
(Le silence)
con: T.
Normatova, N. Abdelahyeva, G. Ziadolahyeva, H. Ghassem, A. M.
Mohamadli
regia: Mohsen
Makhmalbaf
durata: 76’, col.
Khorshid, che insieme alla madre vive
miseramente in un piccolo villaggio del Tagikistan, è un ragazzo cieco di dieci
anni. Nonostante ciò, egli riesce a crearsi un mondo tutto suo dove sentirsi
pienamente felice, ed è un mondo fatto di piccole cose, come il rumore del pane
croccante, di cui sa apprezzare ogni minima sfumatura. Tutti i giorni, Nadereh,
la piccola protetta del liutaio presso il quale lavora il ragazzo, lo aspetta
alla fermata dell’autobus per condurlo con sé fino alla bottega. Lei è il suo
sguardo sul mondo. Khorshid è molto attento ai più piccoli suoni che riesce a
percepire: quello dell’acqua, della strada, della collera, della musica, della
paura, della bellezza…I rumori della città e della vita guidano il ragazzo, lo
trascinano, spesso fino a perderlo; è attraverso la musica del mondo che
gli vibra intorno che Khorshid impara a
conoscere la vita. Un giorno, per seguire un musicista girovago che suona molto bene,
perde l’orientamento e non raggiunge il posto di lavoro. Il padrone,
stanco dei suoi continui ritardi, lo licenzia e Khorshid non può racimolare i
soldi per pagare l’affitto. Nonostante l’inevitabile sfratto, l’amore per la
musica resta vivo nel ragazzo.
Mohsen
Makhmalbaf
(Teheran,
Iran, 1957)
Dal quartiere povero nella zona sud di
Teheran dove è nato, Makhmalbaf ha tratto la maggior parte degli spunti del suo
cinema. Ancora molto giovane, milita in seno ad un’organizzazione islamica
impegnata nella lotta contro il regime dello scià. A 17 anni, in seguito ad un
attacco contro un commissariato di polizia, viene imprigionato. Resta in
prigione dal 1974 al 1979 e viene liberato soltanto al momento dello scoppio
della rivoluzione. Si accorge ben presto che gli uomini politici commettono gli
stessi errori dei rivoluzionari e ne conclude che, almeno per quanto riguarda
il suo paese, la politica non potrà mai risolvere tutti i problemi, soprattutto
quelli di ordine culturale ed educativo; per questo decide di dedicarsi
all'arte. I suoi interessi abbracciano la letteratura, il teatro e il cinema.
Tra il 1980 e il 1981, pubblica un romanzo e numerosi racconti, fonda in
collaborazione con un gruppo di artisti musulmani il “Centro di propaganda per
la diffusione del pensiero e dell’arte islamica” e inizia a scrivere le proprie
teorie sul teatro islamico. Altri due romanzi appariranno tra il 1992 e il
1993: Il giardino di cristallo
e Il bottone del re.
Nel campo strettamente cinematografico
si parla di lui solo a partire dal 1982, quando realizza il suo primo
lungometraggio Pentimento definitivo, un film di scarso spessore e
attestato su posizioni religiose particolarmente intransigenti. Prima di questo
periodo, per sua stessa confessione, non era mai andato al cinema; il suo
fanatismo era tale da spingerlo a chiudersi le orecchie per la strada pur di
non ascoltare la “musica profana”. Solo tre anni più tardi, nel 1985, quando il
contesto politico diventa favorevole ad un rinnovamento del cinema iraniano (è
dello stesso anno l’uscita de Il corridore di Amir Nadéri), Makhmalbaf,
realizzando la sua quarta pellicola (Il boicottaggio), rivela di
possedere doti apprezzabili anche in campo cinematografico. Il vero successo
arriva, però, con L’ambulante (1987), presentato in una vetrina di
festival internazionali. Nonostante la notorietà che va acquistando, le
autorità preposte alla censura riscontrano nei suoi film una deviazione
rispetto alle idee religiose originarie e gli vietano per diversi anni di
proiettare Tempo d’amare (1990)
(che sarà selezionato a Cannes solo nel 1995 e all’interno della sezione Un
certain regard) e Notti sullo
Zayandeh Rud (1991). Notevoli anche
le vicissitudini passate dal regista nel 1996, quando per la realizzazione di Pane
e fiori (1996) è costretto a indebitarsi a tal punto da essere costretto a
vendersi la casa. Oggi, in Iran, Makhmalbaf è un regista popolare e apprezzato.
Gustoso l’episodio di cronaca che lo riguarda (e dal quale Abbas Kiarostami ha
tratto il soggetto per il celebre Close Up): un certo Sabzian,
disoccupato, innamorato del cinema e suo perfetto sosia, si spaccia per
Makhmalbaf e, con il pretesto di fare dei sopralluoghi per il suo prossimo
film, si stabilisce nella villa di una famiglia della “Teheran – bene”, ospite
di riguardo per diversi giorni.
