
con: R. Benigni, M. Trosi, A.
Sandrelli, P. Bonacelli, I. Peynado
regia: Roberto Benigni e Massimo
Troisi
durata: 111’, col.
Saverio,
maestro toscano, e Mario, bidello napoletano, pur litigando spesso tra di loro,
sono amici per la pelle e, un giorno, decidono di fare una gita in auto. Il
primo vorrebbe appioppare al secondo sua sorella che, dopo sei anni di
fidanzamento con un militare della NATO, è rimasta zitella; il secondo, però,
non ha nessuna intenzione di "sacrificarsi" per amicizia. Per
aggirare l'ostacolo di un passaggio a livello stupidamente chiuso, i due
percorrono una stradina di campagna, ma un furioso temporale li costringe a
cercare rifugio in una locanda. E' così che, il giorno dopo, si ritrovano
catapultati nell'anno del Signore 1492. L'auto lasciata sotto una quercia secolare
è scomparsa, la stessa quercia è diventata un piccolissimo arbusto, la luce
elettrica e i gabinetti sono ancora da inventare e, a Frittole, il piccolo
borgo dove il viaggio a ritroso nel tempo li ha condotti, le prediche di Fra
Girolamo Savonarola provocano stragi tra i peccatori e vendette a catena. Dopo
l'iniziale sbandamento, i due si adattano alla nuova situazione, accettando le
amorevoli cure della donna che li ospita e che è rimasta senza figli. Nella speranza di poter cambiare il corso
degli eventi (e il destino della sorella innamorata dell'americano), Saverio
vorrebbe impedire a Cristoforo Colombo di salpare da Palos, ma Mario si
invaghisce di una deliziosa fanciulla alla quale insegna il gioco del pallone e
dedica canzoni dei Beatles, di Modugno e persino l'inno di Mameli. Abbandonato
Frittole, i due si avventurano in un paese pieno di insidie, incontrano
Leonardo da Vinci al quale espongono progetti e invenzioni, ritornano nel
ventesimo secolo.
(Misericordia,
Castiglion Fiorentino (AR), 1952)
Inizia a lavorare come attore di teatro
esibendosi nelle cantine romane, ma
ottiene notorietà con Tele-Vacca, una
trasmissione televisiva surreale e provocatoria. Il suo esordio come attore
cinematografico avviene nel 1977,
interpretando, in Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci, la parte del giovane disadattato e
politicamente deluso. Nel 1979, Marco Ferreri gli affida il ruolo di un maestro
simpatico e anticonvenzionale in Chiedo
asilo. Agli inizi degli anni Ottanta, Renzo Arbore lo vuole nel gruppo dei
buontemponi della trasmissione televisiva L’altra
domenica con il compito di critico cinematografico sui generis. Dopo altre divertenti apparizioni – in Il pap’occhio (1980) di Renzo Arbore e
ne Il minestrone (1980) di Sergio
Citti – passa alla regia e dirige “a quattro mani” Tu mi turbi (1982) con Giuseppe Bertolucci e il godibilissimo Non ci resta che piangere (1984) con
Massimo Troisi. Una volta cementato il suo sodalizio con Vincenzo Cerami,
realizza film di successo: Il piccolo
diavolo (1988), Johnny Stecchino (1991), Il
mostro (1994). I maggiori
riconoscimenti li ottiene con La vita è
bella, tratto dal libro La parola
ebreo di Rosetta Loy: Gran Premio della giuria a Cannes, 2 European Film
Awards, 5 Nastri d’argento, 8 David di Donatello, 7 Nomination per gli Oscar, 3
Oscar.
Altri film: Pinocchio
(2001), La tigre e la neve (2005).
(San Giorgio a Cremano, Napoli 1954 - Ostia, Roma 1994)
Appassionato
di teatro, inizia giovanissimo la sua carriera di attore recitando a 15 anni
nel “Teatro Spazio” del suo paese natale. Dopo avere conseguito il diploma di
geometra, si dedica completamente alla carriera artistica e, nel 1969, fonda,
con Lello Arena ed Enzo Decaro, “La smorfia”. Il “trio” mette in scena testi da
cabaret preparati collegialmente e, quando arriva al “San Carluccio” di Napoli (soprattutto con Non si vive di solo pane e
con Così è se vi piace) non
tarda ad avere successo. La vera affermazione a livello nazionale arriva, però,
nel 1979, quando i tre de “La Smorfia” presentano un recital in TV. Quando il
gruppo si scioglie, Troisi si dedica al cinema e realizza Ricomincio da tre (1981). Il film – che “sviluppa una comicità che
rompe con gli schemi tradizionali della commedia all’italiana e con gli
stereotipi della farsa e del melodramma partenopei” – piace agli spettatori e
la critica non tarda a collocare Troisi tra i giovani registi italiani
(Benigni, Nichetti e Nuti su tutti) interessati a nuove ricerche. Su questa
stessa linea si collocano anche i film successivi: Scusate il ritardo (1982), Non
ci resta che piangere (1985), diretto e interpretato in coppia con Benigni,
Le vie del Signore sono finite (1987)
e Pensavo fosse amore invece era un
calesse (1991). Nel 1994, nel
periodo della sua maggiore creazione artistica, Troisi interpreta (e dirige in collaborazione con
Michael Radford) Il postino. Quando
il film è in fase di montaggio, un destino crudele e assurdo lo stronca all’età
di quarant'anni.
