
film di animazione
con le voci di
L. Sepùlveda, C. Verdone, A. Albanese, M. Ruffo
regia: Enzo D’Alò
durata: 73’, col.
Il
giorno in cui sta per deporre il suo primo uovo, la gabbiana Kengah resta avvelenata da una chiazza di petrolio
fuoriuscita da una petroliera. Sentendosi morire, cerca rifugio nel giardino
della casa dove vive, coccolato dalla sua padrona, il pacifico e pacioccone
gatto Zorba. Al gatto, la gabbiana strappa tre promesse: non mangiare l’uovo,
avere cura del nascituro, insegnargli a volare. Trovatasi all’interno
della comunità dei felini, la
gabbianella orfana e adottata (con il nome di Fortunata) da Zorba, si crede una gattina e viene coinvolta nella
lotta contro un esercito di ratti sbucato dalle fogne agli ordini del Grande
Topo, che mira alla conquista del potere.
Col
tempo, Fortunata scopre la sua vera identità e impara a volare. Una notte, dopo
aver detto addio ai suoi benefattori, si unisce ad uno stormo di gabbiani e
spicca definitivamente il volo verso il cielo.
(Napoli, 1954)
Noto
al pubblico solo dopo avere realizzato il suo primo lungometraggio, La freccia azzurra (1996), Enzo D’Alò
proviene da una lunga preparazione nel campo dell’animazione. Il suo primo
cortometraggio (Trasformazioni fantastiche di parole inglesi), infatti, risale al
1984. Seguono, nell’ordine: Animation 85: il mago (1985), Animation 87: l’amore (1987), Animation 88: uomini e pesci (1988), La crava (1990), Drinker (1991), Pimpa
(1991), Kamillo Kromo (1993).
La gabbianella e il gatto rappresenta, tuttavia, il vero salto di qualità.
Tratto
dal libro del cileno Luis Sepùlveda, (Storia
di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare), questo film è,
infatti, il più costoso lungometraggio italiano d’animazione che sia stato mai
prodotto. Grazie ad un budget di 10 miliardi, Enzo D’Alò è riuscito a coordinare un team di cartoonist italiani
(complessivamente 200 tra artisti e tecnici) che ha creato 1.200 scenografie e
220.000 disegni.
Altri
film: Momo alla conquista del tempo
(2001), Opopomoz (2003)
Dice
D’Alò: “La gabbianella e il gatto è
una fiaba metaforica. Che una tribù di gatti “adotti” una gabbianella è già di
per sé un inno alla tolleranza. Ma il messaggio più profondo è che non basta
accogliere chi è diverso, bisogna riuscire a infondere la consapevolezza delle
proprie radici. I gatti salvano Fortunata non solo perché la curano, ma
soprattutto perché le restituiscono il suo orgoglio di uccello, insegnandole a
volare. L’esperienza della gabbianella ricorda anche il passaggio dall’adolescenza
alla vita adulta. I gatti sono un po’ i genitori. Per questo la scena finale,
quando Fortunata si libra nel cielo notturno insieme ai suoi amici gabbiani, è
la più emozionante del film. Avendo una figlia quindicenne, in quel momento mi
identifico con Zorba: immagino che quando “volerà” via io e mia moglie ci
guarderemo, proprio come i gatti, orgogliosi per averle fornito i mezzi per
conquistare l’indipendenza, ma anche un po’ tristi di perderla…” (E. D’Alò,
intervista rilasciata a D. Zacconi, su FilmTv,
anno 6°, n.52)
E
Sepùlveda, alla domanda “Qual è il valore più importante del suo romanzo?”,
aggiunge: “La tolleranza, che non è una moda come pensano alcuni. E’ un valore
etico fondante la nostra stessa umanità insieme ad altri come la fraternità e
la solidarietà. Questo film è un importante contributo alla conservazione e
alla trasmissione di questo valore.” (M. Spagnoli, Internet, sito HalCinema)
Servirsi
della favola per divertire e comunicare messaggi è tradizione antica quanto
l’uomo. La struttura semplice - a forma di breve narrazione in prosa o in
poesia con particolare predilezione per il dialogo – la rende adatta alla
comprensione di piccoli e grandi,
di gente colta e di analfabeti. Grazie
al ricorso di classici elementi fantastici (i protagonisti sono spesso animali che pensano, parlano e agiscono come
uomini), i narratori delle favole riescono a suscitare riflessioni sulla vita,
a impartire consigli, a tramandare contenuti di saggezza popolare.
