
Italia,
1989
con: R. Benigni, P.
Villaggio, N. Ottaviani, M. Tomasi, A. Orlando, S. Blady
regia: Federico Fellini
durata: 115’, col.
Nella
bassa padana, il mite, folle, candido e lunare Ivo Salvini, la cui mente è
sempre in bilico tra fantasia e realtà, crede di sentire delle voci,
provenienti dai pozzi della campagna illuminata dalla luna, che lo esortano ad
andare lontano per inseguire il suo ideale di donna che assomiglia alla luna
tanta amata. Nel suo vagabondare, Savini ha diverse piccole avventure con strani
personaggi, tutti in possesso di una certa dose di follia: l'eterea Aldina di
cui è invaghito; lo strampalato oboista che vive in un loculo cimiteriale; il
bislacco Nestore che ha l'attitudine a guardare il mondo dai tetti; lo
stravagante e grottesco Gonnella, un prefetto in pensione che vede congiure
dappertutto e che non tarda a nominarlo suo luogotenente. Divenuti amici,
Salvini e Gonnella proseguono insieme il viaggio e sono protagonisti di episodi
fantastici e surreali, inseguendo mille
voci, compresa quella che proviene da un pozzo e quella della luna. E' così che
visitano un cimitero, scoprono una botola che li porta a conoscere l’altra
faccia del mondo, irrompono in un' immensa discoteca, catturano la luna con la
complicità dei paesani e servendosi di una mostruosa trebbiatrice, partecipano
alla festa della “gnoccata” e
organizzano una ridicola tavola rotonda televisiva. Durante la ripresa
televisiva in diretta di questo avvenimento tutti risultano frastornati, tra
suoni, balli e grida, ad eccezione di Salvini e di Gonnella - l'uno perché
innamorato, l'altro perché angosciato - i soli capaci di comprendere e
rispettare il fascino ed il mistero della notte, illuminata dagli astri e piena
di silenzio.
(Rimini, 1920 -
Roma, 1993)
Uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi.
La sua formazione, dopo le scuole inferiori a Fano, passa per Rimini (dove
frequenta il liceo) e per Roma, dove si stabilisce prima per frequentare
l'università e poi per svolgere il suo lavoro di giornalista. Arriva al cinema
dopo aver collaborato come vignettista al giornale satirico
"Marc'Aurelio". Soggettista e sceneggiatore con Roberto Rossellini e
Pietro Germi, firma la sua prima regia -
Luci del varietà (1951) - in tandem con Lattuada. Nel 1952 realizza un
film tutto suo: Lo sceicco bianco.
L'anno dopo, con I vitelloni, si
afferma definitivamente e inizia la sua scalata verso il successo. Si contano
nella sua carriera ben 5 Oscar (per La
strada nel 1956, per Le notti di Cabiria nel 1957, per Otto e
mezzo nel 1963, per Amarcord nel 1974 e alla carriera nel 1993) e
un' infinità di premi e di riconoscimenti. Sposa Giulietta Masina e con lei
condivide la gioia del successo, il dispiacere di una paternità non realizzata
e l'addio al mondo. Nel suo cinema - fatto di ricordi, di suggestioni, di
sensazioni, di fantasia, di sogni, di poesia, di amore, di nostalgia, di
umorismo, di musica, di incontri, di arte - si sono riconosciute intere
generazioni e non solo di italiani. Temi antichi (come la morte e l’inganno) e visioni premonitrici (come
l’invasione dei media) sono presenti nella sua vasta filmografia che si chiude
proprio con La voce della luna, un
film che invoca il silenzio ed elogia la fantasia. Nel 1995, come contributo
dell'Italia per il centenario del cinema, è stata allestita a Roma (Palazzo dei
congressi dell'Eur) la mostra "Federico Fellini, un mito del cinema
internazionale". In molti altri paesi e nelle forme più svariate
(convegni, tavole rotonde, meeting, pubblicazioni, libri, cd) il cinema ha reso
– e continua a rendere – omaggio all’arte di Fellini.
Per una sufficiente conoscenza della sua filmografia
si consigliano: La strada (1954), Il bidone (1955), Le notti di Cabiria (1957), La
dolce vita (1959), Otto e mezzo
(1963), Giulietta degli spiriti (1965),
Fellini-Satyricon (1969), I clowns (1970), Roma (1971), Amarcord
(1973), Il Casanova di Federico Fellini (1976),
La citta' delle donne (1979), Prova d'orchestra (1980), E la
nave va (1983), La voce della luna
(1990).
è
un inno alla follia e alla fantasia. Per la prima volta dopo tanti anni,
Fellini non gira a Cinecittà, ma negli studi pontini: ha bisogno di maggiore
spazio per ricostruire la campagna e riprodurre i ricordi della sua infanzia.
Considerato il suo testamento spirituale per quella frase finale - “Se ci fosse
un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ più di silenzio forse
qualcosa si potrebbe capire” – il film è anche l’ultima definitiva risposta a
quanti non capivano e continuavano a chiedergli la realizzazione di un film
sempre annunciato e mai iniziato (Il
viaggio di G. Mastorna). La verità
era che quel “viaggio” Fellini l’aveva intrapreso da tempo, attraversando un paese
in continua evoluzione e fissando sulla celluloide ricordi e speranze, emozioni
ed illusioni. Un viaggio all’interno del cinema, seguendo la voce del poetico,
misterioso, fantastico satellite della terra: la luna, per l’appunto.