Alcune
tra le felici intuizioni di questo fantastico viaggio a ritroso della
coppia Benigni - Troisi sono già diventate classiche: le canzoni
dedicate alla dama del cuore, le domande del daziere "automatico", la
lettera al Savonarola, il dialogo con Leonardo da Vinci... L'idea di un
medioevo e di un rinascimento rivisitati con il senno del poi non sono solo
divertenti in sé, ma anche all'interno dell'intera costruzione del film. Al grande successo di pubblico non
corrispose l'entusiasmo dei critici probabilmente perché non si individuò
subito e da tutti che il fantastico medioevo rivisitato da Troisi e
Benigni era, in ultima analisi, uno
squallido presente: il vanaglorioso che si fa bello con canzoni non sue, il
fisco ottuso, le guerre di religione, i geni normali, le società per azioni,
Cristoforo Colombo che scopre l'America e inguaia gli altri…
Rivisto
oggi - sapendo di avere perduto uno dei protagonisti - Non ci resta che piangere è
qualcosa che va al di là di un semplice titolo. E' un'espressione di malinconia
per avere perduto un attore e regista che ci faceva ridere e fantasticare, ma
che puntualmente ci insegnava qualcosa.
Così
la critica:
“Il
viaggio nel tempo è un classico dell’immaginario cinematografico. In questo
film a viaggiare nel tempo sono due straordinari cavalieri picareschi. Sono
l’unica possibile coppia comica del moderno cinema italiano. Hanno voluto, in
questo film, divertirsi a fare il verso al più grande ticket della storia della
commedia italiana: Totò e Peppino. In Non
ci resta che piangere c’è, infatti, il remake della straordinaria sequenza
della dettatura della lettera in Totò,
Peppino e la malafemmina. Troisi e Begnigni sono piombati, dopo una notte
di pioggia, in pieno Rinascimento. Lì incontreranno Leonardo da Vinci, al quale
cercheranno di spiegare le scoperte dell’epoca moderna, trovandolo, invero, un
po’ grullone. Cos’altro ricordare? La scena del pagamento del pedaggio alla
frontiera, davvero esilarante, e lo strepitoso corteggiamento di Amanda
Sandrelli, con canzoni da hit parade
e gioco della palla. Il film asseconda, nella struttura e nel linguaggio, la
comicità surreale e popolare dei due eroi. Ci si diverte davvero un po’ in
questi tempi in cui capita davvero di pensare che “non ci resta che piangere”.
(W, Veltroni, Certi piccoli amori,
Sperling & Kupfer)
”Da
una buona idea un film a tratti divertente, anche se da due talenti comici come
Troisi e Benigni era lecito aspettarsi di più.” (P. Farinotti, Dizionario di tutti i film, Ed. Esedra)
”Una
coppia inedita, eterogenea ma ben assortita, che purtroppo non mantiene quanto
sembrava promettere: il talento comico è indiscutibile e alcune gag sono buone,
ma l’intreccio (sempre opera del duo) si sfilaccia inarrestabilmente e della
regia a quattro mani non si ha la minima sensazione. Più che un film, appare uno
scherzo improvvisato e poco riuscito, anche se vedere Benigni e Troisi insieme
è di per sé un piacere.” (Dizionario dei
film, a cura di P. Mereghetti, Baldini & Castoldi)
"Il
napoletano Massimo Troisi ha il pregio di reinventare la napoletanità, già tanto
frequentata nel cinema. E' pigro, fatalista, sfortunato in amore, a volte
malato immaginario, sempre sognatore e frustrato dagli eventi. Il suo essere
vittima ("Napoletano? Allora sei emigrato", è la proverbiale battuta
del suo primo film, Ricomincio da tre)
lo rende irresistibile. Lo sarà ancora di più
in coppia con Roberto Benigni, il toscano più irriverente, l'uomo del
turpiloquio sublimato nell'arte, dell' inno
del corpo sciolto, degli accenni in diretta tv al sesso e alla religione.
Troisi e Benigni sono i nuovi idoli dei giovani, e in coppia sbaragliano il
botteghino: il loro Non ci resta che
piangere, un bislacco, esilarantissimo viaggio a ritroso nel tempo
(incontrano pure Leonardo da Vinci, ma è completamente scemo) rimane uno degli
incassi più alti del cinema italiano." (G. Satta, in La storia del cinema, supplemento a Il Messaggero 1995, n.11, pag. 15)
"E'
però prevalentemente, se non proprio esclusivamente, sul binomio delle maschere
comiche protagoniste che l'impresa va valutata, ancora prima che sul testo, che
si può discutere, e sulla regia, francamente latitante. Troisi e Benigni si
sono visibilmente divertiti a fare il film e lo hanno volutamente fatto a
propria immagine e somiglianza. Gli effetti del tandem si moltiplicano appunto
per due sugli spettatori. Dalla prima all'ultima inquadratura la sequela dei
loro duetti è pressoché inarrestabile, la cornice è ridotta al minimo e così
l'apporto del costumista e dell'arredatore; anche la fotografia di mastro Rotunno inquadra con sobrietà estrema
la magnificenza del paesaggio toscano. Senza dubbio la comicità di Benigni,
folletto estroverso, imprevedibile e sanguigno, è distante da quella di Troisi,
introversa, stralunata, "di rimessa". Ma per integrarsi i partner si
sono comportati come coniugi di un buon matrimonio, ciascuno rinunciando a una
parte di sé, delle proprie prerogative, temperando estri e accensioni
individuali, assecondando il gioco dell'altro e talvolta, a beneficio
dell'intesa, scambiandosi i ruoli." (U. Casiraghi, commento alla
videocassetta de L'Unità, inserto al
n.47 del 25/2/1995)