La grande bellezza: storia ad elenco da vedere con gli occhi
Raffaele
Simone l’aveva detto in Maistock (La
Nuova Italia, 1988). La citazione completa sarebbe troppo lunga; e, allora,
sintetizzo. Esistono diversi tipologie di storie, tra le quali: quelle a cono e quelle ad elenco. La struttura delle storie a cono prevede una serie di
piste disseminate che, a mano a mano che la narrazione va avanti, si riducono e
orientano il ricevente verso il vertice, ovvero verso una sola e specifica
conclusione. Quelle ad elenco, invece, si caratterizzano per la mancanza di una
struttura e di un singolo racconto; appaiono, pertanto, come abbozzi di più storie
che si possono interrompere
in qualsiasi momento, o continuare all'infinito. Ne consegue che, mentre nelle
storie a cono si registra tensione, facilità di memorizzare, attenzione e
partecipazione del lettore-spettatore, ecc., in quelle ad elenco subentra la distensione, l’atteggiamento
passivo, la posizione di attesa, la mancanza di congetture e la difficoltà a ricordare
personaggi e particolari.
Ritengo questa premessa indispensabile per
avviare una serena lettura de La grande
bellezza di Paolo Sorrentino. Utilizzo l’aggettivo “serena” a ragion veduta
e dopo aver sentito e letto su questo film pareri diametralmente opposti.
Osannato da alcuni critici e denigrato da altri, La grande bellezza va visto come una serie di
episodi che Sorrentino sforna (elenca?) dal baule del sessantacinquenne Jep
Gambardella, arrivato a Roma dal meridione quando aveva 26 anni, ancora single
nonostante fugaci e ripetuti amori, giornalista, romanziere, tuttologo e
animatore di mondani notti romane. Ne viene fuori un affresco barocco con personaggi
reali e surreali, ridicoli e cafoni, stelle e lucciole. Un caleidoscopio di
umanità e di miseria: la direttrice nana, lo scrittore teatrale fallito e
deluso, il cardinale che non ama ascoltare turbamenti mistici, la santa
ultracentenaria tronista e penitente, la matrona cocainomane, la donna che per
lavoro fa “la ricca”, poeti, vitelloni, imprenditori, arrampicatori, attricette
con abiti trasparenti, ballerine, spogliarelliste, ruffiani, puttanieri… Foto
di gruppo di una corte kitsch - ebbra di balli rumorosi, volgarità,
pettegolezzi, promesse non mantenute, invidie e gelosie - che confluisce nel
cuore di Roma e su terrazzi con vista sul Colosseo, quasi a voler rimarcare la
distanza che li separa dalla periferia e dal volgo. E’ la vera Roma? E’ dolce vita mezzo secolo dopo? Se è vero che
i richiami tra i due film sono talmente tanti che non si può fare a meno di
fare spontanei accostamenti, è altrettanto vero che Sorrentino non è Fellini, che
Sabrina Ferilli non è Anita Ekberg, che la piscina di una villa non è la
Fontana di Trevi, che una terrazza non è Via Veneto e, soprattutto, che Jep
Gambardella non è Marcello Rubini. E per notare la vera differenza di fondo
basta osservare attentamente le due locandine. Nel film di Fellini, Mastroianni,
sigaretta in bocca, guardava estasiato Sylvia, la svedesona, e nel suo sguardo
c’era tutta la voglia di vivere che caratterizzò gli anni Sessanta; in questo
di Sorrentino, su uno sfondo rosso che ricorda le passerelle dei festival, Toni
Servillo, mani in tasca, è solo e si avvia verso una non-meta, come un uomo malinconico,
svuotato e senza più interesse: moderno uomo in frack, con in testa un cappello
di panama al posto del cilindro, senza bastone di cristallo, gardenia e
papillon di seta blu. Non si suiciderà, perché, intriso di noia moraviana, è
già svuotato dentro e in un solo romanzo scritto quarant’anni prima ha già
detto tutto quello che doveva dire, ma si limiterà a sorridere beffardo sulle
ambizioni dei suoi ospiti e a nutrirsi di un amore lontano e di un’inafferrabile
“grande bellezza”. La società fatua e mondana che circonda Jep appare, allora,
più da Satyricon che da Dolce vita e la cartolina di Roma che il
cinema italiano spedisce all’estero sembra uscire dalle pagine di Marziale e dalle
rovine dei Fori Imperiali, con il sapore della crapula che abolisce ogni
confine tra sacro e profano, tra veri e falsi artisti.
Dopo due ore di proiezione, ci si chiede
qual è il senso di questa fatica. Per non urtare la sensibilità di quanti
sostengono che un film non deve necessariamente contenere un insegnamento, non
sto parlando di “messaggio”; eppure, come canterebbe Vasco Rossi, “voglio
trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha.”
E lo trovo, infatti. Ma devo fare ricorso a una seconda precisazione che
riguarda il modo di vedere un film. Ci sono film che si vedono con la mente e
altri che si vedono con gli occhi; quale dei due è il modo migliore per gustare
un’opera filmica passa inevitabilmente attraverso i gusti e le preferenze dei
singoli. C’è gente che mangia con gli occhi e, prima ancora di assaggiare una
pietanza, vuole vederla ben presentata e disposta ad arte sul piatto; qualcuno,
addirittura, la fotografa e le concede attimi di gloria inserendola su face
book. Altri preferiscono vecchie osterie, con tovaglie di carta, piatti rustici,
fagioli e cotiche. Gusti, sui quali gli antichi romani avrebbero chiosato “non disputandum est”. Digressione
culinaria per dire che La grande
bellezza, se non è un film per la
mente, è senz’altro un film per gli occhi, una sorta di sinfonia visiva. Non si
torna a casa memorizzando le microstorie dei personaggi che lo affollano, ma
con le incantevoli inquadrature di un’arca che galleggia sul diluvio del
momento critico che stiamo attraversando, dove una privilegiata fauna umana partecipa
alla fiera delle vanità, spende e spande, si mischia a giraffe e fenicotteri -
“bestiae et universa pecora” – e si
diverte a passare le notti come zombi che ballano e formano trenini che non
portano da nessuna parte. Pur rispettando le opinioni degli altri, non si può
escludere che anche un film visivo, a ben pensarci, qualche messaggio lo dà.
La
grande bellezza
Regia: Paolo Sorrentino
Con: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina
Ferilli, Serena Grandi, Vernon Dobtcheff, Isabella Ferrari, Luca Marinelli,
Giorgio Pasotti, Massimo Popolizio, Roberto Herlitzka, Carlo Buccirosso, Pamela
Villoresi, Giorgia Ferrero, Ivan Franek, Stefano Fregni
Italia - Francia, 2013
Durata: 110’, colore