locandina del film IL SILENZIO (1998)

 

 

Musica e (è) fantasia

 

IL SILENZIO

(Le silence)

 

 Iran, 1998

 

con:        T. Normatova, N. Abdelahyeva, G. Ziadolahyeva, H. Ghassem, A. M.

               Mohamadli

regia:      Mohsen Makhmalbaf

durata:    76’, col.

 

 

Khorshid, che insieme alla madre vive miseramente in un piccolo villaggio del Tagikistan, è un ragazzo cieco di dieci anni. Nonostante ciò, egli riesce a crearsi un mondo tutto suo dove sentirsi pienamente felice, ed è un mondo fatto di piccole cose, come il rumore del pane croccante, di cui sa apprezzare ogni minima sfumatura. Tutti i giorni, Nadereh, la piccola protetta del liutaio presso il quale lavora il ragazzo, lo aspetta alla fermata dell’autobus per condurlo con sé fino alla bottega. Lei è il suo sguardo sul mondo. Khorshid è molto attento ai più piccoli suoni che riesce a percepire: quello dell’acqua, della strada, della collera, della musica, della paura, della bellezza…I rumori della città e della vita guidano il ragazzo, lo trascinano, spesso fino a perderlo; è attraverso la musica del mondo che gli vibra intorno che Khorshid  impara a conoscere la vita. Un giorno, per seguire un musicista girovago che suona  molto bene,  perde l’orientamento e non raggiunge il posto di lavoro. Il padrone, stanco dei suoi continui ritardi, lo licenzia e Khorshid non può racimolare i soldi per pagare l’affitto. Nonostante l’inevitabile sfratto, l’amore per la musica resta vivo nel ragazzo.

 

 

Mohsen Makhmalbaf

(Teheran, Iran, 1957)

 

Dal quartiere povero nella zona sud di Teheran dove è nato, Makhmalbaf ha tratto la maggior parte degli spunti del suo cinema. Ancora molto giovane, milita in seno ad un’organizzazione islamica impegnata nella lotta contro il regime dello scià. A 17 anni, in seguito ad un attacco contro un commissariato di polizia, viene imprigionato. Resta in prigione dal 1974 al 1979 e viene liberato soltanto al momento dello scoppio della rivoluzione. Si accorge ben presto che gli uomini politici commettono gli stessi errori dei rivoluzionari e ne conclude che, almeno per quanto riguarda il suo paese, la politica non potrà mai risolvere tutti i problemi, soprattutto quelli di ordine culturale ed educativo; per questo decide di dedicarsi all'arte. I suoi interessi abbracciano la letteratura, il teatro e il cinema. Tra il 1980 e il 1981, pubblica un romanzo e numerosi racconti, fonda in collaborazione con un gruppo di artisti musulmani il “Centro di propaganda per la diffusione del pensiero e dell’arte islamica” e inizia a scrivere le proprie teorie sul teatro islamico. Altri due romanzi appariranno tra il 1992 e il 1993: Il giardino di cristallo  e  Il bottone del re.

Nel campo strettamente cinematografico si parla di lui solo a partire dal 1982, quando realizza il suo primo lungometraggio Pentimento definitivo, un film di scarso spessore e attestato su posizioni religiose particolarmente intransigenti. Prima di questo periodo, per sua stessa confessione, non era mai andato al cinema; il suo fanatismo era tale da spingerlo a chiudersi le orecchie per la strada pur di non ascoltare la “musica profana”. Solo tre anni più tardi, nel 1985, quando il contesto politico diventa favorevole ad un rinnovamento del cinema iraniano (è dello stesso anno l’uscita de Il corridore di Amir Nadéri), Makhmalbaf, realizzando la sua quarta pellicola (Il boicottaggio), rivela di possedere doti apprezzabili anche in campo cinematografico. Il vero successo arriva, però, con L’ambulante (1987), presentato in una vetrina di festival internazionali. Nonostante la notorietà che va acquistando, le autorità preposte alla censura riscontrano nei suoi film una deviazione rispetto alle idee religiose originarie e gli vietano per diversi anni di proiettare  Tempo d’amare (1990) (che sarà selezionato a Cannes solo nel 1995 e all’interno della sezione Un certain regard) e  Notti sullo Zayandeh Rud  (1991). Notevoli anche le vicissitudini passate dal regista nel 1996, quando per la realizzazione di Pane e fiori (1996) è costretto a indebitarsi a tal punto da essere costretto a vendersi la casa. Oggi, in Iran, Makhmalbaf è un regista popolare e apprezzato. Gustoso l’episodio di cronaca che lo riguarda (e dal quale Abbas Kiarostami ha tratto il soggetto per il celebre Close Up): un certo Sabzian, disoccupato, innamorato del cinema e suo perfetto sosia, si spaccia per Makhmalbaf e, con il pretesto di fare dei sopralluoghi per il suo prossimo film, si stabilisce nella villa di una famiglia della “Teheran – bene”, ospite di riguardo per diversi giorni.

