi altri avrebbe potuto?) ha un’idea pazzesca da proporre al  Consiglio dei Saggi: prevenire i tedeschi  organizzando una finta deportazione, una colossale mascherata che coinvolga l’intero villaggio. Con l’aiuto del notabile del paese, che si fa venire attacchi d’ulcera al momento in cui deve sborsare i soldi, viene comprata una locomotiva fuori uso e il treno è rimesso a nuovo; alcuni giovani ebrei imparano a comportarsi da perfetti SS agli ordini di un finto colonnello; mobili e masserizie vengono caricati; un funzionario delle ferrovie, seguendo fedelmente le istruzioni di un manuale, fa da macchinista. Ovviamente non tutto fila liscio, ma gli imprevisti – drammatici (l’incontro con SS vere) e grotteschi (alcuni giovani all’interno della comunità viaggiante si dichiarano “comunisti” e danno il via alla lotta di classe, qualche finto nazista  interpreta troppo seriamente la sua parte) – non impediscono al convoglio di raggiungere la salvezza e la libertà.

Ma è tutto vero, o è solo frutto della fantasia di un povero matto? L’ultima inquadratura è riservata al primo piano di Schlomo, che guarda lo spettatore dall’interno di un campo recintato dal filo spinato.

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Radu Mihaileanu

(Bucarest, Romania, 1958)

 

Regista rumeno di radici ebraiche con una  solida esperienza in teatro. Nel 1980, date le scarse prospettive di libertà che gli garantiva il regime di Ceaucescu, emigra in Francia. A Parigi studia cinema e inizia la sua attività facendo l’assistente di Marco Ferreri. Nel 1983 debutta nella regia con Trahir (o "Betrayed"? ). Presentato all’ Europa Cinema di Viareggio, questo film – che narra la storia di un poeta rumeno, ufficialmente in esilio, ma in realtà manovrato dagli agenti della Securitate - non raggiungerà mai il mercato italiano.

Train de vie è il suo secondo film e arriva sul mercato, casualmente, subito dopo l’esplosione de La vita è bella di Benigni. Mihaileanu – che intendeva affidare il ruolo di Schlomo proprio all’attore toscano – riesce a “salvarsi” dalle critiche  sull’opportunità o meno di “scherzare” sulla Shoah grazie alla sequenza finale, ma il suo pensiero, a tal riguardo, è abbastanza chiaro: “Un artista  - egli dice - non deve avere limiti, uno scrittore può toccare qualunque argomento, un cineasta può girare ovunque, anche in un campo di concentramento. Potrebbe esserci anche un rap sulla Shoah. Né c’è un problema della commedia riferita alla Shoah; la commedia è solo un linguaggio, il problema è l’uso del linguaggio, che non deve banalizzare la storia né tradire la memoria. Ci sono esempi di commedie, come Essere o non essere o Il grande dittatore, che, pur girate prima della Shoah, senza conoscerla, non l’hanno tradita.” (M.P. Fusco in un’intervista a R. Mihaileanu, La Repubblica, 27 marzo 1999)

Altro film: Vai e vivrai (2005)

 

La fantasia dei matti – si sa - è più sfrenata di quella dei savi. Ci voleva un’idea pazzesca per salvare un’intera comunità dalla furia nazista e chi altri avrebbe potuto proporla meglio di un matto?  Discussa, condivisa, accettata, l'idea viene realizzata alla sola condizione che la recita sia collettiva, che dalla fantasia del singolo nasca una fantasia di gruppo, come un gioco o uno spettacolo. O come un sogno.

