
Giocattoli e fantasia
TOY STORY IL MONDO DEI
GIOCATTOLI
(Toy story)
USA,
1996
film di animazione
regia:
John Lasseter
durata:
77', col.
Andy è un bambino che possiede un'infinità di giocattoli. A differenza del
suo vicino di casa (Sid) che si diverte a mutilarli e a torturarli, Andy ha
instaurato con essi un rapporto di grande affetto. Quando egli è assente, il
dinosauro di plastica, il cane, il maialino, la macchina radiocomandata, la
patata, l'esercito di soldatini, la pastorella di porcellana, il suo gregge e
tutti gli altri giocattoli vivono di vita propria. In tal modo, nella stanzetta
del bambino accade di tutto: agli ordini dello sceriffo Woody (il giocattolo
preferito da Andy), si tengono riunioni, si discute, si organizzano spedizioni,
si scherza. La tranquillità del gruppo rischia, tuttavia, di finire quando arriva - graditissimo regalo di compleanno -
uno Space Ranger di nome Buzz Lightyear. Il pupazzo-astronauta, tanto moderno
da credersi un vero extraterrestre, si colloca sul posto d'onore (il
letto del bambino), entusiasma gli altri giocattoli per le sue
straordinarie prestazioni e mette in
discussione la leader-ship dello sceriffo. Invidioso di Buzz, Woody fa di tutto
per sbarazzarsene, ma le sue intenzioni criminali vengono smascherate dal resto
della comunità. Caduto in disgrazia, Woody cerca, allora, di recuperare la
stima dei suoi compagni, salvando il suo antagonista dai pastici nei quali lo
ha cacciato. La rivalità fra Woody e Buzz trascina i due in una serie di
avventure: nell'auto della mamma di Andy, nella sala giochi del paese,
nella casa del sadico Sid, lungo la
strada all'inseguimento del camion del trasloco, i due giocattoli
sperimenteranno che, nel gioco come nella vita, ognuno ha bisogno dell'altro.
John
Lasseter
(Los Angeles,USA, 1957 )
Figlio di una professoressa d'arte, Lasseter
cresce e studia a Whittier, in California. Fin dal primo anno delle scuole
superiori sviluppa una grande passione per i fumetti e l'arte dell'animazione.
Durante gli anni del liceo, chiede e ottiene dalla "Walt Disney Studios"
di frequentare il corso iniziale della "Cal Arts", un centro per lo
studio di arte, design e fotografia. Nei quattro anni di studio alla "Cal
Arts" realizza due cortometraggi animati (Lady and the lamp e Nitemare)
ottenendo il premio dello "Student Academy Award". Entusiasta del suo
lavoro, impiega le vacanze estive a lavorare come apprendista presso la Disney
e, una volta ottenuto il diploma, nel 1979, si conquista un posto a tempo pieno
nel dipartimento animazione. Nei cinque anni di lavoro alla Disney contribuisce
alla realizzazione di Red e Toby nemici amici e Il canto di Natale di
Topolino. Ispirato dall'innovativo Tron della Disney, che
introduceva la grafica computerizzata negli effetti speciali, Lasseter inizia
una collaborazione con il collega Glen Keane, realizzando un test della durata
di 30 secondi ispirato ad un romanzo di Maurice Sendak. Il breve
cortometraggio, che mostrava come
l'animazione tradizionale potesse essere felicemente integrata da fondali e movimenti
di macchina creati al computer, gli spiana definitivamente la strada del
successo. Nominato vicepresidente per lo sviluppo creativo presso la Pixar,
tenta con successo (Premio Oscar 1995 come miglior film di animazione) una
rivoluzione nel cinema di animazione
ideando Toy story, il primo film interamente realizzato al
computer.
Tra i suoi cortometraggi e spot pubblicitari,
vanno ricordati Luxo Ir.
(candidato all'Oscar nel 1986), Red's dream (1987), Tin Toy (che
ha come protagonista un tamburino di latta e che viene premiato con l'Oscar nel
1989 quale miglior cortometraggio animato) e Knickknack (1989). Per il
grande schermo ha inoltre progettato ed animato il cavaliere di vetro impiegato
in Piramide di paura (1985),
prodotto da Steven Spielberg. Dal
successo di Toy Story nasce l'idea di un secondo film con gli stessi
personaggi: Toy Story 2 (1999).
Altri film: A Bug’s Life – Megaminimondo
(1998), Cars – Motori ruggenti (2006)
Qualcuno lo sostiene anche da grande; molti di
noi lo abbiamo creduto da piccoli: quando nessuno li guarda, i giocattoli si
animano. E la loro vita ricalca, in qualche modo, la nostra: sono organizzati,
discutono, si amano, si odiano, hanno un esercito, hanno paura, piangono e
ridono. In Toy story non c'è solo la sperimentazione tecnica, ma anche
l'intelligenza drammaturgica degli autori che hanno capito che se, da una
parte, la storia è un pretesto per esibire effetti speciali, dall'altra, gli
effetti speciali sono un mezzo per raccontare meglio una storia. Dai primi
tentativi isolati e artigianali di Emile Cohl (animare i disegni e dipingere a
mano la pellicola) all'uscita del primo lungometraggio a disegni animati
prodotto dalla Disney nel 1938, la fantasia dei cineasti ha dato continuamente
vita agli oggetti; il film di Lasseter, tuttavia, fa qualcosa in più: grazie ad
una mole di lavoro impressionante (800.000 ore complessive) lancia sullo
schermo - luogo principe della fantasia filmica - un prodotto che sfiora il realismo. Ed è come se si assottigliasse
ancora di più la linea di demarcazione tra ciò che è vero e ciò che si
immagina.