Altri suoi film: Il ciclista (1988), Il matrimonio dei benedetti (1989), C’era una volta il cinema  (1992), Salam Cinema (1995), Gabbeh (1996), Viaggio a Kandahar (2001), Alfabeto afgano (2002), Sesso e filosofia (2005), Viaggio in India (2006).

 

Makhmalbaf sostiene che le convinzioni religiose degli iraniani, soprattutto dei più poveri, sono spesso più profonde delle loro convinzioni rivoluzionarie. C’è in questa sua affermazione tutta l’amarezza per le ostilità che un artista incontra nel suo lavoro. Per la realizzazione di Pane e fiori s’è venduto la casa; per sfuggire alla censura e per trovare “un mondo pieno di colori e di poesia” adatto a Il silenzio s’è recato in Tagikistan; ha dovuto lottare persino per impedire il taglio della sequenza del casto e dolcissimo ballo della piccola Nadereh. Quale può essere, allora, la risposta di uno spirito libero in una società integralista? Makhmalbaf, prima di affidare al piccolo Khorshid il suo messaggio, aveva già sperimentato sulla sua pelle l’efficacia della fantasia: quando l’avevano messo in carcere, in una cella che rinchiudeva altre 40 persone, s’era inventato, per sopravvivere, “l’isolamento mentale adatto a creare il silenzio”. E, dal silenzio, aveva fatto emergere la musica dell’universo.

Presentato alla 55a Mostra internazionale del cinema di Venezia (1998), il film  ha ottenuto la “Medaglia d’oro” della Presidenza del Senato, il premio “Arca Cinemavvenire”  e il premio  “La Navicella” segnalazione per Mohsen Makhmalbaf.

 

 

Così la critica:

 

“Khorshid, il piccolo cieco di Il silenzio, mi assomiglia; anche lui è vittima di tanti divieti, eppure riesce a crearsi un mondo suo in cui è felice, in cui percepisce il bello e il brutto dei suoni della città e attraverso la musica impara a conoscere la vita. (…) Il cinema non ammette definizioni, non è un percorso già tracciato, ma chi fa cinema traccia una strada che solo dopo diventa un percorso. E ci sono due modi di fare cinema, si seguono percorsi conosciuti con maggiori garanzie di successo – come a Hollywood – oppure si sperimenta, si rischia. (…) Lessi in un libro che Beethoven nel tempo della povertà sentiva come un’ossessione i colpi battuti alla porta dal padrone di casa che voleva i soldi dell’affitto, e che quei colpi diventarono la Quinta sinfonia. La prima volta che l’ascoltai mi impressionò per la sua potenza, cui ritrovai la minaccia di colpi del padrone di casa. Anch’io vivevo in affitto. Come Khorshid che poi, con la sua fantasia di bambino, trasforma il suono della minaccia in qualcos’altro.” (Mohsen Makhmalbaf in un’intervista a Maria Pia Fusco, La Repubblica, 28 nov. 1998)

 

“… Il silenzio rischia a ogni passo l’abuso, l’ostentazione di poesia. Ma tanta bellezza serve il paradosso di Makhmalbaf, che ci invita a guardare al di là delle immagini. Il mondo visibile è infido e traditore: il cinema poliziesco ce lo ricorda a suo modo ogni giorno. Il silenzio lo fa per via poetica. Col suo udito finissimo il piccolo Khorshid distingue un’ape da una vespa, ma il liutaio da cui lavora non è contento di lui. Troppo indisciplinato, troppo sognatore. Basta una radiolina e si perde in un mercato rutilante di mercanzie. La cacofonia del mondo lo turba al punto che convincerà gli artigiani a martellare i metalli al ritmo della Quinta di Beethoven (eseguita bizzarramente anche da strumenti a corde). “L’occhio acceca il cervello” dice a due bambine meravigliate dalla rapidità con cui impara i versi di Omar Khayyam. E il grande poeta persiano è il nume tutelare di questo “attimo fuggente” censurato proprio in Iran (la magnifica scena in cui l’amica di Khorshid, ciliegie alle orecchie, petali sulle unghie, improvvisa una casta danza orientale). Le immagini fanno ancora paura, anche se usate contro se stesse, come fa Makhmalbaf. Forse perché questo bambino deciso a cogliere l’attimo malgrado la cecità e povertà, vagabondando come il “merlo canterino” del georgiano Ioseliani, è un simbolo di libertà contro ogni credo.” (F. Ferzetti, Il Messaggero, 21/XII/1998)

 

“Si può quindi affermare che egli rappresenti il prodotto più tipico della rivoluzione islamica pur essendone, per uno strano paradosso, il critico più implacabile. Spinto da una vera e propria fame di immagini, decide di rinchiudersi negli archivi cinematografici iraniani per visionare, pieno di ammirazione, tutti i film più importanti della storia del cinema, sia iraniano che internazionale. Rimane profondamente  colpito e affascinato dalla  produzione delle immagini, che costituiscono per lui una novità assoluta, considerando che ogni rappresentazione di essere animati è rigorosamente proibita dal Corano.”  (Ufficio Stampa e Pubblicità dell’Istituto Luce, Internet,  http://www.luce.it)