 

Così la critica:

 

“In Train de vie Mihaileanu mette in scena con toni da farsa quella che a lui è stata raccontata come una storia vera (ma forse va considerata una leggenda) (…) La storia, che sarebbe francamente assurda se raccontata in modo realistico, diventa accettabile se trasformata in commedia. (…) L’idea è buona, quasi quanto il lager raccontato come un gioco a premi in La vita è bella. Evidentemente si può raccontare l’Olocausto come una commedia…” (A. Crespi, L’Unità, rip. in Internet, citazione theMOVIEconnection)

 

“Che si tratti solo di favola a lieto fine, ossia di un desiderio, pio e inesauribile, lo testimonia l'imprevista, agghiacciante immagine finale che rimette le cose a posto e dà il senso ultimo del film. Lo stesso Mihaileanu, infatti, dubita che un caso simile a quello da lui narrato possa essersi verificato. Dice che, a parlargliene, è stato uno storico suo amico, il quale gli ha raccontato di un treno che durante la seconda guerra mondiale avrebbe portato un gruppo di ebrei in Unione Sovietica, da dove poi costoro sarebbero giunti in Palestina. In seguito Mihaileanu aveva cercato invano di trovare una conferma a questa storia, una delle tante leggende fiorite sulla scia del conflitto. (…) Train de vie impiega con notevole abilità il déja vu. Giocando, per esempio, su contrasti inediti: gli ebrei del villaggio si avviano a salire sul treno che dovrà fingere di portarli al Lager; noi sappiamo che si tratta di una finzione, preparata da sequenze addirittura burlesche; però le immagini che accompagnano la scena ricalcano quelle dei veri rastrellamenti che abbiamo visto mille volte e la musica di Goran Bregovic rincara codesto contrasto, abbandonando i lieti motivi folklorici che avevamo sentiti in precedenza. Il contrasto a un certo punto investì anche il personaggio di Mordechai, interpretato, con grande finezza, dal comico francese Rufus, l'ebreo travestito da colonnello SS, incaricato di guidare il treno verso la sua destinazione. In questo caso si rovescia il noto proverbio: l’abito qui fa il monaco: Mordechai poco per volta assume l’atteggiamento autoritario di un vero comandante tedesco.” (C. Cosulich, Rivista del Cinematografo, marzo 1999)

 

“C’è l’aria del Vogliamo vivere di Ernst Lubitsch in questo delizioso film di Radu Mihaileanu, ma soprattutto si respira la stessa atmosfera di La vita è bella di Benigni. Anche se scenari, riferimenti culturali e condizioni ambientali sono diversi, lo muove la stessa carica allegra e vitale, lo stesso senso del gioco inteso come rituale di un paradosso in grado di farsi beffe della violenza e di contrapporsi alla brutalità attraverso l’immaginazione e la fantasia. Una molla che scatta sprigionando una raffica di sottili notazioni legate al gioco delle parti: la finzione e la realtà, l’essere e l’apparire, l’ambiguità che consegue al travestimento, l’elogio della follia come inesauribile fonte di creatività, la potenza del sogno che assume una funzione liberatoria e guida verso i sentieri della salvezza. Ma attenti al finale che, come tanti sogni, è troncato da un brusco risveglio.” (E. Natta, Famiglia cristiana, n.6, 1999)

 

" Ognuno vive una realtà nuova in questo viaggio, una realtà fittizia, necessaria a sopravvivere tra i "deportati": nasce il risentimento contro i "nazisti" loro compagni scelti fra quelli che sapessero parlare in tedesco scevro di ogni inflessione Yddish. Le gerarchie si fanno sentire, i gradi sulle uniformi fanno sentire il loro peso e tutto sembra reale, per loro più è verosimile la finzione e più probabile è la salvezza. Questa folle avventura arriverà alla fine, ma sarà tutto vero? Sarà tutto realmente accaduto? O è questa storia una favola? L'invenzione di quello che il matto Schlomo avrebbe voluto che succedesse, un sogno di salvezza e di speranza poeticamente e ironicamente raccontati da Mihaileanu attraverso un'opera che meriterebbe, oltre ai riconoscimenti già ottenuti, una distribuzione sicuramente maggiore e un grande successo di pubblico." (S. Porrovecchio in reVision 1999)

 