Le
più antiche tracce della favola sono riscontrabili già 2000 anni prima di
Cristo, addirittura nella civiltà sumerica. In India, sembra che i narratori di
corte si servissero del racconto fantastico per preparare i figli del re ai
loro futuri compiti di regnanti. Anche Cheophe, il mitico faraone d’Egitto,
amava ascoltare favole. Sia i greci che i romani, poi, fecero largo uso del
racconto favolistico, dandogli dignità letteraria e facendolo diventare
strumento per insegnamenti di vita (Esopo)
e per osservazioni politiche (Fedro). Nel Medioevo, tra il XII° e il
XIII° secolo, appaiono i fabliaux, i
brevi racconti francesi de Il romanzo di
Renard e, nel Seicento, Jean La Fontaine “si serve degli animali per
istruire gli uomini”, pubblicando ben 12 libri di favole dedicate al figlio del
re di Francia.
Così
la critica:
“Benvenuta
un’animazione italiana di qualità, anche se appare pericolosamente in
controtendenza: mentre i film americani si rivolgono infatti a un pubblico il
più vasto ed eterogeneo possibile, questa è una favola dichiaratamente per
bambini, che rischia di confinare nel giardino dell’infanzia un’animazione che
nel frattempo è diventata adulta.” (Internet,
Home page)
“Temevo
che la mia favola perdesse poesia e invece il cartone animato ha mantenuto lo
spirito del libro: credo che possa essere la risposta ai cartoon giapponesi supertecnologici.” (Luis Sepùlveda, intervista
rilasciata a R. Pasero, su FilmTv,
anno 6°, n.52)
“La gabbianella è una favola ecologica
con una valenza educativa e sociale, che parla ai bambini senza falsi
moralismi, li coinvolge e li diverte aiutandoli a riflettere su valori troppo
spesso ignorati o quanto meno sottovalutati. In questo racconto che ha la
grazia di una fiaba e la forza di una parabola, il grande scrittore cileno
tocca i temi a lui più cari: l’amore per la natura, la solidarietà, la
generosità disinteressata. Ma soprattutto, proprio nell’unico tra i suoi libri
in cui i protagonisti sono animali, Sepùlveda riconosce all’uomo un ruolo
fondamentale, non solo distruttore e inquinatore, ma anche salvatore, in un
messaggio di speranza di altissimo valore poetico.” (Internet, sito HalCinema)
“Un
film che oltre divertire e giocare con simpaticissimi gatti che devono
confrontarsi con topi totalitari e pasticcioni, riecheggia poeticamente il
sogno di volare di una giovane gabbiana come il paradigma di un mondo che vuole
cambiare. Con il dolore stemperato da personaggi buffi e divertenti, il film
costituisce anche per un altro motivo una pietra miliare del nostro cinema: una
storia dello spessore della grande letteratura che diventa un film per tutti.
Per capire e imparare.” (M. Spagnoli, Internet,
sito HalCinema)
"Punto
forte del film di Enzo d'Alò è la storia, raccontata con maestria e senza
facili ammiccamenti o ipocrisie nei riguardi del giovane pubblico cui è
naturalmente rivolto. Purtroppo tale talento narrativo non è supportato da pari
tecnica, così l'animazione (non il disegno dei personaggi, che è invece molto
efficace) risulta infine legnosa e arretrata rispetto ai moderni standard
tecnici, prediligendo scenografie e personaggi bidimensionali che interagiscono
staticamente e con scarsa fluidità. Catturati dalla briosa e intelligente
sceneggiatura (che unisce il divertimento puro alla didattica, fornendo
efficaci lezioni sul concetto di "diversità" e sul rispetto della
natura) e dall'esemplare caratterizzazione dei personaggi, dopo pochi
fotogrammi siamo disposti a tralasciare alcuni dettagli (pur se importanti),
non fosse per il forte sospetto che di
tale spartana tecnica gli autori vogliano far bandiera, in un atteggiamento di
leggera presunzione snobistica. Ottima, infine, la colonna sonora firmata da
David Rhodes, abituale collaboratore di Peter Gabriel, con canzoni di eccelsa fattura
affidate ad interpreti di classe come Ivana Spagna (particolarmente intensa e
commovente), Gaetano Curreri degli Stadio, Leda Battisti e Samuele Bersani (la
sua Siamo gatti è di una vitalità e
allegria trascinanti)." (L. De Angelis, in Internet, Altavista)