Così la critica:
"Toy story deve la sua riuscita
soprattutto ai dettagli, ovvero alle trovate che sostengono ogni snodo
narrativo del soggetto e che contribuiscono alla tridimensionalità dei
personaggi. L'efficacia della sceneggiatura su questo punto, assume in Toy
story un'importanza particolare, poiché si trattava di evitare che lo
spettatore, meravigliato dalla singolarità tecnologica dell'animazione
computeristica,
potesse distrarsi dalla vicenda narrata. Questo
pericolo viene evitato fin dall'apertura del film, in cui, con una rapidità e
una sintesi degna del miglior Zemeckis di Ritorno al futuro, tutti i personaggi
e il loro dramma vengono esposti in piena azione, facendo così scattare
immediatamente il processo di immedesimazione dello spettatore. Il risultato è
che Toy story finisce per essere più sanguigno e vivace di molti altri
film che presentano attori in carne ed ossa. Un paradosso che dovrebbe spingere
noi europei a lamentarci di meno sulla disumanità degli effetti speciali e a
ragionare di più sull'importanza della sceneggiatura nel cinema." (G.
Spinelli, Internet, Sito Buena Vista)
"
Alla storia, davvero interessante, si aggiunge una regia nientemeno che
eccellente: i ritmi sono sempre sostenuti, le scene sono estremamente dinamiche
e il tutto garantisce emozioni e divertimento. (..) I giocattoli sono animati
(in questo caso dovrei dire forse sintetizzati) in modo veramente egregio, sia
nei movimenti (non saprei immaginare un giocattolo muoversi in modo diverso),
sia nelle espressioni facciali. La nota più dolente suona invece per i personaggi
umani che popolano il film: la loro animazione è legnosa e palesemente
artificiale, a partire da movimenti che non rispettano i parametri anatomici
umani (nessuna persona si muoverà mai in quel modo!), fino ad arrivare alla
stolidità delle espressioni facciali, il tutto in netto e disarmonico contrasto
con il resto del film." (Internet,
Sito Buena Vista)
"La
forza e l'importanza del disegno animato risiedono in questa sua grande
autonomia dal cinema di fiction: i disegni animati suggeriscono sempre una via
alternativa alla rappresentazione del reale così come si è andato codificando
nel cinema di fiction. Toy Story, pur presentandosi in tutto e per tutto
come un disegno animato, in realtà è molto più vicino, per struttura e
racconto, ai film dal vero; del disegno animato usa solo il supporto e anche di
una specie particolare, la computer graphic." (A. Paesano, Il ragazzo
selvaggio, n.3, 1997)
.
"La
fantasia dei giocattoli che si animano (come nella favola de Lo
schiaccianoci) gli è congeniale e sa sfruttarla al meglio: bella l'idea
della rivalità fra i vari balocchi, divertente il personaggio del robottino di
plastica che crede di essere un vero astronauta, inquietante la corte dei
miracoli formata dai pupazzi smembrati e fatti a pezzi: un mondo oscuro, degno
di Freaks, che stempera con un provvidenziale tocco macabro il
tradizionale sorriso rassicurante marca Disney." (Internet QuadruviumNET)
"L'emarginazione
cui sono costretti i balocchi più anziani si incrinerà nel momento della
bisogna. Quando un coraggioso cow-boy si ritroverà sul duro selciato stradale.
Dura la vita, allora. La solidarietà avrà la meglio e lo happy end sarà
ancora garantito. Non male le musichette anche se il mio cuore resta ancorato a
Lilli e il vagabondo o ai 101 dalmatians. (M. Sancrott, in Internet,
Sito Buena Vista)
"Viaggio allucinato nell'universo parallelo
dei giocattoli: creature complesse e
tormentate, non immuni al dolore, governate da un codice d'onore
complesso e soprattutto assillate dalla
sindrome dell'abbandono." (G. Ascione, Internet, Sito Buena Vista)
"Ciò
che però più conta nel film
è la sceneggiatura (che ha ricevuto una
meritata nomination per l'Oscar). E' calibrata al millimetro, gioca sui
sentimenti e sull'ironia senza mai eccedere e riesce a coinvolgere non solo il
pubblico dei ragazzini ma anche quello degli adulti. Non si tratta della
semplice storia di una rivalità che si
tradurrà inevitabilmente in amicizia ma di una riflessione a più livelli sul senso
del gioco. Non a caso il film si apre con le braccia di un bambino che agita
due pupazzi prestando loro la voce o utilizzando quella preregistrata in uno
dei due. Di lì a poco i giocattoli
parleranno da soli, ma sarà stata sottolineata l'importante funzione di
appropriazione e rappresentazione dei modi della realtà che presiede all'attività ludica." (G. Zappoli, Film,
n.21, maggio-giugno 1996)
"… il
film rappresenta indubbiamente una pietra miliare nella storia del
cinema d'animazione e lo sarà tanto più quanto prima riusciremo a scordarci
della sua natura sintetica. Basta valutare la stridente approssimazione con cui
sono caratterizzati gli umani nel film per rendersi conto che non è tanto il
grado di perfezione riproduttiva ad essere importante quanto la capacità di riuscire a produrre nuovi segnali con nuovi
strumenti." (R. Therobotlink , Internet, Sito Buena Vista)
"Toy Story, che rimette di nuovo
in moto questo dinamismo topografico e semantico dei gradi di realtà, è la
summa di un'ossessione che percorre tutto il precedente lavoro di John
Lasseter: quella per la spiritualità degli oggetti inanimati. Lasseter è stato uno dei primi a capire che
la computer graphic poteva non solo servire a scimmiottare la realtà
con precisione più o meno accurata ma
anche a dotare la realtà stessa di un nuovo statuto: quello di essere
decisamente (ed ironicamente) ben più complessa della sua superficie
apparente." (Internet, Sito Buena Vista)