"<!- ---------------------------- -><!- INIZIO GUIDA ALLE LETTURA -><!- ---------------------------- ->L'idea è del pazzo del villaggio che tanto pazzo non è poiché tutti, collegio dei saggi inclusi, lo stanno a sentire. Una soluzione c'è sempre, l'importante è crederci e mantenere il senso dell'umorismo, anche quando i tedeschi compaiono davvero e il treno si organizza in soviet per la diffusione incontrollata dell'ideale marxista. Train de vie/Il treno della vita, del regista rumeno Radu Mihaileanu, di yiddish-humor ne ha da vendere. Commedia dolce amara, ben ritmata dalle chiassose e inarrestabili musiche di Goran Bregovic e dalla recitazione sempre un po’ trattenuta degli attori, il film scherza sulla tragedia di ebrei e gitani che si incontrano in fuga, ognuno verso la propria terra promessa, in un festosissimo finale alla faccia del nazista cattivo. I personaggi rischiano a volte la macchietta, ma le battute compensano qualche sbavatura e soprattutto la sospensione della vicenda tra sogno e realtà non fa perdere di vista il necessario senso del tragico. Inevitabile quanto scontato il richiamo a La vita è bella, ma i due film hanno davvero poco in comune oltre al tema e alla ricerca di una forma "leggera". I punti di vista sono fortunatamente lontanissimi e quel che prevale nel film rumeno è sostanzialmente il carattere del popolo ebraico, forse un po’ idealizzato da Mihaileanu che non manca però di autoironia. Più vicino a Woody Allen che al nostrano Benigni, Train de vie scorre lieve e a tratti diventa fiaba, senza pretese di universalità." (Internet. Altavista)

 

"Pur trattandosi dell'ultima guerra "giusta", nel senso della possibilità di individuare senza dubbio i cattivi della situazione e una causa da difendere,  non c'è accanimento contro il nazismo, né intento ideologico. L'attenzione è spostata sulle qualità, i sacrifici o lo spirito di sopravvivenza di chi ha combattuto. In Train de vie il pericolo del rastrellamento imminente sembra essere semplicemente la situazione limite che offre il destro al regista per rappresentare, con infinito humour, personaggi e cultura degli shtetl, oggi pressoché scomparsi. E vuoi vedere che, andando di questo passo, anche i tedeschi, dopo 50 anni di mea culpa, acquisteranno il diritto di raccontarci le loro storie sulla seconda guerra mondiale? Tornando al film di Mihaileanu, che  si è guadagnato qualche premio minore ma soprattutto una sentita e spontanea ovazione del pubblico veneziano, la sua forza consiste, a nostro  parere, nella doppia valenza degli spunti comici: ogni battuta, regolarmente, ottiene il duplice effetto di suscitare la risata e di far conoscere un aspetto quotidiano della vita sociale o un personaggio tipico di queste comunità oggi   scomparse (memorabile il neocomunista fervente che non distingue più tra i  tedeschi veri e quelli finti). E tra le scene più significative e spassose c'è sicuramente quella dell'addestramento a comportarsi e a parlare come  autentici nazisti, i quali così, anziché dipinti al solito nella loro ferocia, sono  battuti indirettamente a colpi di ironia. Il riso contro la barbarie, il cinema come  alternativa a una realtà che fa troppo male. Certamente un brivido percorre  tutto il film e il regista non manca di ricordarci la verità storica, ma nel film si  ride di gusto e senza dover pensare a ogni passo, come in La vita è bella, cui subito il film è stato paragonato, a quanto siano nobili gli intenti degli autori."  (G.Quercia, Internet, Altavista)

 

"Train de vie, non solo per il titolo, fa pensare immediatamente a La vita è bella del nostro Benigni, mentre il suo humour, spesso delizioso, reca vistosi punti di contatto con Chaplin e con Lubitsch e la partitura frenetica di Goran Bregovic sembra tratta di peso da un film di Kusturica. A dispetto di ciò il film non resterà memorabile. Scegliendo di scorrere accanto alla tragicità della Storia, fiaba utopica che vuole sancire il bisogno di immaginario nelle circostanze più difficili per la sopravvivenza, il film nel finale si rivela una storia falsa come il treno che trasporta i falsi deportati; falsi, burleschi, ma senza né carne né sangue." (A. Iuliano, Internet. Altavista)