
STORIE D’AMORE
(Historie
Milosne)
Polonia,
1997
con: J. Stuhr, K. Figura, D.
Ostalowska, I. Alfiorowa
regia: Jerzy Stuhr
durata: 87’, col.
In
un edificio kafkiano fanno il loro ingresso un docente universitario, un
colonnello, un detenuto, un prete. Tutti dovranno presentarsi davanti alla
stessa autorità, un vecchio burocrate che li aspetta munito di carta e penna.
Le loro storie (interpretate dallo stesso attore-regista) si sfiorano, si
intrecciano, divergono, si concludono in modo differente.
Il
professore universitario, misantropo e dedito ai suoi studi, deve rispondere di
un amore non corrisposto per viltà o egoismo. Una sua giovane allieva lo
corteggia, tenta di scuoterlo dalla solitudine, lo va a trovare a casa, gli
chiede un aiuto per non essere costretta a ritornare nel suo sperduto paese.
Tutto vano. Il professore si chiude in se stesso. Vivrà, probabilmente; ma una
vita senza amore che vita è?
Il
colonnello, che da anni vive da separato in casa e in balia della moglie che lo
ricatta per non fargli perdere la faccia e la reputazione, ritrova un suo
vecchio amore: una donna conosciuta
durante le Olimpiadi di Mosca. Sarebbe disposto a rifarsi con lei una vita, ma
si trova alla vigilia di un importante incarico. Non ha la forza di mollare
tutto e resta vittima della sua ambizione. Anche per lui ci sarà la condanna.
Il
detenuto, in un momento di tenerezza e per affrettare la sua liberazione
tramite il pagamento di una cauzione, confida alla moglie dove ha nascosto i
soldi del suo ultimo colpo. Viene ancora una volta ingannato, ma si
consola sapendo che anche la donna è stata arrestata.
Il
prete scopre di avere una figlia. Di fronte alla scelta che la nuova realtà gli
impone, nonostante i consigli di ricorrere a compromessi che gli vengono sia
dalla madre che dal suo vescovo, scegli di stare con la creatura più indifesa e
bisognosa. Sveste la tonaca e si prende cura della bambina.
Jerzy Stuhr
(Cracovia, Polonia, 1947)
Laureatosi
in Letteratura polacca all'Università Jagellonica di Cracovia, segue la
carriera accademica fino a divenire rettore della Scuola di studi teatrali
"Ludwik Solski". Alla fine degli anni Sessanta si alterna tra
università e teatro, sia come attore sia come regista, ed è tra i fondatori del
"Tetr Stu" (teatro dei Cento). Dal 1975 intraprende, senza mai
tralasciare il teatro, anche la via del cinema lavorando con A. Holland, A.
Wajda, K. Zanussi e K. Kieslowski. Deve
a quest'ultimo regista il suo esordio come sceneggiatore (ne Il cineamatore del 1979) e la notorietà
in campo internazionale. Nel 1994 affronta la sua prima regia cinematografica
con Spis cudzoloznic, che vince il
premio speciale della giuria e quello
per la migliore sceneggiatura al Festival del cinema polacco. Storie d'amore, sua seconda regia
cinematografica premiata con il "Premio Fipresci" a Venezia nel 1997, è dedicato a Kieslowski. Nel 1999
realizza (e presenta ancora a Venezia) Sette
giorni nella vita di un uomo che gi vale una menzione speciale dell’OCIC.