Tra
le tante dichiarazioni ecco cosa hanno detto di lui Benigni e Villaggio, dopo
la lavorazione del film:
“Io
gli darei il Nobel per la medicina perché ha guarito il mondo; abbiamo bisogno
del medicinale di Fellini. Quando si sta male si vede un film di Fellini e si gode (…) Vedere Fellini è una flebo di
soddisfazione goduriosa (…) Fellini è una cravatta (non l’ha mai detto nessuno;
non si sa più che dire di Fellini). Come una cravatta che uno vorrebbe regalare a tutti, attaccarsela
al collo, andare in giro con Fellini attaccato (…) Fellini è il vestiario
dell’uomo moderno. Fellini è la merceria dell’universo.” (R. Benigni)
“
(Fare un film con Fellini) è come, per
uno che ama il mare, navigare in una
barca stupenda; o come, per uno che ama
le macchine, guidare una Ferrari. Ed è soprattutto una meravigliosa
avventura, un viaggio. La cosa più importante è che bisognerebbe solo fare film
con grandi autori, perché lui ha delle qualità demiurgiche; per chi fa il mio
mestiere averlo dietro la macchina da presa dà la possibilità di tirar fuori il
meglio; incoraggia sempre e, anche se non lo pensa, ti dice sempre: Bravo,
hai fatto benissimo. Facciamone ancora un’altra.” (P. Villaggio)
Così
la critica:
“Il
suo testamento filmico, La voce della
luna, con quella sua storia sgraziata, con quel suo tono visionario, con
quell’intuizione dell’uso di Benigni, è un film giovanile, tanto è genuino,
anticonvenzionale, straordinario.” (V. Zagarrio, Cinema italiano anni novanta, Ed. Marsilio)
“Elogio
della follia e satira della volgarità dell’odierna civiltà berlusconiana, sulla
strada aperta da Ginger e Fred. (…)
Geniale e bizzarro come solo un film di Fellini riesce ad essere, ma con
qualche caduta e alcune trovate poeticizzanti troppo facili (i giovani urlanti
della discoteca che assistono ammutoliti al valzer di Gonnella e della
duchessa). Ma la sagra dello gnocco è una sintesi geniale dell’Italia anni
Ottanta, così come Amarcord lo era
per il fascismo e La dolce vita per
gli anni di passaggio al boom.” (Dizionario
dei film, a cura di P. Mereghetti, Baldini & Castoldi)
“E’
praticamente impossibile raccontare un film di Fellini visto che lavora senza
sceneggiatura vera e propria. Le sue
sono suggestioni e idee montate a seconda dell’estro del momento (…) Fra tante
visioni e fantasie, il Maestro qualcosa di buono lo cava sempre.” (P.
Farinotti, Dizionario di tutti i film,
Ed. Esedra)
“Molti dicono che sono un bugiardo, si
lamenta Fellini ribattendo che anche gli altri dicono bugie, ma poi non ha
difficoltà ad ammettere che c’è del vero: la passione per la bugia fantasiosa,
o per la menzogna creativa, può sfociare in scherzo, provocazione, semplice
divertimento; o può trasformarsi nell’humus necessario per evocare i suoi
incantesimi, per dar corpo ai fantasmi di un’opera compiuta, un film. Il fatto
è che la bugia è rivissuta come prolungamento della fantasia e lo stesso
Fellini in qualche caso ha finito per credere alla propria versione fantastica
o ha dato l’impressione che così fosse. Nell’aneddotica privata (che va dalla
voce in farsetto per non farsi riconoscere al telefono ai mille espedienti per
salvaguardare i propri spazi dall’invasione costante), la bugia è praticata
come esercizio, come gioco, come necessità. Nel suo cinema è tra le forme come
tema di fondo: c’è l’imbroglio dei bidonisti, c’è l’inganno ai danni di Cabiria, c’è l’invenzione del
giornalista in Agenzia matrimoniale,
o come fatto specifico. Ecco le
bugie di Guido Mastroianni alla moglie in 8
e mezzo, o quelle di Fausto ne I
Vitelloni, o ancora quelle dei bambini che hanno visto la Madonna ne La dolce vita e quelle dei sogni del
marito in Giulietta degli Spiriti, le
bugie di Titta nella confessione in Amarcord, le fandonie de Lo sceicco bianco all’ingenua sposina e
soprattutto l’autobiografica bugia di Mastroianni Fellini in Ginger
e Fred. Ma c’è anche un valore intrinseco nella menzogna. Nel fare
spettacolo è più utile della verità.” (dal CD
Federico Fellini, a cura di Enel,
Infobyte, Progetti Museali)
"E' l'ultimo film di
Federico Fellini. Una sorta di viaggio onirico all'interno dell'immaginazione,
del pensiero, della follia artistica del regista, organizzato in episodi
differenti. Continuando il percorso satirico iniziato con Ginger e Fred la pellicola denuncia il sistema televisivo odierno.
L'età della dea informazione. A cui tutto è
asservito. Dove apparire è ciò
che conta. In cui il rispetto per la vita e per gli altri viene spesso dimenticato. La voce della luna suggerisce ai
protagonisti ciò che hanno nel cuore.
In una serie di avvenimenti apparentemente slegati ma molto simili tra
loro." (M. Gieri, Fellini,
la pubblicità e gli ineffabili oggetti del desiderio - CD Federico Fellini,
a cura di Enel, Infobyte, Progetti
Museali)
“Un contenitore grandioso e colorito. Ricche di pregi le luci, la fotografia e le musiche: coloriti e sapidi i personaggi di contorno, sorprendente l’interpretazione di Roberto Benigni e di Paolo Villaggio. (Segnalazioni cinematografiche, Internet, Fellini Fan Club Home Page)