 

“I bambini, com’è noto, sono quasi sempre al centro dei film iraniani. In Il silenzio Khorshid, il bambino cieco che dà un senso alla propria vita affidandosi ai suoni e ai rumori, intuisce dal ronzare di una mosca che questa si trova in un bicchiere e fatica a uscirne. La aiuta a volare via e fin qui nulla di male. Ma accompagna il gesto soccorritore con parole alate, le quali conferiscono alla scena un tono poeticistico che nulla ha da spartire con la vera poesia. La ricerca della poesia è, per ammissione dello stesso autore, la massima finalità dell’ultimo cinema di Makhmalbaf, che pare avere abbandonato definitivamente gli intenti politici in buona evidenza nei suoi film precedenti. Ma questa ricerca, nella migliore delle ipotesi, si risolve in un virtuosismo che sfiora l’esibizionismo (Pane e fiori), nella peggiore, in inutile estetismo e retorica. Basti pensare all’incipit della Quinta Sinfonia di Beethoven che in Il silenzio parte da un’idea originale (le quattro note iniziali equiparate al bussare del padrone di casa, che viene a esigere il pagamento dell’affitto) e finisce in pura retorica sul valore catartico della musica (il piccolo cieco che sogna di dirigere la Quinta con strumenti a percussione in mano a suoi coetanei)."  (C. Cosulich, Rivista del Cinematografo, gennaio – febbraio 1999)

 

“.. un'opera di una gentilezza e profondità di toni invidiabile, che descrive la solitudine e la voglia di vita disegnando un rapporto tra bambini come raramente siamo abituati a vedere sullo schermo: le scene in cui Khorshid e la sua amichetta Nadereh vanno a caccia di suoni, inseguendo il proprio istinto e la voglia di assaporare la purezza del presente, i momenti in cui si soffermano a contemplare la propria immagine in uno specchio spezzato o quelli in cui tentano di dialogare con i "grandi" sono, senza mezzi termini, bellissime. Makhmalbaf azzecca anche il ritratto di un paesaggio ostile ma affascinante in cui prevalgono i toni marrone-ocra, ed è un peccato che qualche simbolo di troppo e qualche metafora eccessivamente "chiusa" affiorino qua e là ad appesantire un film che sarebbe stato perfetto come il suo precedente Pane e fiore. (S.  Sabatini, Internet, 1995-1998 Tempi Moderni)

 

"Mohsen Makhmalbaf è uno dei più grandi registi iraniani e ha portato alla Mostra, in concorso, un film che molti critici hanno giudicato un gioiello lucente, una poesia perfetta: s'intitola Il silenzio, è prodotto da Marin Karmiz, che da decenni aiuta il cinema bello e povero di tutto il mondo, e c'è chi è sicuro che vincerà il Leone d'Oro. (…) È strano come, abituati come siamo al cinema più sporcaccione ed esibizionista, possa turbare un film in cui un volto femminile già costituisce una inconcepibile trasgressione, il primo piano di una rosea bocca adolescente, due lunghe treccine nere, e come appaiano il massimo della civetteria e della femminilità i gesti lenti di una ragazzina che si orna le orecchie con due ciliegie, che si fa le unghie rosse con i petali di una dalia." (N. Aspesi, La Repubblica , 8 settembre 1998).

 

"Makhmalbaf tratta il tema cercando la leggerezza dei precedenti lavori, di  Pane e fiore o di L’ambulante e cadendo spesso nei tranelli della visione  estetizzante. Forse la combinazione di un’ambientazione insolita e seducente  (…) e la potenza espressiva delle note di  Beethoven, stonano un po’ con la piccola realtà che occupa lo schermo,  piccola non perché si prosegua nella tradizione (ormai caratteristica di molto cinema iraniano già ampiamente motivata) di adottare il punto di vista di un  bambino, ma perché la macchina da presa cerca di raccogliere lo spazio della  storia, lo costringe sui volti o sui paesaggi, rapita anch’essa dalla suggestione del fare cinema. Pur rimanendo una notevole prova d’autore, Il silenzio non  riesce a convincere del tutto. Manca la spontaneità e il senso di sincera  necessità degli altri lavori di Makhmalbaf , così che anche l’attenzione per il  complesso tecnico e formale non fa superare alla visione una fastidiosa  sensazione di distacco." (E. Pollacchi, Guida alla lettura, Internet, http://www.aec.at/prix/kunstler)

 

“Il tema è affascinante; non occorre la vista per capire la musica, sentire i profumi, i sapori o ascoltare i rumori (che possono diventare suoni, ritmi, melodie), ma la storia è lenta, discontinua e alla fine prolissa. Una pellicola che divide i cultori del cinema iraniano, che piace al pubblico ma lascia un po’ perplessi i critici. (A. Curcione, Internet, windcloak)