Altro
film: Pagoda Na Jutro (2005)
Dice
Stuhr di avere fatto un film “sui sentimenti, che valgono sempre le pene che
fanno soffrire”. Questo Storie d'amore è, però, anche un film
sulla (e di) fantasia. Chi non si è mai chiesto, infatti, almeno una volta,
com'è fatto l'aldilà? E a quali conclusioni si è giunti? I greci, i romani,
Virgilio, Dante, le credenze di ieri e di oggi, sostanzialmente, hanno poche
varianti: se non si sprofonda in una voragine, si scala un monte o si vive in
vaste praterie, nel Nirvana, in cielo, tra il sole e le altre stelle. I
personaggi del film di Stuhr salgono su un ascensore e affrontano il giudizio
inappellabile di un burocrate incartapecorito e gelido quanto si voglia, ma
umano e persino simpatico. Se sono riconosciuti colpevoli rimangono a vagare
tra bui corridoi sotterranei; se il giudizio sul loro operato è positivo hanno
diritto a rimanere ancora nella
società. Un fantastico aldilà che somiglia tanto alla nostra desolata realtà.
Così
la critica:
“...in
questa vita siamo tutti attori chiamati a indossare una divisa e a recitare una
parte; ciò che fa la differenza è la capacità o meno di ciascun individuo di
trascendere in nome dell’amore i vincoli imposti dal suo ruolo. Potrebbe
apparire una filosofia semplicistica, ma Stuhr ha la grazia e la sincerità
sufficienti a raccontare con intensità emozioni semplici e forti.” (Internet,
Home page)
“…Nel
corridoio aperto dall’autore del Decalogo
e della Trilogia dei colori, sta passando un numero sempre maggiore di film
azzeccati, raffinati e insolenti. Come questa operina di Stuhr, in cui l’attore
e regista si fraziona in quattro, per creare quattro storie d’amore dai diversi
finali, dalla struttura assai simile. Un inizio a sorpresa, con l’entrata in
scena improvvisa di una donna e/o di una novità di cui non è possibile non
tenere conto; uno sviluppo realistico condito da buone dosi di umorismo; un
finale drammatico, in cui il dolore diviene progressivamente incanto, con
concessioni al sentimento e alla fantasia, e l’ingresso inevitabile di un
quinto personaggio, un altro Stuhr, pronto a sostituirsi ai suoi colleghi che
ormai non hanno più nulla da raccontare. (…) Tutto come semplice pretesto per
un divertente raccontino che non manca di farsi apologo, quando, alla fine di
ogni storia, un signore con la barba accompagna il malcapitato di turno alla
sua destinazione: un immenso corridoio sempre più buio che non è la morte, ma
nemmeno più la vita, semplicemente il Finale.” (M. Medelin, Internet, Archivio, Home page)
“…In
modo piuttosto evidente Storie d’amore è anche teatro, o se vogliamo
cinema muto: queste storie e i rispettivi personaggi non hanno bisogno che di
pochi gesti e oggetti, qualche parola al massimo, per dispiegare il loro essere
più segreto e incognito. Basta il caso – fato o provvidenza, kieslowskianamente
intesa – a piazzare sulle loro strade una vecchia amante, una donna votata al
tradimento, un’allieva innamorata o una figlia di cui s’ignorava l’esistenza:
il resto è anima messa a nudo, e basta. Anche il giudizio (divino? chi è quel
burocrate mansueto?) non è che la registrazione di una scelta avvenuta:
prendere, nella logica dell’egoismo dominante, o lasciare che l’altro invada
gli spazi sorvegliati e vi si insinui cambiando definitivamente ciò che è in un
futuro incerto.” (C. Jandelli, Internet,
HalCinema)
“…
I protagonisti non sono chiamati a scelte esplicitamente definitive per la
sorte della loro anima, quanto piuttosto a fare i conti con precise e
contingenti richieste d’amore e di sacrificio da parte di creature femminili
con le quali sono in qualche modo in relazione. (…) Il messaggio è al contempo
semplice e apodittico: coloro che optano per la personale convenienza
precipitano nell’inferno di solitudine e di vuoto da essi stessi creato, mentre
chi fa scelte non conformiste e magari dolorose continua semplicemente a vivere.