Altri suoi film: Il ciclista (1988),
Il matrimonio dei benedetti (1989), C’era una volta il cinema (1992), Salam Cinema (1995), Gabbeh
(1996), Viaggio a Kandahar (2001), Alfabeto afgano (2002), Sesso
e filosofia (2005), Viaggio in India (2006).
Makhmalbaf sostiene che le convinzioni
religiose degli iraniani, soprattutto dei più poveri, sono spesso più profonde
delle loro convinzioni rivoluzionarie. C’è in questa sua affermazione tutta
l’amarezza per le ostilità che un artista incontra nel suo lavoro. Per la
realizzazione di Pane e fiori s’è venduto la casa; per sfuggire alla
censura e per trovare “un mondo pieno di colori e di poesia” adatto a Il
silenzio s’è recato in Tagikistan; ha dovuto lottare persino per impedire
il taglio della sequenza del casto e dolcissimo ballo della piccola Nadereh.
Quale può essere, allora, la risposta di uno spirito libero in una società
integralista? Makhmalbaf, prima di affidare al piccolo Khorshid il suo
messaggio, aveva già sperimentato sulla sua pelle l’efficacia della fantasia:
quando l’avevano messo in carcere, in una cella che rinchiudeva altre 40
persone, s’era inventato, per sopravvivere, “l’isolamento mentale adatto a
creare il silenzio”. E, dal silenzio, aveva fatto emergere la musica
dell’universo.
Presentato alla 55a Mostra internazionale
del cinema di Venezia (1998), il film
ha ottenuto la “Medaglia d’oro” della Presidenza del Senato, il premio
“Arca Cinemavvenire” e il premio “La Navicella” segnalazione per Mohsen
Makhmalbaf.
Così la critica:
“Khorshid, il piccolo cieco di Il
silenzio, mi assomiglia; anche lui è vittima di tanti divieti, eppure
riesce a crearsi un mondo suo in cui è felice, in cui percepisce il bello e il
brutto dei suoni della città e attraverso la musica impara a conoscere la vita.
(…) Il cinema non ammette definizioni, non è un percorso già tracciato, ma chi
fa cinema traccia una strada che solo dopo diventa un percorso. E ci sono due
modi di fare cinema, si seguono percorsi conosciuti con maggiori garanzie di
successo – come a Hollywood – oppure si sperimenta, si rischia. (…) Lessi in un
libro che Beethoven nel tempo della povertà sentiva come un’ossessione i colpi
battuti alla porta dal padrone di casa che voleva i soldi dell’affitto, e che
quei colpi diventarono la Quinta sinfonia. La prima volta che l’ascoltai
mi impressionò per la sua potenza, cui ritrovai la minaccia di colpi del
padrone di casa. Anch’io vivevo in affitto. Come Khorshid che poi, con la sua
fantasia di bambino, trasforma il suono della minaccia in qualcos’altro.”
(Mohsen Makhmalbaf in un’intervista a Maria Pia Fusco, La Repubblica, 28
nov. 1998)
“… Il silenzio rischia a ogni passo l’abuso, l’ostentazione di
poesia. Ma tanta bellezza serve il paradosso di Makhmalbaf, che ci invita a
guardare al di là delle immagini. Il mondo visibile è infido e traditore: il
cinema poliziesco ce lo ricorda a suo modo ogni giorno. Il silenzio lo
fa per via poetica. Col suo udito finissimo il piccolo Khorshid distingue
un’ape da una vespa, ma il liutaio da cui lavora non è contento di lui. Troppo
indisciplinato, troppo sognatore. Basta una radiolina e si perde in un mercato
rutilante di mercanzie. La cacofonia del mondo lo turba al punto che convincerà
gli artigiani a martellare i metalli al ritmo della Quinta di Beethoven
(eseguita bizzarramente anche da strumenti a corde). “L’occhio acceca il
cervello” dice a due bambine meravigliate dalla rapidità con cui impara i versi
di Omar Khayyam. E il grande poeta persiano è il nume tutelare di questo
“attimo fuggente” censurato proprio in Iran (la magnifica scena in cui l’amica
di Khorshid, ciliegie alle orecchie, petali sulle unghie, improvvisa una casta
danza orientale). Le immagini fanno ancora paura, anche se usate contro se
stesse, come fa Makhmalbaf. Forse perché questo bambino deciso a cogliere
l’attimo malgrado la cecità e povertà, vagabondando come il “merlo canterino”
del georgiano Ioseliani, è un simbolo di libertà contro ogni credo.” (F.
Ferzetti, Il Messaggero, 21/XII/1998)
“Si
può quindi affermare che egli rappresenti il prodotto più tipico della rivoluzione
islamica pur essendone, per uno strano paradosso, il critico più implacabile.
Spinto da una vera e propria fame di immagini, decide di rinchiudersi negli
archivi cinematografici iraniani per visionare, pieno di ammirazione, tutti i
film più importanti della storia del cinema, sia iraniano che internazionale.
