In balia di un computer

 

 

2001: ODISSEA NELLO SPAZIO

(2001: A Space Odyssey)

 

 

Gran Bretagna – USA, 1968

 

con:      K. Dullea, G. Lockwood, W. Sylvester, D. Richter

regia:   Stanley Kubrick

durata: 141’, col.

 

Nel prologo, un uomo-scimmia, forse influenzato da un monolito nero, scopre che un osso può essere usato come arma d'offesa e prolungamento delle braccia per sottomettere i più deboli e, per la gioia, lo getta in aria.

Quattro milioni di anni dopo, nel 2001, per cercare di spiegare cosa si nasconde dietro un immenso monolito nero, scoperto vicino alla base lunare di Clavius, in prossimità del cratere Tyco, un’astronave, guidata dal sofisticatissimo computer Hal 9000, in grado di controllare il funzionamento dell’astronave e di dialogare con gli astronauti, parte alla volta di Giove con a bordo due astronauti, Frank Poole e David Bowman, e tre scienziati ibernati. Durante il viaggio, però, il computer si ribella agli ordini (segnala un guasto in uno degli elementi esterni dell’astronave, ma il pezzo è perfettamente funzionante) e causa la morte dei tre scienziati e di Poole.

Bowman, tuttavia, riesce a disattivarlo distruggendone la memoria; apprende, inoltre, che il vero scopo della missione era quello di giungere a Giove per scoprire il mistero del monolito. Dopo essere stato risucchiato in un’altra dimensione spazio temporale, arriva in una stanza settecentesca. Qui, invecchiato, rivede il monolito nero e rinasce sotto forma di feto che galleggia sopra la terra.

 

Stanley Kubrick

(New York 1928 – Londra, 1999)

 

Appartenente ad una famiglia ebrea medio borghese austro-ungarica trasferitasi in America, Kubrick eredita dal padre, che esercitava la professione medica nel Bronx,  la passione per la fotografia e per gli scacchi. All’età di 17 anni fotografa il volto di un giornalaio di fronte alla morte di Roosevelt e vende la foto per 25 dollari alla rivista Look, che non tarda ad assumerlo come fotoreporter. Spettatore maniaco al Museo d’Arte Moderna, arrotonda lo stipendio facendo, dal 1945 al 1949, anche il giocatore professionista. A 21 anni sposa Toba Metz, va ad abitare al Greenwich Village e decide di realizzare, autoproducendolo, il suo primo cortometraggio (Il giorno del combattimento), reportage su un pugile e il mondo della boxe. Protagonista del suo secondo cortometraggio (Flying Father) è, invece, un prete volante che si sposta con il suo piper per raggiungere varie parrocchie. Nel 1954, ricorrendo ad una colletta familiare, realizza il primo film di metraggio standard, scegliendo come soggetto la guerra e l’inconscio: Paura e desiderio.

 

Ottiene il primo successo l’anno seguente, dirigendo (e vendendo all’United Artist) Il bacio dell’assassino (1955), un noir ambientato nel mondo della boxe che, tra l’altro,  gli permette di conoscere l’attrice Ruth Sobotka, che diventerà la sua seconda moglie. Dopo aver fondato con l’amico Harris una compagnia di produzione, realizza un  sofisticato film nero - Rapina a mano armata (1955) -, apprezzato per le innovazioni tecniche. Il vero successo arriva con Orizzonti di gloria (1957), un film coraggioso e antimilitarista che si impone sul mercato nonostante le traversie della produzione e della distribuzione. Nel 1960, Kirk Douglas, in disaccordo con Anthony Mann, lo chiama al suo fianco per proseguire  e ultimare le riprese di un film epico e di cassetta: Spartacus. Dopo I due volti della vendetta  (1960), nel 1961, deluso di Hollywood, lascia gli U.S.A. e si trasferisce definitivamente in Gran Bretagna. A St. Alban’s nel Hertfordshire, a poca distanza da Londra, fa vita da recluso. Con  la terza moglie Christiane  e le tre figlie (Katharine, Anya e Vivian) passa le sue giornate nella Childwickbury Manor House (il Castello di Kubrick), protetto da 70 ettari di parco  con recinti e cancelli elettrici. Ipocondriaco, claustrofobico, ossessivo, paranoico, con la paura di volare, si circonda di pochi e fidati amici, ambienta i suoi film sotto casa, sperimenta nuove tecniche  di ripresa, (l’illuminazione, l’inquadratura, gli obiettivi fotografici, gli  interni, i carrelli laterali, la steadycam…), inaugura gli effetti speciali, impartisce saggi di scrittura filmica, cura con meticolosità ogni minimo particolare. Cambia continuamente genere e si diletta con il tragicomico, il realismo, la deformazione satirica, la farsa nera, la fantascienza, l’horror. I suoi film, di volta in volta, arricchiscono la storia del cinema: Lolita (1962), Il dottor Stranamore: ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964), 2001: Odissea nello spazio (1968), Arancia meccanica (1971), Barry Lindon  (1975), Shining (1980), Full Metal Jacket (1987). Intorno a lui, con gli anni, cresce  la leggenda e si moltiplicano gli aneddoti. Per qualcuno è un regista “impossibile” che tiene segregati per mesi gli attori e gira un’infinità di volte la stessa scena; per molti è un genio solitario. Muore nella sua villa il 7 marzo del 1999, dopo avere provveduto al montaggio del suo ultimo film - Eyes wide shut -  (un thriller erotico-psicanalitico). Resterà irrealizzato, invece, un progetto a cui egli stava lavorando da dieci anni: A.I. (ovvero: Intelligenza artificiale). Avrebbe dovuto narrare, da quanto è trapelato, una storia  ambientata in un futuro in cui le calotte polari si sono già sciolte, le grandi metropoli del mondo sono finite sott’acqua e sono rimaste a mandare avanti il mondo solo intelligenze artificiali.