(…) Il collegamento tra i diversi racconti, che si sfiorano più volte senza mai
sovrapporsi e senza togliere linearità all’insieme, è assicurato da un
misterioso intervistatore (uno stupendo Jerzy Nowak) che interroga i personaggi
di ogni storia. Potrebbe essere chiunque e non essere nessuno (…); gli aspetti
apparentemente kafkiani del suo ruolo, suggeriti dalla presenza fredda e
burocratica alle sue spalle di innumerevoli catalogatori aziendali, si
stemperano gradatamente nel ripetersi di gustosi incidenti di scrittura, ogni volta che si trova a colloquio con l’uomo, e nella luminosità degli
ambienti. E se ancora una volta è un ascensore il tramite per l’inferno (il
Nulla o l’annullamento?), qui lo è anche per la vita. Non cambia nemmeno la
luce, solo il piano: in alto si continua, in basso ci si blocca. Se Histoire Milosne avesse una frase in
calce potrebbe essere quella che qualcuno (un saggio adolescente o un adulto
con molti rimpianti) ha inciso sopra il ponte Vecchio di Firenze: “Meglio
soffrire dopo, che non aver amato.” (E. Danesi, Internet, Arena Borghesi, 1998)
“Il
primo dato che emerge è la struttura “labirintica” (facile evocare Kafka e
Borges) del racconto, il muoversi dei personaggi in uno spazio sempre
intercomunicabile e ambivalente. I quattro protagonisti legano la loro vita a
istituzioni “totali”, quali la Prigione e il Tribunale, l’Esercito, la Chiesa
come istituzione ecclesiastica, l’Università. Non vi è soluzione di continuità
fra queste istituzioni e l’indefinito Luogo dell’Interrogatorio Finale, ove
l’ironico intervistatore pone domande sulla capacità d’amare dei personaggi.
Quasi a dire che le domande essenziali ci sono poste in ogni momento della vita
e non solo alla fine. (…) Io continuo a pensare che il corridoio semibuio
dell’archivio misterioso ove vengono abbandonati in solitudine coloro che non
hanno saputo amare sia una bellissima immagine plastica della nostra vita senza
amore. L’inferno è forse veramente rimanere soli, senza l’amore di Dio e degli
altri, a seconda del nostro credo e della nostra visione dell’esistenza.” (F.
Vergerio, Film, marzo-aprile 1998)
“Qualcuno
potrebbe vederlo come un film moralista, gli stessi che hanno tacciato di
moralismo Kieslowski. Si tratta, sì, di una favola morale, sul genere dei
racconti morali medievali, confessa il regista, ma a favore di una morale non
comune e riconosciuta, ma più profonda e interiore. Sicuramente la lezione del
grande maestro, cui Stuhr dedica il suo film, non passa inosservata e come nel Decalogo le scelte non sono così
meccaniche e univoche, ma coinvolgono riflessioni più ampie e più articolate.
Il risultato però è un film più leggero rispetto a quelli del suo maestro,
malgrado la tematica, sia perchè Stuhr gioca con i suoi personaggi, rendendoli
un po' ridicoli, un po' bonariamente patetici, anche grazie all'intervento di
un personaggio grottesco e surrealista, dal volto medievale, l'intervistatore,
che impersona la morale comune o la coscienza dei quattro personaggi
principali, che interroga in momenti cruciali della loro scelta; sia perchè le
storie seguono un filo piuttosto semplice e scorrevole. E anche perchè,
malgrado l'influenza kieslowskiana, è ridotto al minimo l'impiego di metafore e
rimandi metafisici ad un oltre troppo impegnativo e sconosciuto cui il regista
scomparso, più tormentato da una ricerca sul significato dell'esistenza,
protendeva. Anche l'atmosfera kafkiana, su cui lo stesso Kieslowski, ci dice
Sthur, aveva raccomandato di non insistere, per non fare il verso a quella
letteratura, non è impiegata in maniera troppo ossessiva e si amalgama bene con
il tono del film, non essendo né straniante, né pedissequa rispetto alla
storia, e il più kafkiano dei personaggi, l'intervistatore, è trattato in
maniera ironica e sottile.” (Raffaella Mastroiacovo, reVision 1997)