Rimane profondamente colpito e
affascinato dalla produzione delle
immagini, che costituiscono per lui una novità assoluta, considerando che ogni
rappresentazione di essere animati è rigorosamente proibita dal Corano.” (Ufficio Stampa e Pubblicità dell’Istituto
Luce, Internet, http://www.luce.it)
“I
bambini, com’è noto, sono quasi sempre al centro dei film iraniani. In Il
silenzio Khorshid, il bambino cieco che dà un senso alla propria vita affidandosi
ai suoni e ai rumori, intuisce dal ronzare di una mosca che questa si trova in
un bicchiere e fatica a uscirne. La aiuta a volare via e fin qui nulla di male.
Ma accompagna il gesto soccorritore con parole alate, le quali conferiscono
alla scena un tono poeticistico che nulla ha da spartire con la vera poesia. La
ricerca della poesia è, per ammissione dello stesso autore, la massima finalità
dell’ultimo cinema di Makhmalbaf, che pare avere abbandonato definitivamente
gli intenti politici in buona evidenza nei suoi film precedenti. Ma questa
ricerca, nella migliore delle ipotesi, si risolve in un virtuosismo che sfiora
l’esibizionismo (Pane e fiori), nella peggiore, in inutile estetismo e
retorica. Basti pensare all’incipit della Quinta Sinfonia di Beethoven
che in Il silenzio parte da un’idea originale (le quattro note iniziali
equiparate al bussare del padrone di casa, che viene a esigere il pagamento
dell’affitto) e finisce in pura retorica sul valore catartico della musica (il
piccolo cieco che sogna di dirigere la Quinta con strumenti a
percussione in mano a suoi coetanei)."
(C. Cosulich, Rivista del Cinematografo, gennaio – febbraio 1999)
“.. un'opera di una
gentilezza e profondità di toni invidiabile, che descrive la solitudine e la
voglia di vita disegnando un rapporto tra bambini come raramente siamo abituati
a vedere sullo schermo: le scene in cui Khorshid e la sua amichetta Nadereh
vanno a caccia di suoni, inseguendo il proprio istinto e la voglia di
assaporare la purezza del presente, i momenti in cui si soffermano a
contemplare la propria immagine in uno specchio spezzato o quelli in cui
tentano di dialogare con i "grandi" sono, senza mezzi termini,
bellissime. Makhmalbaf azzecca anche il ritratto di un paesaggio ostile ma
affascinante in cui prevalgono i toni marrone-ocra, ed è un peccato che qualche
simbolo di troppo e qualche metafora eccessivamente "chiusa"
affiorino qua e là ad appesantire un film che sarebbe stato perfetto come il
suo precedente Pane e fiore. (S.
Sabatini, Internet, 1995-1998 Tempi Moderni)
"Mohsen Makhmalbaf è uno dei più grandi registi
iraniani e ha portato alla Mostra, in concorso, un film che molti critici hanno
giudicato un gioiello lucente, una poesia perfetta: s'intitola Il silenzio,
è prodotto da Marin Karmiz, che da decenni aiuta il cinema bello e povero di
tutto il mondo, e c'è chi è sicuro che vincerà il Leone d'Oro. (…) È strano
come, abituati come siamo al cinema più sporcaccione ed esibizionista, possa
turbare un film in cui un volto femminile già costituisce una inconcepibile
trasgressione, il primo piano di una rosea bocca adolescente, due lunghe
treccine nere, e come appaiano il massimo della civetteria e della femminilità
i gesti lenti di una ragazzina che si orna le orecchie con due ciliegie, che si
fa le unghie rosse con i petali di una dalia." (N. Aspesi, La
Repubblica , 8 settembre 1998).
"Makhmalbaf tratta il tema cercando la leggerezza
dei precedenti lavori, di Pane e
fiore o di L’ambulante e cadendo spesso nei tranelli della
visione estetizzante. Forse la
combinazione di un’ambientazione insolita e seducente (…) e la potenza espressiva delle note di Beethoven, stonano un po’ con la piccola
realtà che occupa lo schermo, piccola non
perché si prosegua nella tradizione (ormai caratteristica di molto cinema
iraniano già ampiamente motivata) di adottare il punto di vista di un bambino, ma perché la macchina da presa
cerca di raccogliere lo spazio della
storia, lo costringe sui volti o sui paesaggi, rapita anch’essa dalla
suggestione del fare cinema. Pur rimanendo una notevole prova d’autore, Il
silenzio non riesce a convincere
del tutto. Manca la spontaneità e il senso di sincera necessità degli altri lavori di Makhmalbaf , così che anche
l’attenzione per il complesso tecnico e
formale non fa superare alla visione una fastidiosa sensazione di distacco." (E. Pollacchi, Guida alla
lettura, Internet, http://www.aec.at/prix/kunstler)
“Il
tema è affascinante; non occorre la vista per capire la musica, sentire i
profumi, i sapori o ascoltare i rumori (che possono diventare suoni, ritmi,
melodie), ma la storia è lenta, discontinua e alla fine prolissa. Una pellicola
che divide i cultori del cinema iraniano, che piace al pubblico ma lascia un
po’ perplessi i critici. (A. Curcione, Internet, windcloak)