 

Primo grande film su ciò che potrebbe accadere in una società eccessivamente evoluta, 2001:Odissea nello spazio è stato, in seguito, saccheggiato, imitato, mai eguagliato. Nel Cinquecento, Ludovico Ariosto, viaggia con la sua fantasia oltre  Ferrara e oltre la corte degli Estensi; con il suo Orlando Furioso milioni di lettori hanno vissuto per secoli incredibili avventure. Kubrick, pur restando chiuso nel suo volontario esilio, viaggia e fa viaggiare gli spettatori oltre la terra, ammaliandoli con la bellezza delle immagini, cullandoli sulle note del Danubio blu.

 

Così la critica:

 

“Il regista che ha anticipato tutto, il culto della violenza con Arancia meccanica, l’angoscia nucleare con Dottor Stranamore, la paranoia contemporanea con Shining, la fantascienza con Odissea nello spazio.” (A. Polito, La Repubblica, 8 marzo 1999)

 

“Rielaborando con l’autore tre racconti di Arthur C. Clarke (La sentinella del 1948, Encounter in the Dawn del 1950 e Guardian Angel del 1950), Kubrick realizza la sua opera più ambiziosa, “il primo film, dai tempi di Intollerance, che sia una superproduzione e nello stesso tempo un film sperimentale”, uscito, non bisogna dimenticarlo, più di un anno prima dell’uomo sulla luna (e pensato a partire dal 1964). Il centro del film è il legame che unisce l’uomo al tempo e allo spazio e i suoi rapporti con la tecnologia e l’utilizzo della scienza, ma questa riflessione non passa attraverso un racconto più o meno ben articolato, quanto attraverso il tentativo di rappresentare visivamente queste esperienze.  Come ha detto Kubrick: “ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio.”.  E anche in Tv, senza la forza del grande schermo (il film è girato nel formato 70mm superpanavision), e le scene finali (ispirate al regista dall’assunzione di allucinogeni), conservano la forza visiva e rimangono una delle prove più alte della magia del cinema. Il nome di Hal 9000 nasce dalle iniziali che compongono i due metodi di conoscenza e comunicazione: heuristic (euristico) e algorithmic (algoritmico), ma è anche un criptico omaggio all’Ibm, perché il nome del computer è stato inventato da Kubrick utilizzando le lettere che, nell’alfabeto, precedono quelle della famosa società.” (Dizionario dei film, a cura di P. Mereghetti, Baldini & Castoldi)

 

“Capolavoro in assoluto, non della storia del cinema di fantascienza ma di quella del cinema tout court, 2001 rappresenta una delle riflessioni più articolate giunte sul grande schermo sul rapporto civiltà/tecnologia nonché sul destino dell’umanità. (…) Il protagonista del film è un non-attore, è Hal 9000 o, meglio, il suo occhio e la sua voce. Gli umani sono a sua disposizione mentre lui sembra al loro servizio. Ma non si tratta della solita macchina cattiva. L’uomo di Kubrick (come in Dottor Stranamore e, successivamente, in Arancia meccanica) si prepara da solo la propria distruzione. Hal non impazzisce, Hal, molto più drammaticamente, va in crisi perché  il suo sistema binario SI-NO, viene stravolto dalla presenza di un segreto da conservare, di una menzogna da dire. Lo scopo della missione non va rivelato e il computer non può esistere a questa intrusione dell’umana doppiezza nei suoi delicati apparati. Quando David lo disattiva progressivamente, Hal (che ha ucciso quattro uomini) ritorna allo stadio infantile, preludio al percorso che l’astronauta dovrà fare procedendo fino alla propria morte per poi risorgere come feto delle stelle, in gestazione per una nuova umanità. Riascoltare il respiro profondo dell’astronave a contrasto con il silenzio del nero dello spazio in cui la morte muta trova una sua ancor più tragica contestualizzazione; riaffrontare quell’occhio che scava (come quello della macchina da presa) all’interno di milioni di anni di storia, consente di comprendere come questo film come molti altri (ma più di molti altri) fosse un’opera completa in se stessa e non necessitasse di un proseguimento. Che invece c’è stato. Si intitola 2010: L’anno del contatto ed è da evitare con la massima cura.”  (G. Zappoli, in P. Farinotti, Dizionario di tutti  film, Ed. Esedra)

 

2001:Odissea nello spazio occupa un posto appartato nella fantascienza cinematografica. Sta a mezza strada fra le angosce politico-esistenziali degli anni ’50 e il meraviglioso fiabesco degli anni ‘70-’80. Il suo fascino non nasce tanto dai temi scientifico-metafisici che - banalmente - sfiora (la relatività, la catena vita-morte-resurrezione, la teologia laico-materialistica implicita nel simbolo del monolito, ecc) quanto dall’essere una macchina di spettacolo che ruota su se stessa, dilatandosi e contraendosi senza ordine apparente, come una allucinazione. Film emblematico di una  ideologia, sospeso fra speranza e timore, tra fiducia e orrore, l’opera di Kubrick, la sua più significativa e riassuntiva, suscitò reazioni contrastanti, soprattutto in USA (“moralmente pretenzioso, intellettualmente oscuro, anormalmente lungo” lo definì Arthur Schlesinger jr.; “Una via di mezzo fra l’ipnosi e una immensa noia”, dissero in molti. Tenendo presente l’ulteriore evoluzione di Kubrick – in particolare Shining – si potrebbe definirlo una contorta e inconscia introduzione a un nevrotico cinema dell’orrore.” (Dizionario universale del cinema, a cura di F. Di Giammatteo, Editori Riuniti)

 

“E’ un grande film, uno dei capolavori della storia del cinema. La struttura dell’opera di Kubrick consente più piani di lettura. 2001 è un film che si può anche solo guardare, perdendosi nella immane bellezza delle immagini, nel grande buio dell’universo, nei colori della sequenza finale che sono rimasti nella memoria come una esperienza della mente. Potrei vederlo mille volte e mille volte proverei la stessa grande emozione che mi afferrò quando, alla fine degli anni sessanta, quel film mi rapì, nella magia del cinerama, per farmi innamorare definitivamente di una delle cose più belle del mondo, il cinema. Ma c’è molto da ragionare, molto da ricercare segni e significati. Nella identità del monolite, nei salti temporali, nella improvvisa umanità di Hal, il computer cattivo e carogna come una persona. Una persona fragile che, al momento in cui muore per disattivazione, canta canzoni infantili. Si potrebbero scrivere volumi, non basterebbero. Il piccolo schermo toglie molto dell’immenso fascino della sequenza del cielo con la musica di Strauss o ai giri di trecentosessanta gradi nell’astronave. Ciò che i pollici del video non fanno vedere immaginatelo. E trattenete il fiato. E’ cinema, cinema vero.” (W. Veltroni, Certi piccoli amori, Sperling & Kupfer)

 

“La novità è questa: se è possibile supporre che il romanzo di Arthur Clarke da cui è tratto 2001: odissea nello spazio sia stato letto da un milione di persone, è verosimile che il film sia stato visto, nel tempo, da un miliardo di persone. E’ una differenza enorme: che muta radicalmente l’idea di cultura e, aggiungerei, l’idea stessa di arte, qualcosa che prima era riservato alle élites. La forza incomparabile di Kubrick non sta nel suo eclettismo o nella leggendaria ansia di perfezione tecnica. La sua forza sta nell’avere abbracciato, simbolicamente e materialmente, il corpo della tradizione culturale dell’Occidente e nell’averlo messo a disposizione, quel corpo, di una  comunità che sarebbe riduttivo definire più vasta. “ (F. Cordelli, Il Corriere della Sera, 8 marzo 1999)